Benvenuti in PARLIAMO DI SALUTE

Vogliamo informare per orientare nel campo della salute e del benessere della persona. Ponete domande,vi daremo risposte attraverso l'esperienza degli esperti.



Leggete i nostri articoli per entrare e conoscere le ultime novità internazionali che riguardano i progressi della medicina.



Sarà affrontato anche il campo delle medicine alternative e della psicoanalisi.



Pubblicheremo inoltre interessanti articoli di storia della medicina.

20 giu 2011


Nutrizione NON SOLO ANORESSIA E BULIMIA
Gli «altri» disturbi
del comportamento alimentare
Sono quelli definiti come «non altrimenti specificati»

Ai due disturbi più noti del comportamento alimentare (anoressia nervosa e bulimia nervosa) si aggiungono i Disturbi del Comportamento Alimentare Non Altrimenti Specificati fra i quali il Disturbo di Alimentazione Incontrollata, in inglese Binge Eating Disorder, sta acquistando un’importanza crescente per i suoi legami con l’obesità. Quest’ultimo è stato descritto per la prima volta da Stunkard nel 1959, caratterizzato dal consumo di ampie quantità di cibo in un breve periodo. Riguarda circa il 20-30% dei soggetti obesi.

COME RICONOSCERLI
 Per il sesso femminile tutti i criteri richiesti per la diagnosi di Anoressia Nervosa in presenza di un ciclo mestruale normale. Tutti i criteri di Anoressia Nervosa sono soddisfatti e, malgrado la significativa perdita di peso, il peso attuale risulta nella norma.
 Tutti i criteri della Bulimia Nervosa risultano soddisfatti, tranne il fatto che le abbuffate e le condotte compensatorie hanno una frequenza inferiore a due episodi alla settimana per tre mesi. Soggetti di peso normale che si dedicano regolarmente ad inappropriate condotte compensatorie dopo aver ingerito piccole quantità di cibo (per es. induzione del vomito dopo aver mangiato due biscotti). Soggetti che ripetutamente masticano e sputano, senza deglutire, grandi quantità di cibo.
 Disturbo da Alimentazione Incontrollata: ricorrenti episodi di abbuffate in assenza delle regolari condotte compensatorie tipiche della Bulimia Nervosa

Criteri diagnostici per il Disturbo dell’ Alimentazione Incontrollata (Binge Eating Disorders)

 Ricorrenti episodi caratterizzati da perdita di controllo alimentare.
 Un episodio è caratterizzato da entrambe le seguenti manifestazioni: Mangiare in un lasso di tempo limitato (per es due ore) una quantità di cibo che è certamente più abbondante di quella che la maggior parte delle persone consumerebbe in un periodo simile ed in simile circostanze.
 Una sensazione di perdita di controllo sull’assunzione di cibo durante l’episodio (per es. sentire che uno non può smetter di mangiare, o controllare quanto o quello che mangia).
 Gli episodi sono associati con tre (o più) delle seguenti caratteristiche:
 Mangiare molto più rapidamente del normale.
 Mangiare fino a sentirsi sgradevolmente pieni.
 Mangiare grandi quantità di cibo quando non si è affamati.
 Mangiare da soli per evitare l’imbarazzo di quando si mangia.
 Sentirsi disgustati con se stessi, depressi o molto in colpa dopo aver mangiato.
 Notevole sofferenza relativa al comportamento alimentare.
 Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata si manifesta, in media, almeno due giorni alla settimana per sei mesi.
 Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata non si associa con l’uso regolare di condotte compensatorie inappropriate (per es. uso di lassativi, digiuno, eccessivo esercizio fisico) e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa.

A CHI RIVOLGERSI
Nel momento in cui ci si rende conto di soffrire di un Disturbo del Comportamento Alimentare sarebbe opportuno rivolgersi al proprio medico oppure ad un centro specializzato nei Disturbi dell’Alimentazione. E’ bene ricordare che un Disturbo del Comportamento Alimentare esprime un disagio psicologico che tuttavia si può riflettere anche gravemente sulla salute fisica. La diagnosi deve essere fatta da uno specialista, possibilmente uno psichiatra, meglio se con specifica formazione nel campo dei disturbi dell'alimentazione. I Centri di Salute Mentale dovrebbero poter offrire informazioni in proposito.

