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11 ago 2010


Sauna senza rischi


Spesso  si sceglie per dimagrire, in realtà non fa perdere peso ma solo i liquidi. Va bene per i giovani e gli sportivi, ma non è per tutti.

In montagna o in palestra, dopo la fatica fisica di una sciata o la gran sudata alla cyclette. La sauna è l'ideale per eliminare le tossine, rilassarsi nella speranza di perdere i chili di troppo. Nell'accezione più comune, si entra con disinvoltura in una qualunque sauna a portata di mano per "sudare" e smaltire i liquidi. Ma è davvero così banale? Funziona? Siamo sicuri che "tanto calore" senza regole, nè di tempo, nè di precise indicazioni, non possa invece fare danni? Insomma, si può sempre approfittare a cuor leggero di saune, idromassaggi, massaggi o bagni di fieno disponibili per esempio in molte strutture in montagna? Ne abbiamo parlato con Gianluca Galimberti, fisiatra e caposezione di Riabilitazione Ortopedica in Humanitas.

Fa sempre bene, e a tutti, fare una sauna?

No. Chi si sottopone a una sauna, come a un bagno turco o bagni in acque termali, o comunque a una termoterapia, deve essere sicuro di trovarsi in buone condizioni di salute, in particolare per quanto riguarda la pressione arteriosa e il sistema cardiocircolatorio. E, comunque, pensare che la sauna faccia dimagrire è una semplificazione. In realtà la maggior parte delle persone che lo fanno a questo scopo, e con leggerezza, ne escono con una gran sete e bevendo annullano immediatamente l'effetto di smaltimento dei liquidi.

Come viene usata dal punto di vista medico la termoterapia?

Se il calore viene utilizzato come terapia per conseguire risultati clinici, come accade nei centri termali, bisogna sottoporsi a una visita medica, a cui seguono l'indicazione di tempi e modi e l'elenco delle controindicazioni. In molti contesti attuali, invece, la sauna e altri trattamenti simili vengono proposti come momento di benessere e piacere. Magari annessi a piscine, palestre, nei cosiddetti fitness o beauty club, dove spesso manca l'adeguata assistenza di personale specializzato che sorvegli affinchè il trattamento sia indirizzato e misurato a buon fine. Nessuno che dica, per esempio, quanto tempo ci si debba stare. La violenta privazione di liquidi e anche di metaboliti, cioè componenti importanti come sali minerali, può produrre in certi soggetti scompensi e disturbi reali all'organismo.

Chi deve fare più attenzione?

Chi ha la pressione troppo alta o troppo bassa e chi soffre di disturbi cardiaci o della circolazione. La termoterapia infatti ha un effetto di vasodilatazione che diventa negativo se il soggetto in questione non ha una buona portata sanguigna. E' poi da evitare se ci sono in corso stati febbrili, infezioni cutanee (tra l'altro contagiose per gli altri considerando anche l'ambiente promiscuo), stati infiammatori locali o generali, disturbi locali come le varici.

Quando ha effetto un benefico e di che tipo?

Un atleta o una persona in ottime condizioni fisiche può giovarsi di vari effetti positivi: la liberazione di sostanze tossiche, un recupero muscolare più veloce con facilitato rilassamento e smaltimento di acido lattico, un effetto sedativo sulle terminazioni nervose e una ripresa migliore della circolazione periferica. Ma sopra i quarant'anni, se non si è atleti, il fai da te può essere pericoloso. Per esempio: fare la sauna durante la settimana bianca una sola volta all'anno è come fare attività sportiva impegnativa senza allenamento.

Ci sono limiti minimi di età?

E' meglio a sviluppo terminato. Durante l'età dello sviluppo ogni terapia fisica va eseguita con cautela perchè l'organismo si sta modificando e qualsiasi interferenza può essere nociva. Il discorso è diverso nel caso di patologie localizzate e specifiche che possono trarre, sempre sotto controllo medico, beneficio dalla applicazione di tecniche termoterapiche, come nel caso di postumi di traumi muscolari.

Spesso, dove c'è la sauna c'è la piscina, la vasca idromassaggio e il massaggiatore o "i massaggiatori". Quali altre avvertenze occorre dare?

L'idromassaggio rientra nella "meccanoterapia" ed esercita sul corpo una pressione localizzata. Rispetto al violento impatto di una sauna può sicuramente avere meno controindicazioni, ma vale sempre la condizione di essere in buona salute. Inoltre attenzione ai bambini, che vengono attratti dall'acqua calda e dall'aspetto ludico dell'attività. Sul loro corpo più piccolo e con minore massa muscolare la pressione localizzata si amplifica e può raggiungere in profondità il tessuto osseo e le cartilagini di accrescimento con il rischio di provocare dei danni meccanici: quindi concedete loro cinque minuti di divertimento, ma non di più.

E a proposito dei massaggi?

Il massaggio oramai in Italia viene effettuato da chiunque a causa di carenze legislative, senza la necessità di un titolo accademico o scolastico riconosciuto. Il rischio è quindi di imbattersi in personaggi privi della minima qualifica e che effettuano massaggi senza conoscerne le non poche controindicazioni. Deve essere quindi il medico a stabilire la necessità nell'effettuare un massaggio terapeutico e deve essere un tecnico con un curriculum scolastico e professionale adeguato a eseguirlo.

A cura di Francesca Blasi da Humanitas Salute

   



 

STROKE UNIT: IL MODELLO PISANO E'O.K.

220 mila casi all'anno in Italia di ictus cerebrale. Il problema organizzativo per la trombo lisi farmacologica.

L'educazione sanitaria del paziente,superata la fase critica.


 

PISA – Sono oltre 220 mila gli ictus all'anno in Italia. Un numero in media con i Paesi dell'Unione Europea.Molti sono clinicamente definiti iperacuti. In tema di percentuali di salvezza, l'iter assistenziale necessita di un percorso selettivo. A Pisa,per l'Area Vasta di Nord Ovest ( province di Massa e Carrara, Lucca,Pisa e Livorno), la Stroke Unit presso la Clinica Neurologica dell'Azienda Ospedaliera Universitaria diretta dal prof. Luigi Murri, è in grado di mettere in atto un protocollo d'emergenza:lo "stroke team",alla cui guida c'è un neurologo.

Il trattamento d'elezione per la forma ischemica (l'altra è l' emorragica) è la trombo lisi, che si pratica in strutture selettive come quella pisana. I punti del percorso sono tre:

1)Già alla chiamata del 118,deve essere applicata un'intervista a chi parla al telefono ,che comprenda una scala di valori clinici semplificati così da poter avere un quadro il più realistico possibile ed assegnare un adeguato codice colore di priorità.

2) Sul posto,l'unità operativa deve attuare i criteri semplificati per la trombo lisi,così da applicare i criteri di selezione semplificati per trombo lisi,in modo da trasportare il paziente con codice di rientro prioritario ("Rosso stroke probabile trombo lisi") verso il Pronto Soccorso. Un percorso preavvisato che consenta d'effettuare un "triage" rapido (elettrocardiogramma,prelievi di sangue mirati, impegno del neurologo dello Stroke Team, TAC cerebrale d'urgenza).

3)Essenziali sono i tempi d'esecuzione di questo profilo diagnostico completo. Entro un'ora dal ricovero,infatti,deve essere praticata,se necessario, la trombo lisi farmacologica più appropriata. Costituiscono farmaci di primaria importanza antiaggreganti piastrinici,anticoagulanti orali,statine,antipertensivi. Necessario è procedere poi alla rivascolarizzazione carotidea (tromboendarteriectomia o stenting),in casi selezionati.

Di base,poi,una corretta informazione del paziente sugli idonei stili di vita come il controllo dei parametri clinici,la pressione arteriosa,il peso corporeo,la dieta equilibrata,con sale,grassi e condimenti particolarmente ridotti, ok per latte, derivati,pesce , frutta e verdura e moderata ,quotidiana attività fisica.


 

GIAN UGO BERTI

(riproduzione vietata)

10 ago 2010



 

DISTRUGGERE IL FIBROMA UTERINO CON IL CALORE

Positive esperienze della nuova tecnica a radiofrequenze . Il parere di Mario Nuzzi, dirigente dell'Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia all'Ospedale di Pistoia


 

PISTOIA – Una donna su quattro ed una su due,rispettivamente di razza caucasica ed afroamericana, presenta in media un fibroma uterino. In base alla localizzazione (fundico,iuxtacervicale)può presentarsi con disturbi differenti: si va da un generico senso di pesantezza a livello pelvico, a dolori più o meno intensi e/ meno metrorragie. Così, varie sono le opzioni di cura: dalla terapia medica,alle tecniche di radiologia interventistica, all'approcio chirurgico più o meno invasivo.

In quest'ultimo caso, sta acquisendo particolare riscontro una nuova metodica, la Radiofrequency Induced Thermal Ablation (R.I.T.A). Si tratta di un'impostazione loco-regionale –spiega Mario Nuzzi,aiuto –dirigente dell'Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia all'Ospedale toscano di Pistoia.

E' un approcio poco invasivo che contempla,previa profilassi antibiotica,l'inserimento,sotto guida ecografica, di un ago elettrodo collegato al generatore di radio frequenza. Una volta,quindi,raggiunto il centro del fibroma,l'erogazione di radio frequenze provoca generazione di calore, con conseguente morte tissutale su base coagulativa della lesione. Il calore (50°) provocato dallo strumento,determinerà infatti la distruzione delle membrane cellulari e la denaturazione delle proteine.

Secondo l'esperienza di Nuzzi, si tratta di un'opzione terapeutica valida in casi preventivamente selezionati, in quanto si è dimostrata in grado di ridurre in modo significativo il volume della massa con risoluzione dei sintomi.