Per gentile concessione dell'Inran (Istituto Nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione)

16 giu 2011


Il professore Rubinstein e Il suono della vita
Prima mondiale, uno stimolatore blocca le vertigini in un malato con squilibri e grave calo uditivo. Da un professore americano nuova tecnica per fermare le crisi vestibolari invalidanti


Il suono della vita
Bologna, 6 giugno 2011 - Non è parente del celebre pianista, ma si è meritato la fama di virtuoso del suono grazie a una serie di interventi chirurgici innovativi che hanno restituito l’udito a bambini sordi dalla nascita. Jay T. Rubinstein, da Seattle, è un pioniere della chirurgia otologica. Ha maturato un’esperienza preziosa con gli impianti cocleari ed è intervenuto al Carlton di Bologna, ospite di Cochlear Italia, per un meeting a porte chiuse con un gruppo di medici italiani. Rubistein è il primo al mondo ad aver impiantato uno stimolatore vestibolare, derivato da un impianto cocleare modificato, a un paziente affetto da labirintite, e con vertigini continue. Forte della sua esperienza, e dei risultati a sei mesi di distanza, si appresta a trattare analogamente altri casi, con l’avvertenza che siamo ancora a livello di ricerca iniziale e dunque c’è ancora tanta strada da fare.

Professor Rubinstiein, che problemi aveva il paziente che lei ha operato?
"Soffriva di sindrome di Menière con violenti attacchi di vertigine. Considerata la frequenza delle crisi, il calo uditivo e il corteo di sintomi invalidanti, abbiamo sviluppato l’idea che un intervento con un device modificato, uno stimolatore derivato dalla tecnologia degli impianti cocleari, sarebbe stato meno invasivo e molto più efficace".

E prima di avere via libera dalle autorità sanitarie americane?
"Eravamo partiti da studi sugli animali, e quando abbiamo visto i benefici, anche in termini di guadagno dell’udito, è stato relativamente facile ottenere l’ok alla prima sperimentazione sull’uomo, con la prospettiva di trattare anche altri pazienti con sindrome di Menière. Il prossimo soggetto di studio sarà una donna".

Come funziona la stimolazione che corregge la vertigine?
"Attraverso una serie di impulsi elettrici, ci sono gruppi di elettrodi miniaturizzati, i più sottili al mondo, collegati nei canali semicircolari, quando accendi il device il nervo viene sollecitato e la percezione del mondo che ti gira attorno viene attenuata. Finito l’attacco, la stimolazione viene spenta dallo stesso paziente".

La sindrome di Menière è relativamente rara, esistono almeno quattro opzioni terapeutiche, ma i disturbi dell’equilibrio sono molto diffusi, c’è chi li paragona alle coliche, da cosa dipendono?
"Una delle cause più frequenti di disordini vestibolari è dovuta a un virus, ed è quello che si vede comunemente nelle astanterie del pronto soccorso: pazienti che improvvisamente accusano vertigini fortissime, crisi che vanno avanti per diversi giorni, e dopo un mese tornano normali senza terapie".

Torniamo alla sua tecnica innovativa, quali i prossimi passi avanti?
"Mi aspetto di avere dieci soggetti impiantati entro un anno, lo sviluppo della ricerca dipenderà dalla frequenza degli attacchi e quindi dai dati che raccoglieremo".