In conclusione, Nuzzi precisa che la via percutanea eco guidata semplifica indubbiamente la procedura e la rende così più accettabile da parte delle pazienti con ottimo rapporto costo – beneficio,bassa incidenza di complicazioni ed ottima tollerabilità.

GIAN UGO BERTI


 

(riproduzione vietata)


 


 

9 ago 2010


 
 
 

MENOPAUSA e rimedi naturali

Affrontare con serenità questo momento di passaggio della vita di ogni donna è possibile conoscendola e aiutandosi con metodi naturali.

Argomenti:
- cos'é la menopausa
- sintomi della menopausa
- dieta e menopausa
- buone abitudini in menopausa
- rimedi naturali

minuti

Cos'é la menopausa
La menopausa è un momento delicato nella vita di ogni donna perché corrisponde alla cessazione del periodo fertile, cioè al termine del ciclo mestruale e dell'attività ovarica.
Il calo della produzione di estrogeni (principali ormoni femminili) da parte delle ovaie porta l'organismo ad una serie di profondi cambiamenti identificabili con modificazioni ormonali e psicologiche.
Si tratta di trasformazioni fisiologiche dell'organismo legate all'invecchiamento, per cui la menopausa non deve essere considerata una malattia. Tuttavia si presenta con manifestazioni diverse da donna a donna e può essere legata a disturbi più o meno gravi ai quali bisogna prestare attenzione, possibilmente cercando di prevenirli.
La fine della funzionalità ovarica si può stabilire dopo un anno di assenza di ciclo mestruale, preceduto da cicli più o meno irregolari (climaterio), prima della scomparsa completa.
In generale la menopausa compare tra i 45 e i 55 anni; in ogni caso va incontro a menopausa qualsiasi donna che subisca l'asportazione chirurgica o un danno irreversibile alle ovaie.

Sintomi della menopausa
I disturbi più frequentemente riscontrati sono: vampate (ondate transitorie di calore accompagnate da un'eccessiva sudorazione), sudorazione fredda, affaticabilità, emicrania, insonnia, nervosismo, soprappeso e disturbi dell'umore come fenomeni ansiosi e depressivi. Inoltre, mancando l'azione protettiva degli estrogeni, possono comparire disturbi che interessano l'apparato genitale e quello urinario, come bruciori e cistiti. La menopausa è quindi caratterizzata da sconvolgimenti dell'equilibrio ormonale e metabolico che portano a disturbi lievi fino ad arrivare a manifestazioni patologiche vere e proprie. La mancanza di estrogeni comporta, ad esempio, una minore protezione del cuore e dei vasi nei confronti dell'arteriosclerosi e delle trombosi e una riduzione dell'assorbimento di calcio nelle ossa (osteoporosi). Queste ultime patologie solitamente vengono diagnosticate quando sono già in atto, per questo è importante ai primi sintomi di menopausa effettuare dei controlli specialistici come: test ormonali, ecografia uterina e scala climaterica di Green (compilazione di un questionario sui sintomi).


 

Dieta e menopausa
Nelle donne in menopausa il fabbisogno calorico diminuisce per ragioni organiche (il metabolismo corporeo diventa più pigro), di età e perché la donna spesso rallenta l'attività fisica. Non dobbiamo solo prestare attenzione all'apporto calorico del cibo per non incorrere nel soprappeso o addirittura nell'obesità, ma anche alla sua qualità e contenuto in grassi, proteine, carboidrati, vitamine e microelementi (ferro, calcio ecc.).

Un primo buon consiglio è quello di ridurre il consumo di alimenti di origine animale: preferire ad esempio le carni bianche e quella di cavallo, ma ancora meglio il pesce che non contiene colesterolo e trigliceridi (ad eccezione dei frutti di mare). Sono da preferire il pesce azzurro (sgombri e sardine) e quello dei mari freddi del Nord (merluzzo e salmone), ricchi di acidi grassi omega-3, sostanze che sembrano avere un'azione protettrice nei confronti delle malattie cardio-circolatorie.

La regola generale di diminuire l'introito di grassi suggerirebbe di ridurre al minimo l'assunzione dei formaggi e latticini; tuttavia essi rappresentano la maggiore
fonte di calcio presente in una dieta per cui in menopausa, per prevenire l'osteoporosi, non se ne può fare a meno. Il suggerimento è, allora, scegliere formaggi freschi, leggeri (light), in primis la ricotta. Consumare yogurt soprattutto magro e latte scremato. Altre fonti di calcio sono alcuni tipi di frutta e verdura, ad esempio carciofi, broccoli, spinaci e gli agrumi.

Sono importanti anche i cibi ricchi di potassio come cavolfiori, spinaci, patate, banane e uva, e di estrogeni vegetali come segale, soia, orzo, fagioli e fave. Inoltre è bene consumare frutta e verdura con una colorazione accesa: viola, gialla e arancione. I pigmenti vegetali sono sostanze antiossidanti e quindi protettive contro l'invecchiamento del corpo e della mente.
Inoltre è consigliabile consumare piccole quantità di frutta secca (noci, nocciole, mandorle), semi di lino e semi di girasole e oli vegetali. L'olio di oliva extravergine ovviamente è il condimento principe; da evitare assolutamente burro, lardo o strutto.

Buone abitudini in menopausa
Diminuendo il fabbisogno energetico è necessario praticare attività fisica per consumare energia, mantenersi più toniche e mobilizzare le articolazioni. Se non si intende praticare attività sportiva si consiglia di fare lunghe passeggiate a piedi o in bicicletta. In ogni caso al giorno d'oggi ci sono attività sportive leggere e adatte a tutte le età, come la ginnastica posturale, la piscina, lo stretching e lo yoga. Inoltre il movimento aiuta a combattere lo stress e sentirsi in forma può aiutare nel caso di ansia e depressione.
Un'altra buona abitudine in menopausa è usare con parsimonia le bevande alcoliche, mangiare poco salato, evitare il fumo se possibile e assumere con moderazione anche il tè e il caffè.

Rimedi naturali
La medicina naturale viene in aiuto a chi vuole trovare trattamenti alternativi alla terapia ormonale sostitutiva, solitamente usata in menopausa, e anche a quelle donne che per vari motivi hanno controindicazioni alla terapia sostitutiva. Ci sono molte opportunità e sono rappresentate da:
Omeopatia
Agopuntura
Massaggi
Meditazione
Fitoterapia
L'omeopatia, come è noto, utilizza “medicinali” in dosi infinitesimali, cioè molto diluite, e si rivolge alla donna in toto, come organismo che presenta una serie di sintomi legati tra di loro, e non mira perciò alla cura del singolo disturbo. Per attenuare i sintomi della menopausa, come vampate, sudorazioni, palpitazioni e cefalee, si usano i seguenti rimedi: Lachesis, Sepia, Pulsatilla, Graphites, Glonoium, Sulphur.

L'agopuntura, antica tecnica terapeutica della medicina tradizionale cinese, svolge un'azione di riequilibrio, rivelandosi valida per i sintomi della menopausa. Studi in materia dimostrano come alcuni sintomi, come le vampate di calore, diminuiscono significativamente con l'agopuntura. Una seduta ogni 4 settimane garantisce un effetto duraturo dei benefici nel tempo.

I massaggi danno sicuramente un benessere immediato: allontanano le tensioni e favoriscono un miglioramento della circolazione. Ne esistono veramente di tanti tipi: massaggio tradizionale, shiatsu, ayurvedico, osteopatico, riflessologia plantare ecc.; ognuno deve trovare il proprio e può accoppiarlo all'uso di oli essenziali per aromaterapia.

La meditazione e altre tecniche di rilassamento, come la respirazione profonda, consentono di ridurre l'intensità delle vampate di calore e allontanare gli stati d'ansia.

I preparati fitoterapici, infine, sono forse i più utilizzati ed efficaci per il controllo di alcuni disturbi della menopausa. Tra questi ricordiamo:
- Hypericum perforatum
- Cimicifuga racemosa
- Salvia officinalis
- Trifolium pratensis

Fin dall'antichità sono note le proprietà antidepressive dell' iperico (Hypericum perforatum) o erba di S. Giovanni, che infatti veniva detto scacciadiavoli.
La cimicifuga, la salvia e il trifoglio rosso invece sono utili perché contengono isoflavoni. Gli isoflavoni vengono anche chiamati fitoestrogeni perchè si pensa che svolgano nell'organismo un'azione simile agli estrogeni femminili.
Come già accennato nella sezione dieta e menopausa, una delle fonti principali di isoflavoni nell'alimentazione è sicuramente la soia (Glicine max). Gli estratti dalla soia "sembra" siano in grado di diminuire le vampate di calore.
Altre piante che possono avere un'utilità nell'alleviare i sintomi della menopausa sono: la cardiaca (Leonurus cardiaca) che ha un'attività sedativa a livello generale e cardiaco simile a quella della valeriana; il mirtillo nero (Vaccinum myrtillus) utile per la protezione dei vasi sanguigni e l'equiseto (Equisetum arvense) usato come remineralizzante nei casi di artrite e fragilità ossea.

Attenzione: le piante medicinali possono avere effetti collaterali: ad esempio la cimicifuga non va assunta se si è sofferto di malattie neoplastiche; l'iperico interagisce con alcuni farmaci, ecc. Prima del loro uso sentire il parere del medico o di un erborista di fiducia. Raccogliere le piante spontanee solo se si è certi di conoscerle.






 







 



 


 


C. Schroeder - 1882

La Storia del Forcipe

Se l'Ostetricia rimase per tanto tempo nelle mani di donne ignoranti e se per altrettanto tempo i medici furono chiamati intorno alle partorienti soltanto a feto morto o creduto morto, si deve dare la causa alla tarda scoperta del forcipe. Celso, dottissimo medico romano, parlò dell'Ostetricia operativa come di un ramo della Chirurgia, e le sue indicazioni riferì sempre soltanto ai casi di parto a feto morto.