Lei è uno specialista degli impianti cocleari bilaterali. Quali i prossimi traguardi dell’orecchio bionico?
"Attualmente gli impianti cocleari offrono un ottimo livello di comprensione della parola, senza rumore, ma l’abilità di ascoltare musica o conversazioni con rumore di fondo non è ancora ottimale. Ecco, è quello che cerco di perfezionare".


di Alessandro Malpelo (con la collaborazione di Aura Nobolo)

14 giu 2011



Stress da lavoro? Il succo di melograno lo combatte
Il succo del frutto del melograno combatte lo stress da lavoro e ci fa sentire più attivi e felici -


Il succo della melagrana rallenta il battito cardiaco accelerato dallo stress, promuove il buonumore e la voglia di fare. Lo studio
Il frutto del melograno ha un potere nascosto, quello di promuovere il benessere psico-fisico. Il suo succo, infatti, è stato trovato facilitare i sentimenti positivi e la voglia di fare. Per contro, combatte lo stress da lavoro. Ma anche l’ansia, il cattivo umore e l’angoscia.

Ecco quanto hanno scoperto i ricercatori della Università Regina Margaret di Edimburgo (Uk), i quali hanno sottoposto un gruppo di volontari a un test durato due settimane.
I partecipanti dovevano assumere 500 ml di succo di melagrana ogni giorno. Sia all’inizio, che al termine dei quattordici giorni di trial, ai volontari sono stati misurati la forza psico-fisica e lo stato d’animo nei confronti del lavoro, secondo quanto da loro stessi riferito.

Lo studio, che è stato finanziato da un’azienda produttrice del succo messo a disposizione, ha così mostrato dai dati acquisiti, che la quasi totalità dei partecipanti si era sentita meglio dopo l’aver assunto il succo di melagrana. I più hanno dichiarato di sentirsi più entusiasti nei confronti delle propria vita lavorativa, più attivi, ispirati e orgogliosi.
I dati fisiologici hanno altresì mostrato che i battiti cardiaci erano più lenti rispetto all’inizio del test.

Insieme a un acquisto in performance e benessere, i volontari hanno detto di aver lasciato da parte molti sentimenti negativi associati all’attività lavorativa. Si sentivano meno ansiosi, angosciati, nervosi e provavano anche meno sensi di colpa. Tutta una somma di vantaggi difficile da trovare in un semplice succo di frutta. Eppure, sottolineano i ricercatori, questo sostiene la necessità che le persone che lavorano possano beneficiare di questo genere di alimenti funzionali per il benessere. «E’ molto raro per un succo tutto naturale offrire la gamma di benefici per la salute che stiamo vedendo in succo di melograno», ha dichiarato sulle pagine del Daily Mail il coordinatore della ricerca, dottor Emad al-Dujaili.

Se tutto questo verrò confermato dai fatti, è probabile che il succo di melagrana diventi la bevanda preferita dai datori di lavoro, se questo può rendere più efficienti i dipendenti. Così, se il dipendente rende di più ed è anche felice, perché non aumentargli il lavoro? Ehm, non spargete la notizia…
[lm&sdp]

13 giu 2011


Salute, Donna
11/06/2011 - problemi alle articolazioni con calzature inadatte
Tacchi alti? Attenzione all’osteoartrite
Attenzione ai tacchi alti, avvertono gli esperti, possono causare seri danni alle articolazioni -

Tacchi più alti di 3 centimetri possono causare problemi alle articolazioni e favorire lo sviluppo dell’osteoartrite
Sono 8 milioni le persone colpite da dolori e rigidità delle articolazioni solo nel Regno Unito, spiegano gli scienziati della Society of Chiropodists and Podiatrists (SCP), che avvertono sui pericoli dell'indossare scarpe con tacchi più alti di 3 centimetri.

I tacchi alti, avvertono gli esperti, possono alterare la postura. Allo stesso modo, aumentano la pressione sulle articolazioni di piede, caviglia e ginocchio. Questo non solo può causare rigidità e dolori, ma può favorire lo sviluppo dell’osteoartrite. E i casi sono in continuo aumento, spiega il dottor Anthony Redmond, podologo e ricercatore della SCP.

L’indagine che ha permesso di indicare i tacchi alti quali colpevoli dell’epidemia di problemi alle articolazioni è stata condotta su 2.000 uomini e donne inglesi ed è stata incentrata proprio sul tipo di scarpe che sono soliti portare. I tacchi più alti di 3 centimetri, come si poteva immaginare, sono in maggioranza portati dalle donne che, in molti casi, li indossano ogni giorno o con una certa frequenza. Si sa, la scarpa da donna è più femminile con un tacco alto; slancia la gamba e, non da meno, fa guadagnare qualche centimetro in più. Ma, il prezzo da pagare per la femminilità, è il rischio di sviluppare l’osteoartrite.