Viceversa la consuetudine universale di chiamare l'ostetrico solo nei casi più tristi faceva, che le partorienti s'impaurissero di lui. E ne avevano motivo: perché, mancando egli di uno strumento innocuo e valevole ad estrarre la testa fissa nel bacino, giunto dall'ammalata non poteva altro, che provare il rivolgimento. Se questo non era più possibile, l'unica risorsa stava nel praticare la perforazione del cranio e nel fare l'estrazione cogli uncini acuti. "And this expedient" dice lo Smellie  "produced a general clamour among the women who observed, that when recourse was had to the assistance of a manmidwe, eiter the mother or child, or both, were lost." "Questo espediente - di chiamare il medico - incuteva paura a tutte le donne, perché sapevano che allora o la madre o il feto o tutti e due dovevano essere perduti" ed esse piuttosto mettevano sé e il prodotto del loro concepimento nelle mani di una levatrice, che almeno faceva niente.

Ma quando uomini di un'abilità incontestabile, cominciarono in Francia ad occuparsi in particolare d'Ostetricia così da farne una vera specialità, si sentì più forte ancora il bisogno di avere un mezzo inoffensivo e capace di estrarre la testa. Trovatolo, crebbe subito l'importanza dei medici: le levatrici cessarono di esser sole ad occuparsi dei parti, e si restrinsero ad assistere quelli che decorrevano normali.

Abbiamo già detto a pag. 191 come, perché mancava il forcipe, gli ostetrici più esperimentati preferissero in molti casi le presentazioni podaliche a quelle di vertice. Così il Peu (1694) dice chiaro, che le presentazioni di vertice, specialmente se durano a lungo, possono riuscire pericolosissime, e che in tali casi è da desiderarsi una presentazione anormale, in cui il parto si termina col rivolgimento. Nella stessa maniera si esprimono il Dionys (1719), in Olanda il Deventer (1701) ed in Germania Giustina Siegemund (1690). Questa dice: "Ich muss bekennen, ich gehe viel Iieber zu Hülffe, wo die Kinder unrecht zur Geburt stehen als auf solche verharrete Art. Denn wann die Kinder unrecht kommen, da man sie wenden muss, ist keines Hakens nöthig; aber solche rechtstehende, hartan- getriebene Kinder können mit meinem Wissen von der Mutter nicht anders, als mit Ziehung eines Hakens gebracht werden, wann die Mutter schon von Kräfften kommen und nicht weit mehr vom Tode ist." "Debbo confessare, che vado molto più volentieri quando sono chiamata per una presentazione anormale, che quando sono richiesta perché il feto rimase col capo primo arrestato per via. Imperciocchè, se si presenta male, siccome bisogna fare il rivolgimento, non si ha da ricorrere agli uncini. Quando si presenta bene e resta a mezza strada, io non conosco altra maniera che l'uso degli uncini per estrarlo, ma la madre allora è già sfinita e molto vicina a soccombere." Il de la Motte (1721) accentua ancora di più le cose: "cette situation (la presentazione di vertice) se rend la plus inquiétante et la pire de toutes, puisque je n'en connais aucune où un chirurgien experimenté dans la pratique ne puisse accoucher la mère d'un enfant vivant, au lieu qu'il se trouve alors souvent réduit à voir périr l'enfant et mème la mère dans cette situation si preconisée, les préceptes de la religion chrétienne liant alors les mains à l'accoucheur et l'empéchant de metter en usage les moyens que son art a pu jusqu' à présent lui suggérer en ces rencontres pour sauver la mère" "questa presentazione è la più inquietante e malaugurata, poiché, io non ne conosco alcuna, in cui un chirurgo destro e pratico non possa terminare il parto con un feto vivente, mentre in questa può trovarsi soventi volte ridotto a veder morire la creatura e perfino la madre, perché s'aggiunge ancora la religione cristiana a legargli le mani ed a vietargli di mettere in opera quei mezzi che fin ora l'arte ha potuto suggerire, per salvare in questi frangenti almeno la vita della partoriente."

Gli ostetrici non si limitarono a vane querele sulla loro impotenza, ma si dettero a studiare un mezzo di estrazione che fosse inoffensivo. Il merito di avere per il primo tentato di estrarre dolcemente la testa con uno strumento introdotto in vagina spetta a Pietro Franco (1561), ma tanto il suo ferro (speculum a tre valve) come il suo procedimento erano ben poco atti allo scopo. l tentativi si moltiplicarono, quando nel mondo scientifico si sparse la notizia, che nella famiglia Chamberlen d'Inghilterra si conosceva un mezzo siffatto, e che lo si teneva segreto. Fra gli altri Giovanni von Hoorn (1715), nella nota 27 e 28 della sua opera "Wehemutter" descrisse varie operazioni, che in parte erano destinate a respingere le parti materne sulla testa quando questa si presentava, in parte ad esercitare sulla testa una debole trazione e crede che dovessero essere le manualità, a cui accennava il dott. Ugo Chamberlen nella prefazione che fece alla traduzione inglese del libro del Mauriceau. Altri, come p. es. il Deventer, si servivano di bende o di lacci di tela, che portavano a fatica dietro la testa per trarla in basso; anzi lo Smellie descrisse insieme col suo forcipe anche questi "fillets" e nel suo Atlante alla tav. 38 dà il disegno di uno più in uso. Anche, il De Lamotte (1721) si lodava di aver trovato un mezzo diverso da quelli, già stati proposti per questi casi gravi. Era poi il rivolgimento, che nelle sue mani abili riuscì anche essendo la testa allo stretto inferiore. Egli poté col rivolgimento terminare il parto sopra una donna in travaglio da 10 giorni e 10 notti, ed estrarne un bambino maschio, asfittico, il quale si riebbe. Finalmente nel 1723 il Palfyn, Chirurgo di Gand, presentò all'Accademia di Medicina di Parigi, il primo istrumento ufficialmente conosciuto, istrumento analogo ad un forcipe e destinato all'estrazione inoffensiva della testa.

Sembra impossibile, che ci sia andato tanto a trovare un ferro a prima vista così semplice. Ma la spiegazione si ha nelle idee false, che dominavano sul cosiddetto inchiodamento della testa. P. es. Lo stesso De Lamotte dice a proposito dello strumento del Palfyn "… que le chose étoit autant impossible que celle de faire passer un cable par la trou d'une aiguille, en effet comment un instrument d'acier ou autre pourroit-il ètre porté à l'androit où cette tete est arrètée ou enclavée de telle manière qu'on ne put introduire une sonde pour procurer l'évacuation de l'urine retenue depuis plusieurs jours, non plus qu'une canule pour un lavement, pas mème une feuille de myrthe, comment, dis-je, pourroit-on passer cet instrument et lui faire jouer son jeu si à propos que l'enfant fut tiré du peril auquel l'étroitesse des parties l'ont exposé ? " "…la cosa deve essere tanto impossibile, quanto il far passare una gomena per la cruna di un ago. Difatti, come si potrebbe portare un istrumento d'acciaio o d'altra materia, là dove la testa si trova arrestata ed inchiodata, se talvolta non si può né introdurre un catetere in vescica per estrarre l'orina di parecchi giorni, né far passare una cannula per dare un clistere, né una fogliolina di morteIla fra la testa e le parti d'intorno ? Come, chiamo io, si potrebbe applicare quivi un istrumento di tal genere, con speranza che faccia buona presa e liberi la testa dalla stretta, in cui la tengono le parti materne ? " e poi soggiunge, convinto dell'importanza di una scoperta simile: "si la chose était vraye autant qu'elle est fausse, que cet homme, morrut sans rendre cet instrument public, il mériterait qu'un ver lui devorast ses entrailles pendant l'éternité, par rapport au crime qu'il feroit de ne pas donner un moyen de sauver Ia vie à un nombre infini de pauvres enfans qui la perdent par le défaut d'un tal secours ; toute la science humaine n'ayant pu le trouver jusqu'à présent" "se con somma fortuna la cosa fosse vera, come con altrettanta disgrazia è falsa, e quegli fosso morto senza far conoscere pubblicamente questo istrumento, egli meriterebbe che un verme gli rodesse le interiora per tutta l'eternità, per il delitto di non aver procurato un mezzo capace di salvare la vita ad un numero infinito di povere creature, che se ne vanno per mancanza di soccorso, chè fin ora nessuna scienza l'ha potuto trovare" e non gli passava per il pensiero quanto colpissero giusto le suo parole.

Imperocchè erano già quasi 75 anni, che questo strumento così bramato, renduto quasi perfetto, andava celatamente fra le mani dei Chamberlen. Si era cercato di indovinare in che cosa consistesse il segreto (secondo l'Exton sarebbe stato una varietà particolare di rivolgimento, secondo altri un preparato d'oppio, secondo altri uno speculum uterino, secondo altri ancora una semplice leva) quando nel 1815 lo si trovò casualmente nella casa occupata una volta dalla famiglia Chamberlen. In Woodham ad Essex in un armadio chiuso si trovarono alcune lettere del Chamberlen, alcune leve, vari forcipi che, senza avere la curvatura pelvica, si distinguevano per la loro marcata curvatura cefalica. Le cucchiaia erano fenestrate, le branche si incrociavano, l'articolazione ed il manico erano quelli delle cesoie ordinarie (v. fig. 101).