L’osteoartrite, che molti conoscono anche con il nome di artrosi, nient’altro è che un’alterazione degenerativa cronica della cartilagine articolare. Questa è causa di rigidità, dolori e difficoltà di deambulazione. A detta degli esperti, i casi di osteoartrite sono in costante aumento, ma non sono solo i tacchi alti a essere indagati, pare che anche le più “basse” scarpe da ginnastica lo siano. Queste ultime, difatti, se utilizzate nel modo sbagliato in base all’attività fisica svolta, possono influire negativamente sulle articolazioni.
Non da meno è il sovrappeso e l’obesità che, essendo caratterizzata da un forte peso, grava sulle articolazioni e le cartilagini.

Il consiglio che arriva dagli esperti è di non superare i 3 centimetri di tacco e scegliere calzature comode e con la punta arrotondata. Stessa cosa vale per le scarpe da ginnastica che devono essere usate con cognizione di causa. L’ideale sarebbero delle calzature in grado di assorbire la forza esercitata sulle giunture che, ricordano gli esperti, può essere otto volte superiore il peso del corpo.
[lm&sdp]

Donna, In Evidenza
13/06/2011 - Sessualità ed empatia
L’uomo che ascolta fa buon sesso. Per lei conta l’autostima
La soddisfazione sessuale dipende da diversi fattori, tra cui il sapere entrare in empatia con il partner

Il maschio che sa ascoltare, capire la propria partner e comunicare è più soddisfatto sessualmente. La femmina lo è se ha una buona autostima
Il segreto per avere una vita sessuale soddisfacente non starebbe nella quantità di rapporti sessuali, ma nella qualità. Ossia, essere persone che sanno ascoltare ed entrare in empatia con la propria partner godono – letteralmente – di una vita sessuale ricca e soddisfacente. Ecco quanto suggerito da un nuovo studio pubblicato sul Journal of Adolescent Health.

I ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora (Usa) hanno voluto stabilire cosa si nascondesse dietro alla soddisfazione – o meno – sessuale di maschi e femmine e come questa fosse collegata – o meno – al piacere mentale.
La dottoressa Adena Galinsky e colleghi hanno così raccolto i dati relativi a uno studio longitudinale condotto tra il 2001 e il 2003 – come parte del National Longitudinal Study of Adolescent Health – e che comprendeva il coinvolgimento di 3.200 studenti di entrambi i sessi e di età compresa tra i 18 e i 26 anni.

Tra le varie aree d’indagine i partecipanti hanno dovuto rispondere a domande sui livelli di autonomia, autostima, empatia oltre che il livello di salute e soddisfazione sessuale.
I dati raccolti hanno evidenziato, in prima battuta, che i maschi avevano una maggiore soddisfazione sessuale, con un 87% di questi che dichiarava di avere un orgasmo ogni volta che aveva un rapporto sessuale. Per converso, solo il 47% delle femmine dichiarava di arrivare all’orgasmo durante un rapporto sessuale.

Ciò che è apparso chiaro agli scienziati, confrontando gli attributi della personalità con tre misure di soddisfazione sessuale come la frequenza dell’orgasmo, il piacere nel rapporto e il godere nel dare o ricevere sesso orale, è che le donne godevano di più ed erano maggiormente soddisfatte della loro vita sessuale quando avevano maggiori livelli di autostima, autonomia ed empatia. Nei maschi, invece, ciò che giocava il ruolo chiave era l’empatia.