 
 

In qual anno sia stato costrutto il primo forcipe (probabilmente già nella prima metà del secolo XVII) non si può più sapere: egli è sicuro che l'inventore ne fu Pietro Chamberlen - nato nel 1601 e morto nel 1683. - Dei Chamberlen ce n'è una fila. Questa famiglia ha dato per parecchie generazioni dei medici, che fecero tutti da ostetrico a Londra, e molti ebbero lo stesso nome di battesimo. Così il padre ed il nonno dell'inventore del forcipe si chiamavano anche Pietro. L'inventore dovette essere un grande ingegno ed ottenne moltissimi diplomi per scoperte le più differenti; ebbe 14 figliuoli, dei quali Ugo e Paolo furono ostetrici ricercati. Paolo era un ciarlatano, Ugo cercò di far rendere il più possibile l'eredità del padre, il forcipe.

 
 

 
 

 
 

Per questo nel 1670 andò a Parigi per venderlo al prezzo di oltre 30.000 lire. Disgraziatamente capitò a farne la prova sopra un bacino disadatto, cioè sopra un bacino molto ristretto e dopo che il Mauriceau aveva già tentato in tutte le maniere di terminare il parto. La donna morì, senza essersi sgravata, per le lesioni che aveva riportato all'utero. Ritornò a Londra, senza aver fatto il contratto, e si mise a tradurre in Inglese l'opera del Mauriceau. La sola clientela londinese gli rendeva 30.000 lire. Nelle note al libro parlò del suo segreto, dicendo che suo padre, i suoi fratelli e lui avevano un mezzo per estrarre senza uncini e senza rivolgimento la testa in presentazione di vertice, e che se non lo rende pubblico è perché non dipende tutto da lui. Nel 1688 Ugo Chamberlen, essendo partigiano di Giacomo II, dovette emigrare e si rifugiò in Olanda, dove vendette il suo segreto al Roonhuysen. Se sopra la famiglia Chamberlen pesa l'onta di avere per sordido egoismo celata per tanti anni una scoperta così utile alla umanità, la storia del forcipe in Olanda è ancora più vergognosa. Quasi non bastasse che il segreto si trasmettesse a contanti dall'uno all'altro, ad Amsterdam nel 1746 comparve un decreto del Collegio medico-farmaceutico, che vietava di assistere i parti a coloro i quali non provassero di conoscere questa scoperta e la scoperta si pagava agli esaminatori con una grossa somma di danaro. Si aggiunse, a mettere il colmo al traffico turpe, che Jacopo di Wisscher ed Ugo di Poll la comprassero, la pubblicassero ma che fossero ingannati nel contratto: cioè non era stato loro venduto il forcipe, di cui si servivano con profitto il Roonhuysen e i suoi allievi, ma soltanto una delle cucchiaia, la leva.

In questo frattempo in Inghilterra il forcipe era venuto a mano di altri ostetrici. Così, p. es., l'usava il Drinkwater, che dal 1668-1728 esercitò l'Ostetricia a Brentford. Il Chapman scriveva già nel 1733: "That the secret mentioned by Dr. Chamberlen was the use of forceps, now well known by all the principal men of the profession both in town and country" "il segreto del Dott. Chamberlen consisteva nell'uso del forcipe, ora conosciuto quasi da tutti quelli, che esercitano la medicina tanto nelle città come nelle campagne" ma intanto diede la figura del suo solamente nella seconda edizione (1735) della sua Opera. Edoardo Hody nel 1735 pubblicò una raccolta di casi tolti dalla pratica di William Giffard, morto nel 1731, il quale molte volte si era servito del così detto "Extractor" strumento similissimo al forcipe del Chapman. In questa pubblicazione è raffigurato ancora un altro forcipe, quello del Freke.

Come abbiamo detto più avanti, nel 1723 il Palfyn anatomico e Chirurgo a Gand, senza sapere, benché se ne parlasse, del trovato dei Charnberlen (altrimenti avrebbe fatto di meglio) presentò all'Accademia di Medicina di Parigi una specie di forcipe consistente in branche parallele, colle cucchiaia non finestrate e con una forte curvatura cefalica (v. fig. 102). Siccome se ne trova già la figura nella seconda edizione della Chirurgia dell'Heister pubblicata nel 1724 ad Helmstädt, così il Palfyn deve essere riguardato come il primo che disinteressatamente abbia fatto conoscere un forcipe a due cucchiaia. Il forcipe del Palfyn fu migliorato di molto da un ostetrico francese, dal Dussé, e più tardi dai due Grégoire - padre e figlio.

In Francia e in Inghilterra il forcipe non entrò universalmente nella pratica che quando il Levret e lo Smellie, ciascuno in una maniera differentissima, l'ebbero grandemente perfezionato. Il Levret lo fece fare molto lungo, colla curvatura pelvica (1751) e con un'articolazione molto semplice (1760), articolazione a perno: vi fece fare i manici sottili di ferro terminanti ad uncino (v. fig. 103). Quello dello Smellie (1752), cortissimo, ha per contro i manici grossi e in legno; l'articolazione è ad incastro semplice, tutto il forcipe è coperto di cuoio (v. fig. 104). Gli Inglesi ed i Francesi, stettero a queste due forme - il Johnson nel 1769 vi aggiunse ancora una terza curvatura, la perineale, ma fu presto abbandonata, ed i Tedeschi, per quanto tardi si sia il forcipe generalizzato fra loro, vi recarono ancora dei miglioramenti importanti.

La Germania era rimasta indietro rispetto allo slancio, che l'Ostetricia aveva preso in Francia ed in Inghilterra fra le mani di uomini pieni d'ingegno e d'entusiasmo. Qui per un buon tratto del secolo XVIII rimase ancora esclusivamente alle levatrici, le quali, al solito, chiamavano i medici quando non sapevano più come sbrigarsi. L'Heister, celebre chirurgo, aveva già nel 1724 fatto conoscere in Germania le cucchiaia del Palfyn, ed il Boemer nel 1746 il forcipe Grégoire in una Monografia del Manningham, facente parte della pubblicazione a cui egli attendeva. Il forcipe Grégoire fu anche raccomandato dal Thebesius, allievo del Fried il seniore di Strasburgo alla importanza della cui scuola l'Ostetricia tedesca deve la sua riforma. Ma fu Stein il seniore che per il primo nel 1767 consigliò caldamente e generalizzò colla sua autorità l'uso del forcipe Levret cogli ultimi perfezionamenti. Modificazioni importanti aggiunsero ancora J.D. Busch nel 1796 che al principio dei manici fece mettere due alette ad uncino per facilitare lo trazioni ed il Brünninghausen (1802), che conservò le due alette e introdosse un altro modo d'articolazione eccellente. F. C. Naegele più tardi rendette il forcipe del Brünninghausen più leggero e più elegante, cosicché soddisfa a quasi tutte le esigenze.

Oltre quelli di cui abbiamo parlato, se ne costruirono una infinità di altri, dei quali alcuni presentano una certa utilità altri sono sbagliati nel concetto ed inservibili nella pratica. Subito dopo che il forcipe fu conosciuto, gli ostetrici tanto si arrovellarono per perfezionarlo, che già nel 1767 Stein il seniore diceva non esservi alcun istrumento di chirurgia che avesse subito tante modificazioni. Dai tempi dello Stein di forcipi se ne videro ancora molti e molti altri: il Kilian nel 1840 affermava di conoscerne 130 e adesso sorpassano i 200. L'anno più fecondo fu il 1833 in cui ne furono descritti 15 nuovi.

Ultimamente il Tarnier colla invenzione del suo forcipe ha dato motivo a che si costruissero una quantità di istrumenti, nei quali la forza traente agisce non sui manici ma direttamente sopra le cucchiaia.

Il forcipe è uno strumento tanto importante che la pratica ostetrica delle campagne si impronta dal suo uso. Per questo riguardo lo sviluppo della ostetricia in Germania è direttamente opposto a quello dell'Inghilterra, mentre in Francia hanno allargate sempre di più le indicazioni del forcipe. Nella Gran Brettagna dove la scuola di Dublino ha sempre dettato fin ora le norme per l'uso del forcipe, il forcipe veniva prima applicato rarissimamente e soltanto quando la testa si trovava al distretto inferiore. Ma in questi ultimi anni si è compiuto un grande rivolgimento e mentre una volta all'ospedale Rotunda lying-in si aveva una applicazione di forcipe sopra 700 parti, da qualche tempo se ne ha una sopra 11,8. In Germania invece si terminavano prima una grande quantità di parti in bacini ristretti colle più difficili e pericolose operazioni di forcipe, anzi era già entrato in usanza di giudicare del grado di ristringimento dalla difficoltà che si incontrava nel praticare la estrazione col forcipe. Io ho parlato contro questo stato di cose nel 1867. Dopo di allora nei bacini ristretti fu quasi interamente abbandonato ed è riservato ai tempi presenti di determinare i casi nei quali debba essere applicato quando la presentazione sia di vertice e la testa debba confrontare i diametri suoi coi diametri ristretti del distretto superiore.

 
 

Per la storia sul forcipe v. G.F. Danz, Brevis forc. obst. hist. Giess. 1790. - J. Mulder, Hist. lit. et crit. forc. et vert. obst. Lugd. Bat. 1794, trad. di J. W. Schlegel, Leipzig 1798, con incisioni in rame. - J. Lunsingh Kymmel, Hist. lit. et crit. forc. obst. ab anno 1794 ad nostra usque tempora, Groning. 1838, con fig. (è una continuazione dell'opera del Mulder). - Ed. v. Siebold, Abhandl. aus dem Gesammtgebiete der Geb. 2.e ediz. Berlino 1835, pag. 243, e Versuch einer Gesch. der Geburtshülfe vol. 2.° Berlino 1845. pag. 267 e seg.