«La nostra ipotesi è che gli individui empatici sono più rispondenti alle necessità di un partner e, quindi, avviano un ciclo di feedback positivo – spiega Galinsky – In che modo le persone interagiscono, la loro capacità di ascoltare gli altri e riuscire ad assumere la altrui prospettiva può davvero influenzare la qualità del sesso che fanno».
Insomma, impariamo ad ascoltare. E veder esauditi i propri desideri – sessuali – sarà un vero piacere.
[lm&sdp]

11 giu 2011


cina

Spazzatura elettronica,
una minaccia per la salute

Le sostanze che si sprigionano nell'aria nello smaltimento hanno effetti infiammatori, ossidativi e pro-tumorali


MILANO - La nostra voglia di possedere il gadget elettronico all'ultimo grido ha un rovescio della medaglia. Ogni anno buttiamo via quantità enormi di rifiuti elettronici: computer, stampanti, cellulari che riteniamo inservibili perché rotti (e qualsiasi centro assistenza ci assicura ogni volta che “costa meno comprarlo nuovo”) o perché sono stati superati dal nuovo, più appetibile modello. E così produciamo tonnellate e tonnellate di rifiuti elettronici (oltre venti milioni, secondo le ultime stime). Peccato che smantellarli produca sostanze che fanno male, forse malissimo alla salute.

STUDIO – Lo rivela sulle pagine di Environmental Research Letters uno studio condotto in Cina. Non è un caso, perché proprio in quel Paese tutto il mondo riversa la maggior parte della spazzatura elettronica: così Fangxing Yang, ricercatore dell'università di Zehjiang, ha deciso di provare a capire se l'aria che circonda Taizhou, uno degli impianti più grossi del Paese proprio a due passi dalla sua università, possa essere dannosa per la salute. Durante i processi di smaltimento, infatti, vengono rilasciati nell'atmosfera composti organici e metalli pesanti; inalati respirando aria contaminata, questi inquinanti si possono accumulare nell'organismo e potrebbero creare danni, stando alle ipotesi di Yang. Che ha perciò raccolto campioni d'aria nei dintorni dell'impianto, per poi purificare gli inquinanti presenti e quindi metterli a contatto con cellule umane polmonari. Yang ha poi analizzato gli effetti delle sostanze sulla produzione di interleuchina-8 (un mediatore dell'infiammazione), sulla formazione di specie reattive dell'ossigeno (responsabili di danni ossidativi alle cellule) e sui livelli di espressione del gene p53, coinvolto nello sviluppo dei tumori.

DANNI – I risultati sono stati molto chiari: l'infiammazione e lo stress ossidativo aumentano, così come i livelli di p53, con tutti gli inquinanti esaminati e soprattutto in caso di contatto con sostanze organiche solubili. «Sia la risposta infiammatoria che lo stress ossidativo possono provocare danni al DNA e quindi anche tumori, oltre che malattie cardiovascolari – spiega Yang –. Con un'ulteriore indagine stiamo cercando di caratterizzare meglio le componenti dell'aria che più contribuiscono al danno. Questi risultati però già dimostrano che lo smantellamento “aperto” dei rifiuti elettronici, come avviene spesso negli stabilimenti cinesi, deve essere proibito; chi lavora in queste aziende, inoltre, deve essere adeguatamente protetto. Senza contare che bisognerebbe pensarci prima, fin dal processo produttivo: se utilizzassimo sostanze più eco-compatibili per costruire prodotti elettronici, avremmo rifiuti meno tossici da smaltire». Al momento non è di certo così: a Taizhou, dove lavorano oltre 60mila persone per smantellare due milioni di rifiuti elettronici all'anno, non ci sono procedure di sicurezza all'avanguardia. Forse, per il bene dei cinesi ma anche nostro, dovremmo imparare la lezione e pensarci due volte prima di comprare l'ultimo gadget elettronico.