 
 

v. Medico-Chirur. Transact. London 1818, vol. IX, pag. 181; Edinb. med, and surg. J. vol. XL, 1833, pag. 339, e Siebold's, J. f. Geb. vol. XIII. pag. 540, con figure

v Obst. J. of Gr. Britain. September 1873, pag. 395, e January 1875, pag. 641.

v. Obs sur la grossese. Osservazione 26.a pag. 23.

 
 


 
 

7 ago 2010

Quotidiano Net - Gli italiani non sanno godersi le vacanze Nasce la 'Gustofia'


Quotidiano Net - Gli italiani non sanno godersi le vacanze Nasce la 'Gustofia'


 

METE ESOTICHE SI',MA CON PRUDENZA

Vademecum dell'ospedale milanese "Sacco"


 

Vacanze esotiche sì, ma con prudenza. Ecco i consigli per un'estate senza rischi del dott. Giuliano Rizzardini,direttore del dipartimento di malattie infettive dell'ospedale milanese "Sacco".

  1. Vaccinazioni: informarsi su quelle obbligatorie e farsi consigliare sulle facoltative secondo i Paesi in programma di viaggio.
  2. Non dimenticate la tessera sanitaria europea,valida per i Paesi dell'Unione Europea per usufruire dei servizi. Per le altre nazioni,occorre una polizza assicurativa personale
  3. Non scherzare su cibo ed acqua:curare l'igiene delle mani, non assumere cibi crudi, conservare quelli cotti in frigorifero,accertarsi che l'acqua utilizzata sia potabile ed in caso di dubbio bere solo bottiglie confezionate, non assumere ghiaccio se non sicuri si tratti d'acqua potabile.
  4. Contro gli insetti,indossare abiti chiari, niente profumi, non uscire all'alma ed al tramonto, alloggiare in stanze con aria condizionata,zanzariere alle finestre ed eventualmente quelle sopra il letto.
  5. Rischio altro di contrarre malattie sessuali, come hiv/aids,epatite B,sifilide,gonorrea.
  6. Farmaci già in uso,in quantità sufficiente per l'intero soggiorno,poi disinfettanti,bende,cerotto,termometro,antidolorifici,antiasmatici,antistaminici locali e generali,antibiotici a largo spettro.
  7. La gravidanza non preclude la vacanza a meno di particolari condizioni di salute pregresse. Sconsigliate le vaccinazioni nella gestazione. Non recarsi in Paesi ad elevata diffusione infettiva.
  8. Al rientro,non sottovalutate disturbi strani, come febbre,stanchezza. Parlatene col medico,subito.
  9. Siti di riferimento www.viaggiaresicuri.it (Ministero degli Esteri),www.cdc.gov (Center for Diuseases Control and Prevention, www.who.itr (Organizzazione Mondiale Sanità).

GIAN UGO BERTI


 

(riproduzione vietata)

4 ago 2010


ERNIA AL DISCO: A PISA,OPERATO E DIMESSO IN 24 ORE


 


 

Nuova tecnica per l'ernia intraforaminale. Il parere del direttore della 2° Neurochirurgia all'Azienda Ospedaliera Universitaria, Riccardo Vannozzi


 


 


 

PISA – Quando piglia quel dolore al gluteo od alla gamba od a volte lombare, è davvero insopportabile. Il termine,buttato lì, "ho un po' di sciatica,forse è una punta d'ernia al disco",evoca scenari difficili nell'immaginario collettivo (" non me la sento di farmi operare" e poi ,con un sospiro, "chissà quanto tempo dovrò rimanere a letto!"). In effetti, è una situazione che può condizionare fortemente ed a lungo la vita quotidiana. Tante piccole cose,anche nell'igiene personale, diventano difficili,per non parlare del lavoro e dei rapporti sociali. Di rado è la conseguenza di un trauma, sovente è legata alla degenerazione del disco,cioè il cuscinetto fra una vertebra e l'altra, che s'indurisce piano piano, così come capita alle sospensioni dell'auto.


 

Un primo dato positivo: "Buona parte dei casi – spiega il direttore della seconda Unità Operativa di Neurochirurgia, all'Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana – va incontro a risoluzione spontanea o con terapia conservativa come lo stesso riposo,l'impiego di farmaci antinfiammatori o la fisiocinesiterapia. Nella restante parte della casistica, si rende invece necessario l'intervento chirurgico".


 

"Ma anche qui –aggiunge Vannozzi – ci sono importanti novità. E' la microerniectomia (asportazione dell'ernia sotto magnificazione macroscopica). Un particolare tipo di ernia,detta "intraforaminale", richiede sovente il sacrificio di un'articolazione vertebrale lombare, con rischio di lombalgia cronica post-operatoria o peggio, di conseguente instabilità vertebrale".


 

Presso l'unità operativa pisana viene effettuato un intervento microchirurgico per via controlaterale, che risparmia la suddetta articolazione,a parità di risultato finale (rimozione dell'ernia discale,remissione della sciatalgia o della cruralgia).


 


 


 


 


 

"A decorso regolare – conclude Vannozzi – il paziente viene mobilizzato il giorno successivo all'operazione e quindi dimesso".


 


 


 

GIAN UGO BERTI


 

(riproduzione vietata)



 


 


 


 

MANGIARE IN FAMIGLIA,FA BENE ALLA SALUTE


 

I risultati di una ricerca americana. Un concetto molto chiaro già ai nostri nonni.


 


 


 

ROMA – Forse i nostri nonni non conoscevano la moderna medicina,ma supplivano con il buon senso alle esigenze quotidiane:mangiare tutti insieme in famiglia era un rito irrinunciabile e positivo. Gratificava il rapporto affettivo, il rispetto di ciascuno,favoriva il buon umore,lo scambio d'idee, l'appetito e dunque la salute.


 

Alle stesse conclusioni giunge ora uno studio americano pubblicato su lattendibile@assolatte,organo d'informazione di Assolatte,l'Associazione italiana che rappresenta le imprese operanti nel settore lattiero caseario, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.


 

Un frequente consumo di cene in famiglia – si precisa – è associato con migliori rapporti nutrizionali,incluso un maggior consumo di frutta e verdura, un minor consumo invece di cibi fritti, bibite zuccherate e grassi saturi e trans. La presenza dei genitori al pasto serale,inoltre, viene associata con un minor rischio di un basso consumo di frutta e verdura e di prodotti lattiero caseari e con una minor probabilità di saltare la colazione mattutina.


 

Condividere i pasti con i familiari sembra comunque avere, sui ragazzi, una serie di ripercussioni positive che vanno ben oltre le abitudini alimentari. In particolare – si apprende – un elevato numero di pasti in famiglia è stato associato,nelle ragazze,con un ridotto rischio di pratiche non salutari per il controllo del peso corporeo.


 


 


 


 


 

In sintesi,si conclude,seppur tali osservazioni derivino per la maggior parte dagli Stati Uniti dove le consuetudini alimentari sono diverse dalle nostre ed i pasti molto più destrutturati, esse possono in ogni modo rappresentare un importante spunto di riflessione anche per noi.


 

Conclusioni:la saggezza degli avi supera il tempo e lo spazio. Anche su questo sarebbe opportuno riflettere, soprattutto per non dimenticare.


 


 

GIAN UGO BERTI


 

(riproduzione vietata)

2 ago 2010


A PIEDI NUDI IN PISCINA, VERRUCHE IN AGGUATO


 

Meglio sandali o scarpette anche al mare o sotto la doccia. I suggerimenti di Teresa Sichetti, del Centro di Dermocosmesi Laser Assistito all'Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana


 


 


 


 


 

PISA - E' lo stesso virus coinvolto nella formazione del cancro all'utero,ma quando è sulla pelle è tutta un'altra cosa. Nemmeno confrontabile con la prima, statene sicuri,certo si dimostra responsabile d'una situazione fastidiosa e contagiosa. Parliamo qui di verruche, provocate appunto dall'azione del papillomavirus.


 

Non importa andare al mare per beccarsele. Basta una piscina, i suoi bordi,le comuni docce. Colpiti sono ovviamente mani e piedi, non di rado ne fanno le spese palpebre e genitali. Spesso ci si accorge della loro presenza perché prudono e fanno male. A volte tutto passa sotto silenzio. Il problema è che sono contagiose. Uno se le gratta, poi si strofina inconsapevolmente il viso od un'altra parte del corpo e,il più delle volte,il gioco è fatto.


 

Diciamo il più delle volte, perché l'attecchimento sulla pelle è anche un fatto di predisposizione genetica. In pratica, due persone che frequentano gli stessi ambienti possono contrarle oppure no. Può essere in sostanza un problema d'anticorpi e quindi avere un ruolo la presenza di altre malattie concomitanti, capaci di ridurli di numero e potenzialità difensiva.


 

Non va dimenticato, comunque, come una pelle sana,ben idratata e non lesionata da ferite od abrasioni rappresenti,di per sé,un ostacolo efficace contro l'attecchimento, rispetto ad una cute macerata o maltrattata.


 

La prudenza non è,in ogni caso,mai troppa. Consigliabile è non camminare a piedi nudi in luoghi comuni, frequentati da altra gente,anche in casa. E' la realtà, apparentemente strana,ma vera.


 


 


 


 

Usare allora sempre scarpette o sandali. Non indossare scarpe da tennis o di plastica,bensì calzature leggere,aperte, di tela o di pelle fine, così da facilitare la traspirazione del piede. Se vogliamo le scarpe da tennis, scegliamole di spugna,capaci d'assorbire il sudore.


 

Quali cure? Secondo la dott.ssa Teresa Sichetti, responsabile del Centro di Dermocosmesi Laser Assistito all'Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, la scelta deve essere legata alle caratteristiche del singolo caso. Se sono una o due soltanto, meglio ricorrere all'impiego del laser all'anidride carbonica per la bruciatura. Se il numero fosse decisamente superiore, è buona norma invece fare ricorso alla terapia fotodinamica con l'uso di una particolar crema ed un'apposita lampada,sotto controllo medico. Da non trascurare,infine, la crioterapia ovvero il ricorso al ghiaccio.


 


 

GIAN UGO BERTI


 

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ADDORMENTARSI E MORIRE:

LA SINDROME DI ONDINE


 

Malattia genetica in cui manca il gene del controllo della respirazione durante il sonno.

La maledizione della ninfa al marito traditore. Un caso ogni ventimila nati


 


 


 


TREVISO – Il caso più recente è di una bambina di appena cinque anni a Treviso, ma non pochi sono quelli già presenti nel nostro Paese. Si smette di respirare appena ci si addormenta. Ogni ventimila nati all' anno in Italia,uno presenta questo disturbo ( circa una ventina, sebbene alcuni casi si possano riscontare fra gli adulti).


 

E' un disturbo grave del sonno che rientra nella categoria delle ipoventilazioni alveolari centrali,dove il controllo vegetativo della respirazione risulta assente. Si chiama sindrome di Ondine e trae origine da una leggenda, quella delle bellissima ninfa di nome Ondine, con il privilegio di essere immortale. Lawrence era un giovane e bel cavaliere. S'innamorarono e si sposarono, con il giuramento da parte d'eterna fedeltà.


 

Il giorno che lo scoprì in flagrante dentro le scuderie, Ondine lanciò la maledizione:"Con ogni respiro mi hai parlato del tuo amore. D'ora in poi, fino a quando rimarrai sveglio respirerai, ma non appena ti addormenterai ti dimenticherai di respirare e sarai destinato ad una morte tragica."


 

I sintomi sono ipoventilazione,apnee,apnee,convulsioni.cianosi,disturbi della personalità. La mutazione del gene malato colpisce il sistema nervoso simpatico,responsabile di meccanismi normalmente automatici nel corpo. Da qui altri disturbi con difficoltà digestive,battito cardiaco irregolare,strabismo.


 


 


 


 


 

A volte le cause possono essere invece traumatiche (a carico del midollo spinale). Esiste comunque un test genetico per evidenziarla. Già da anni all'ospedale Gaslini di Genova,con un semplice esame di sangue, riescono a riconoscerla. Si è in grado di ricavare il DNA ed una diagnosi immediata. Così, può iniziare precocemente un trattamento con diminuzione dei danni cerebrali. Utile il test è anche per scoprire portatori sani in assenza di disturbi.


 


Circa le cure,si parla sempre di dispositivi meccanici capaci di generare una respirazione indotta( solitamente è la struttura sanitaria pubblica locale ad intervenire scegliendo e supportando i più opportuni). Sono disponibili i pace – maker interni che emettono dei regolari impulsi elettrici (come per quelli cardiaci),in grado di muovere il diaframma (il grande muscolo che separa le cavità toracica ed addominale),consentendo così una regolare respirazione. I necessari interruttori esterni rappresentano l'altra faccia della medaglia: soluzione che però richiede un preventivo atto chirurgico. Abbiamo poi le maschere (bi-pap), tipo quelle impiegate dai sub, con il rischio che possano scivolare durante il sonno. Infine il ventilatore, per la cui installazione è indispensabile praticare la tracheotomia. In negativo, il rischio che il bimbo se la possa strappare durante il sonno, che si riempia di muco e la cicatrice permanente sul collo.


 

Per informazioni aisicc.cchs@virgilio.it


 


 

GIAN UGO BERTI


 

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1 ago 2010


The Good Samaritan Foundation
>Atti della XVIII Conferenza Internazionale - 1. La storia della depressione


 

 

Segunda Sessione: La luce della fede nel mondo della depressione

1. La storia della depressione

Pare che il medico greco Ippocrate, vissuto tra il V ed il IV secolo a.C., si sia recato un giorno a casa del filosofo Democrito i cui amici ritenevano che stesse dando prova di squilibrio mentale. Lo trovò intento a compiere dissezioni sugli animali e a contemplarne i visceri. In tale occasione il filosofo greco, quasi volesse giustificare il suo comportamento, avrebbe detto al medico che anch'egli nutriva un certo interesse circa la natura e le cause della pazzia; avrebbe inoltre aggiunto che volendo scrivere sull'argomento aveva sezionato quegli animali non in dispregio agli dèi, ma per ricercare la sede e la natura della bile al cui eccesso si attribuiva comunemente la causa della pazzia.

All'epoca di Ippocrate la bile, sia gialla che nera, era ritenuta strettamente collegata alle anomalie del comportamento, potendosi distinguere ad esempio temperamenti collerici e temperamenti melanconici a seconda che fosse prevalente l'uno o l'altro fluido. Del resto la bile gialla e la bile nera erano allora considerati, insieme al sangue e al flemma, gli umori fondamentali dell'organismo umano, capaci di assicurare, fin quando si mantenevano fra di loro in perfetto equilibrio ed armonia, la salute fisica e psichica dell'individuo.

In particolare la bile nera o atrabile (in greco: melagkolia) era descritta come un fluido denso, freddo, scuro e irritante; si pensava che avesse sede nella milza e che potesse prodursi anche per evaporazione della componente acquosa degli altri umori. Essa era considerata affine alla terra, anch'essa secca e fredda; era inoltre collegata all'autunno e all'età presenile. La bile nera, qualora avesse preso il sopravvento sugli altri fluidi, poteva fuoriuscire dalla sua sede naturale, infiammarsi, corrompersi e infine ottenebrare la mente. La malinconia, così prodottasi per eccesso e alterazione di un umore corporeo, presentava soprattutto sintomi psichici quali: tristezza, timore, inappetenza, turbe del sonno, allucinazioni e deliri.

Per Ippocrate la terapia della malinconia consisteva nel riportare l'umore sovrabbondante in armonico equilibrio con gli altri tre; a tal fine consigliava un regime igienico-dietetico adeguato non disgiunto, soprattutto nel caso di pazienti poco collaboranti, dall'assunzione di farmaci (come l'elleboro e la mandragola) che per le loro proprietà purgative ed emetiche potessero eliminare l'eccesso di atrabile. Tali erbe erano di solito raccolte dai rizotomoi con particolari precauzioni e rituali, per le valenze simboliche che venivano unanimemente loro attribuite.

Comunque, in epoca postippocratica anche altre sostanze vegetali venivano utilizzate nella cura della melanconia; così, ad esempio, Crisippo di Cnido raccomandava il cavolfiore, Filistione e Plistonico consigliavano il basilico, Filagrio prescriveva una pozione a base di zenzero, pepe, epitema e miele.

Discepolo di Platone (427-347 a.C.), che aveva considerato alcuni tipi di follia come un dono degli dei, Aristotele (384-322 a.C.) associò la melanconia alla genialità, sostenendo che un eccesso di atrabile poteva aiutare artisti, filosofi e anche politici a eccellere nel loro campo. Per Aristotele inoltre il cuore, principale centro vitale e sede del sensorium commune, mandava i vapori caldissimi prodotti al suo interno verso il cervello, il quale provvedeva a raffreddarli e condensarli; in tal modo l'attività del cuore poteva a sua volta essere rinfrescata e calmata.

Ad Alessandria, in epoca ellenistica, Erofilo ed Erasistrato, esperti di anatomia, rivalutarono il cervello localizzandovi le funzioni intellettive. Erasistrato in particolare si sarebbe occupato anche di melanconia, diagnosticandone con successo una forma "amorosa" nel principe Antioco, innamorato della seconda moglie di suo padre; la cura sarebbe stata in questo caso il raggiungimento dell'oggetto d'amore, come in affetti avvenne col consenso del padre a ciò consigliato dal medico.

A Roma, nel I secolo a.C., Asclepiade di Bitinia, contrario alla dottrina umorale e seguace della teoria solidistica, prescriveva ai melanconici vari tipi di bagni, dieta, ambienti bene illuminati; consigliava inoltre di tenere nei confronti di tali pazienti un atteggiamento rassicurante e incoraggiante. Nella stessa epoca l'enciclopedista Aulo Cornelio Celso descrisse nel De Medicina alcune cure in uso contro l'insonnia dei melanconici: applicazione sulla testa di unguento a base di zafferano e di giaggiolo, posizionamento sotto le orecchie di frutti di mandragola, somministrazione di decotto di papavero o di giusquiamo, applicazione di ventose scarificanti alla nuca.

Lucio Anneo Seneca, filosofo vissuto tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., diede un'accurata descrizione della melanconia e fornì a coloro che ne erano affetti suggerimenti sotto forma di esortazioni e consolazioni.

Rufo d'Efeso nel I secolo d.C. si interessò alla melanconia che descrisse e suddivise in vari tipi caratterizzati dalla diversa localizzazione e azione dell'atrabile, descrivendone anche alcune forme deliranti Per quanto riguarda le terapie prescriveva norme igieniche e dietetiche, il salasso, un purgante a base di cuscuta, epitimo e aloe.

Sorano d'Efeso, vissuto tra il I e il II secolo d.C., si occupò anch'esso di melanconia che, seguendo la dottrina solidistica, attribuiva ad uno stato di costrizione delle fibre costituenti il corpo umano. Descrisse i sintomi principali della malattia: tristezza silenziosa con pianto immotivato, ansietà, prostrazione, disturbi gastrici, animosità verso i parenti. Come cura consigliava soprattutto dei cataplasmi da applicare in regione epigastrica o sul dorso a livello delle scapole; non trascurava neppure le prescrizioni di tipo psicologico-comportamentale, raccomandando ai parenti di far assistere il paziente a commedie allegre, occuparlo in passatempi che tengano sveglia la sua mente, di mostrare interesse e ammirazione per quanto riesce a fare.

Areteo di Cappadocia, vissuto nel II secolo d.C., si interessò in più occasioni della melanconia per la cui cura prescrisse farmaci purganti e colagoghi, consigliando anche bagni in acque che contenessero tra le altre sostanze: bitume, zolfo e allume. Areteo considerò la possibilità che ci fosse una predisposizione costituzionale alla melanconia e che lo stato malinconico costituisse l'estensione patologica di una normale condizione psicologica; affermò inoltre che tale malattia poteva guarire completamente oppure ripresentarsi ancora dopo diversi anni.

Claudio Galeno (130-200 d.C.), tenace assertore della dottrina umoralista, attribuì la malinconia all'eccesso di bile nera, distinguendone tre differenti tipi. Il primo era dovuto alla localizzazione prevalentemente encefalica dell'atrabile; il secondo era invece causato dalla diffusione di tale umore mediante il sangue a tutto l'organismo, encefalo compreso; il terzo infine era provocato dall'ingorgo del medesimo umore nella regione ipocondriaca con produzione di esalazioni tossiche capaci di salire fino all'encefalo e di influenzarlo. Descrisse la tristezza, l'ansietà ed anche i pensieri deliranti dei melanconici (un paziente, ad esempio, immaginava di essere costituito da conchiglie e aveva paura che i passanti le frantumassero; un altro temeva che Atlante, stanco di reggere il mondo sulle spalle, se lo scrollasse di dosso facendo così perire tutti). Consigliava ai pazienti un regime igienico-dietetico; dovevano ad esempio evitare gli alimenti che richiamassero il nero e l'acre dell'atrabile. Prescriveva però anche farmaci come, ad esempio, una miscela di piantaggine, mandragola, fiori di tiglio, oppio e rucola.

Gli autori vissuti in epoca immediatamente successiva a quella di Galeno (come Oribasio di Pergamo, Alessandro di Tralles o Paolo d'Egina) non si discostarono dall'impostazione generale di stampo ippocratico-galenico nell'interpretazione e nel trattamento della disturbi melanconici.

I padri della Chiesa, pur accettando in linea generale il sistema galenico, manifestarono frequentemente la tendenza a considerare la sintomatologia depressiva non come una malattia (la melanconia, imputabile a cause organiche e debellabile con un trattamento medico), ma come un peccato (l'accidia, imputabile a tentazioni diaboliche e debellabile con delle pratiche religiose). San Cassiano, ad esempio, descrisse nei monaci una condizione, favorita dall'esistenza solitaria, caratterizzata da tristezza e inquietudine che li rendeva oziosi e incapaci di assolvere ai loro doveri. In questi casi la cura più adatta poteva essere un atto di penitenza o una punizione correttiva. Comunque, per prevenire il peccato di accidia si consigliava di scacciare l'ozio con l'attività lavorativa, soprattutto quella richiedente un certo grado di impegno e fatica. Del resto il malinconico, che frequentemente dava l'impressione di avere in odio la vita stessa e di nutrire sfiducia nella misericordia divina, manifestava un atteggiamento certamente riprovevole per ogni buon cristiano. Il depresso poi, assorbito dai suoi timori e dalle suoi deliri, sembrava talvolta aver perso del tutto la ragione, il dono divino che differenziava l'uomo dalle bestie; tale situazione poteva essere facilmente interpretata come un segno della riprovazione divina nei suoi confronti, strettamente connessa alla condizione di peccatore.

I medici arabi, all'epoca del massimo splendore di tale civiltà (ultimi secoli del primo millennio e primi secoli del secondo millennio d.C.), si occuparono anch'essi della depressione, influenzati in genere dalle dottrine ippocratico-galeniche. Najab ud din Unhammad (vissuto tra il IX ed il X secolo) descrisse in particolare una forma caratterizzata dal comportamento taciturno e agitato con insonnia e antipatia verso i suoi simili; descrisse inoltre una seconda forma contraddistinta dalla tristezza e dall'ansietà; in entrambi i casi prescriveva norme igienico-dietetiche, bagni e talvolta salassi. Avicenna (vissuto tra il X e l'XI secolo) contrastò l'opinione che la sintomatologia depressiva derivasse dall'influsso di demoni, ritenendola una malattia curabile con cure mediche (prescrisse ad esempio l'iperico a tali pazienti). Del resto lo storico arabo Usama ibn Munqidh, vissuto nel XIII secolo, narrò della disputa tra un medico franco e un medico arabo circa il caso di una donna affetta da "consunzione"; il primo ne avrebbe dato un'interpretazione puramente organica ricorrendo a prescrizioni dietetiche, il secondo ne avrebbe dato invece un'interpretazione demoniaca ricorrendo a pratiche esorcistiche.

Costantino l'Africano, vissuto nell'XI secolo tra il nord-Africa e l'Italia, fu autore del trattato De melanconia, uno dei primi testi medici interamente dedicati alla depressione, nel quale la tradizione greco-romana si fondeva con gli apporti degli autori arabi. Della malattia erano accuratamente descritte la sintomatologia, le differenti forme cliniche e le varie cause; si passava poi ad illustrare il trattamento, prevalentemente di tipo igienico-dietetico (riguardante: la situazione climatico-ambientale, l'alimentazione, il bilancio tra ritenzione e espulsione delle materie organiche, l'attività fisica, il ritmo sonno-veglia, la sfera emotivo-passionale). Venivano comunque considerate anche le terapie farmacologiche, in genere a base di purganti o diaforetici, per espellere rapidamente e in maggior quantità possibile l'atrabile responsabile del quadro morboso; tra i rimedi vegetali erano citati: elleboro, scamonea, cassia, coloquintide, rabarbaro, timo, zafferano, mandorle e pistacchi.

Santa Ildegarda, badessa del monastero di Bingen in Germania, vissuta nel XII secolo, riteneva che la melanconia fosse strettamente collegata al peccato originale e direttamente provocata dal diavolo; contro tale condizione consigliava dei rimedi, considerati espressione della benevolenza divina, tratti dai tre regni della natura (ad esempio, un preparato in cui erano mescolati: sangue, malva, olio d'oliva e aceto).

Nell'Europa medioevale furono a lungo in auge nella cura delle malattie psichiche come di quelle organiche ricette che vantavano prodigiose virtù salutari derivate dalla rarità o preziosità degli ingredienti. Venivano spesso adoperati rimedi o pratiche terapeutiche che traevano la loro buona fama poiché si rifacevano a celebri medici del passato o a santi protettori di una particolare malattia; talvolta poi i farmaci erano prescritti in base a credenze magiche o a supposte influenze astrologiche.

Durante il Rinascimento la condizione depressiva cominciò ad essere considerata in modo diverso rispetto al Medioevo. In particolare il filosofo Marsilio Ficino (1433-1499), come del resto aveva già sostenuto Aristotele, definì il temperamento melanconico e gli accessi di malinconia una caratteristica dell'uomo di genio, versato nelle arti, nelle scienze e nella politica. Secondo il Ficino e il circolo neoplatonico a lui collegato, il malinconico era associato fin dalla nascita a Saturno, pianeta ambivalente capace sia di assicurare genialità e creatività che di causare inerzia ed ebetudine. Già da tempo l'astrologia aveva sostenuto che i vari astri influenzavano la vita di coloro che nascevano sotto il loro segno; così i nati sotto Giove erano sanguigni, i nati sotto Marte collerici, i nati sotto Saturno melanconici. Fino al Rinascimento tuttavia gli artisti e letterati erano associati a Mercurio, pianeta dal moto veloce oltre che divinità protettrice dei traffici, dei commerci e delle scienze; i nati sotto il suo segno erano considerati industriosi e dediti allo studio. A partire da quest'epoca invece il temperamento saturnino soppiantò gradatamente il temperamento mercuriale come prerogativa del genio creatore ed innovatore; contemporaneamente gli artisti cominciarono ad evidenziare o ad enfatizzare gli aspetti melanconici del loro carattere che costituivano una specie di garanzia della loro genialità. Il Ficino, in una sorta di manuale igienico ad uso dei letterati (De vita triplici, 1489), fu prodigo di consigli per superare gli effetti maligni di Saturno: seguire regole igienico-dietetiche, coltivare la musica, ingraziarsi il pianeta Giove così da aggiungere "giovialità" alla malinconia di fondo dell'artista.

Il medico francese Jean Fernel (1486-1557) nella sua classificazione delle malattie mentali distinse tre tipi di melanconia: una forma triste, una forma con licantropia e una forma con eccitazione (mania); fece rientrare nelle melanconia, che imputava ad un danno della sostanza cerebrale, anche i deliri di persecuzione senza febbre e senza agitazione.

Joahnnes Weyer (1515-1588) originario del Brabante, considerò la melanconia la principale affezione di cui soffrivano le persone accusate di stregoneria. Per tale medico molte delle esperienze che le cosiddette streghe raccontavano erano probabilmente frutto della loro immaginazione disturbata più che dell'effettivo intervento del demonio; era perciò raccomandabile farle visitare prima dal medico che dal sacerdote.

André Du Laurens, vissuto dalla metà del secolo XVI al primo decennio del secolo XVII, scrisse un Discours des maladies mélancoliques (1599) e prescrisse ai pazienti prevalentemente regole igienico-dietetiche. Consigliò in particolare l'inalazione di varie essenze odorose e anche la visione di colori vivaci; raccomandò inoltre compagnie e occupazioni piacevoli; non trascurò neppure i farmaci, di solito di origine vegetale.

Timothy Bright (1551-1617) pubblicò nel 1586 A Treatise of Melancholie nel quale sostenne la separazione tra una forma organica imputabile all'atrabile e una forma psichica imputabile ad ansie spirituali; per la prima consigliava per lo più trattamenti dietetici e farmacologici, per la seconda pratiche religiose e psicologiche.

Robert Burton (1577-1640) pubblicò nel 1621 il celebre trattato Anatomy of Melancholie nel quale rifacendosi alla letteratura precedente sull'argomento ne descrisse sintomatologia, tipologia e terapia. In particolare nel libro venne sottolineato il possibile comportamento suicidario dei melanconici e furono illustrate numerose idee deliranti a sfondo depressivo (ad esempio, la convinzione di essere fragile come vetro, pesante come piombo, leggero come piuma, infiammabile come paglia, ecc.). Tra le sostanze di origine vegetale consigliate dal Burton vi furono: il tarassaco, il frassino, il salice, la tamerice, il papavero e l'iperico; non mancarono le prescrizioni di tipo magico come quella di portare un anello ricavato dalla zampa anteriore destra di un asino.

A mostrare l'interesse degli autori e del pubblico colto dell'epoca per l'ampia varietà dei sintomi collegabili alla depressione si possono citare anche le opere: Maladie d'amour ou mélancolie erotique (1612) del frances Jacques Ferrand, Dignotio et cura affectuum melancholicorum (1622) della spagnolo Alphonso de Santa Cruz ed infine Dissertatio medica de nostalgia (1688) dell'elvetico Johannes Hofer.

Tra il XVII e il XVIII comparvero alcune interpretazioni della sintomatologia depressiva che si discostavano dalla tradizionale attribuzione di responsabilità alla bile nera. Thomas Willis (1621-1675), sotto l'influenza delle teorie iatrochimiche, chiamava in causa nella genesi della melanconia un eccesso di salinità del sangue capace di alterare la conformazione stessa del cervello. Thomas Sydenham (1624-1689) sottolineava nell'ipocondria la debolezza del sangue che andava rinforzato con farmaci corroboranti, soprattutto a base di ferro. Hermann Boerhaave (1668-1738), sulla scia delle teorie iatromeccaniche, chiamava in causa un aumento delle componenti oleose del sangue con riduzione dell'apporto ematico al cervello e impoverimento dei secreti nervosi. Frederic Hoffmann (1660-1742) attribuiva la melanconia ad uno spasmo della dura madre con difficoltà per la circolazione del sangue nel cervello. George Cheyne (1671-1743) nel libro The English Malady si soffermava invece sulle cause ambientali dell'ipocondria depressiva (in particolare: il clima delle isole britanniche, umido e pesante, e anche il ritmo di vita delle sue grandi città).

Tuttavia, verso la fine del secolo XVIII, la bile nera manteneva ancora una certa rilevanza nell'interpretazione della sintomatologia depressiva. Così ad esempio Anne-Charles Lorry (1726-1783) distingueva la "melanconia umorale" (caratterizzata dai disturbi digestivi, dovuta all'eccesso di atrabile e trattabile con evacuanti) dalla "melanconia nervosa" (caratterizzata dai fenomeni convulsivi, dovuta alla tensione delle fibre costituenti l'organismo e trattabile con tonici antispastici) e Pierre-Jean-Georges Cabanis (1757-1808) sosteneva l'esistenza di un "temperamento melanconico", incentrato sul sistema epatico, terreno favorevole per l'instaurarsi della malattia depressiva.

Philippe Pinel (1745-1826) considerò la melanconia come un'idea esclusiva (monomania) consistente in un falso giudizio del malato sulla condizione del suo corpo per cui credeva a torto di essere in pericolo. Jean-Etienne-Dominique Esquirolle (1772-1840) coniò per la depressione il termine "lipemania", definita una "monomania caratterizzata da un delirio parziale e da una passione triste ed oppressiva", allontanando così dalla malattia ogni riferimento alla bile nera.

Gli alienisti dei primi decenni del secolo XIX, sotto l'influenza dalla "psichiatria romantica" che imputava ad uno squilibrio dell'anima tutte le malattie mentali, fecero ricorso anche nella cura della depressione al cosiddetto "trattamento morale", consistente nel tentativo di contrastare e far scomparire il nucleo delirante individuato nel paziente con un atteggiamento pedagogico. Si ricorreva ad esempio al metodo della "frode pietosa" (il terapeuta cioè carpiva la fiducia del paziente, fingendo inizialmente di condividerne le convinzioni per poi correggerle più tardi); altrimenti si procuravano ai malati delle sensazioni piacevoli, talora alternate a sensazioni spiacevoli, così che le prime fossero esaltate dalle seconde, oppure si cercava di suscitare nei medesimi delle emozioni improvvise, cogliendoli di sorpresa con stimoli sonori o visivi.

Comunque, ancora nella prima metà dell'Ottocento per la melanconia e per l'ipocondria, nonostante il cambiamento dell'interpretazione patogenetica, si continuavano a prescrivere ai pazienti alcuni farmaci avvalorati da una lunga tradizione quali purganti, fluidificanti e digestivi; erano inoltre impiegate con una certa frequenza le terapie fisiche come l'immersione in acqua, la doccia o la sedia rotatoria.

Verso la metà del secolo XIX, in corrispondenza del progressivo spostamento della psichiatria dal campo delle speculazioni filosofiche a quello della ricerca scientifica (soprattutto in ambito neuroanatomico e neurofisiologico), si cominciò a interpretare la malattia depressiva come un disturbo organico del cervello. Così, ad esempio, Théodore Hermann Meynert (1833-1892) ipotizzò nella melanconia un deficit di energia cerebrale collegato di solito all'ischemia. Altri autori della stessa epoca chiamarono invece in causa, basandosi su reperti autoptici in pazienti affetti da depressione, differenti cause di alterata funzione del cervello quali anemia, iperemia o edema.

Jean-Pierre Falret (1794-1870) notò nei pazienti il frequente passaggio dalla depressione alla mania, indicando col termine "follia circolare" la malattia caratterizzata dalla successione delle due polarità opposte dell'umore; per quanto riguarda il comportamento depressivo si interessò anche del suicidio. Simili osservazioni sull'alternanza depressione-mania compirono anche Jules Baillarger (1809-1890) che descrisse una "follia a doppia forma" e Karl Ludwig Kalbaum (1828-1892) che parlò nei suoi scritti di Vesania typica circularis.

Nella seconda metà dell'Ottocento per quanto riguarda il trattamento della depressione non si evidenziarono particolari progressi rispetto all'epoca immediatamente precedente. Venivano usati in terapia accanto a medicamenti già noti (come arsenico, stricnina, strofanto, ecc.) anche nuovi farmaci, come gli anestetici o i primi ipnotici prodotti sul finire del secolo dall'industria farmaceutica. Vennero utilizzate anche alcune tecniche apparse nel frattempo in medicina quali: il magnetismo animale, l'ipnotismo e l'elettroterapia. Molti alienisti tuttavia tenevano ancora nella cura di depressi e ipocondriaci un atteggiamento attendistico, limitandosi spesso a norme preventive o coadiuvanti e prescrivendo ai pazienti più agiati viaggi di piacere oppure soggiorni nelle stazioni termali.

Emil Kraepelin (1856-1926) nella sua classificazione delle malattie mentali associò mania e depressione nella "psicosi maniaco-depressiva", suddivisibile in tre espressioni sintomatologiche (bipolare, unipolare e mista); considerò invece a parte la "melanconia evolutiva", a prognosi più sfavorevole. In seguito Ernst Kretschmer (1888-1964) definì col termine "personalità cicloide" i vari temperamenti affettivi che predisponevano alla psicosi maniaco-depressiva. Il profilo psicologico del cosiddetto "tipus melancholicus" venne descritto qualche decennio più tardi dal Tellembach.

Sigmund Freud (1856-1939) elaborò un'interpretazione psicodinamica della depressione; in Lutto e Melanconia (1917) sottolineò come tali due condizioni fossero accomunate dalla perdita di un oggetto a forte risonanza emotiva con introiezione di irrisolti sentimenti negativi. Melanie Klein (1882-1960) considerò l'esperienza depressiva come una fase fondamentale nello sviluppo del bambino.

La psicoterapia (dalla psicoanalisi alla terapia comportamentale) si propose nella prima metà del Novecento come un trattamento innovativo nella cura della depressione considerando anche gli scarsi risultati ottenuti dalla contemporanea psichiatria biologica.

Attorno alla metà del secolo XX cominciarono ad essere usati due trattamenti che si rilevarono particolarmente efficaci nei confronti della depressione: la terapia elettroconvulsivante e gli psicofarmaci. La prima venne introdotta in psichiatria nel 1938 da Ugo Cerletti (1877-1963) diffondendosi ben presto nei principali paesi occidentali. Per quanto riguarda i secondi, verso la fine degli anni '50 vennero introdotti in terapia gli "antidepressivi triciclici" e i cosiddetti "anti-MAO" (inibitori delle amino-ossidasi); seguirono la scoperta delle benzodiazepine, indicati nella depressione ansiosa, l'utilizzo del litio nella prevenzione della psicosi maniaco-depressiva e infine, in anni più recenti, la comparsa degli antidepressivi di seconda generazione ("atipici" e "serotoninergici"). Accanto alle terapie psicofarmacologiche si svilupparono negli ultimi decenni del Novecento varie teorie biochimiche sulla genesi della depressione che evidenziavano il ruolo determinante dei neurotrasmettitori.

La melanconia passava così nel giro di qualche migliaio d'anni dall'influenza della nefasta bile nera, a quella del sinistro pianeta Saturno a quella infine delle, tuttora in parte oscure, leggi della neuroscienza.

Prof. Massimo Aliverti
Neuropsichiatra,
Professore di Storia della Medicina
 all'Università degli Studi di Milano-Bicocca,
Docente di Storia della Psichiatria all'Università degli Studi di Milano.


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