Elena Meli



LO STUDIO

Menopausa, problemi «intimi»
per una donna su due

Punta sul recupero della femminilità in questa stagione della vita il Congresso mondiale in corso a Roma



ROMA -Vampate di calore, sudorazione di notte, umore alterato, ma anche infezioni urinarie ricorrenti e calo del desiderio sessuale. Disturbi fastidiosi che colpiscono più di una donna su due in menopausa, una stagione della vita che “capita” a tutte, intorno ai 50 anni, quando le ovaie cessano di produrre follicoli e ormoni estrogeni. Oggi, però, per una cinquantenne ancora giovane e attiva, sia dal punto di vista sociale che sessuale, con la fine dell’età fertile non si esaurisce la “partita” più importante della sua vita. Da qui il messaggio di «meno-pausa ma più femminilità», lanciato dal congresso mondiale sulla menopausa in corso a Roma, cui partecipano esperti giunti da più di 80 Paesi.

SE LEI DICE NO - Dei suoi disagi intimi solo una donna su dieci parla con il medico, secondo un recente studio su circa 3.500 donne. «Un’intervistata su due ha interrotto i rapporti con il partner - riferisce Rossella Nappi, ginecologa al Policlinico San Matteo di Pavia - . Se le vampate si possono risolvere spontaneamente col tempo, può invece peggiorare un altro disturbo comune, la secchezza vaginale: poiché diminuiscono gli estrogeni che stimolano le secrezioni della mucosa vaginale, i tessuti vaginali tendono ad atrofizzarsi, per cui si perde la capacità di rispondere agli stimoli sessuali». Così, per non sentirsi a disagio col proprio compagno, si dice no al rapporto.

RITROSIE COL MEDICO - «Spesso non se ne parla col medico per ritrosia, ma a volte anche per paura che prescriva la terapia ormonale sostitutiva - afferma Nappi - . Le pazienti temono gli effetti collaterali, in particolare l’aumento delle probabilità di ammalarsi di cancro al seno o all’utero. Così preferiscono non curarsi». Secondo gli esperti, meno di una donna su dieci utilizza la terapia ormonale. Ancora più limitata è la sua conoscenza. «Negli ultimi anni, grazie a studi internazionali e all’esperienza clinica, abbiamo “ripensato” la terapia della menopausa, la cosiddetta TOS, in termini di durata, dosaggi e vie di somministrazione degli ormoni», chiarisce la ginecologa. «Le terapie moderne permettono di risolvere i sintomi con sempre minori dosi di estrogeni – aggiunge Andrea Genazzani, direttore della Clinica ostetrica e ginecologica all’Università di Pisa e presidente del Congresso -. Uno studio internazionale iniziato nel 2002, che ha coinvolto oltre 30 mila pazienti, conferma la sicurezza delle terapie ormonali sostitutive a basso dosaggio».

TERAPIE “SUL POSTO” - Un ulteriore passo in avanti della ricerca medica, poi, ha permesso l’uso di farmaci applicati “sul posto”. «Utilizzano principi attivi efficaci (come per esempio l’estradiolo) e si applicano per via vaginale: così si riduce l'assorbimento generale in tutto il corpo e di conseguenza l'incidenza di effetti collaterali», spiega Genazzani. In questo filone di ricerca s’inserisce il nuovo gel a base di estriolo, un estrogeno di origine naturale che non viene metabolizzato: potrebbe essere disponibile già dal prossimo autunno. «Gli studi evidenziano un’efficacia paragonabile a quella dei prodotti già in uso – riferisce Antonio Cano dell’Università di Valencia, che ha diretto la sperimentazione - . In particolare, aiuta a prevenire le infezioni del tratto urogenitale, fa migliorare l’atrofia vaginale e la dispareunia (dolori durante il rapporto). Inoltre, ha una concentrazione di ormoni dieci volte inferiore alla terapia topica tradizionale, il che rassicura sull’uso “tranquillo” di questa nuova molecola».

CURE PERSONALIZZATE – Ma qual è il consiglio degli esperti? I ginecologi suggeriscono soluzioni “su misura” per ogni donna. «L’approccio alla menopausa, che non è una malattia, deve essere adeguato alla singola paziente e volto non solo a curare i sintomi ma a fare prevenzione – afferma Nappi - . Ecco allora che questa stagione della vita può essere un’occasione d’oro per la propria salute, se si punta a individuare eventuali fattori di rischio quali osteoporosi, sovrappeso o ipertensione, in modo da attuare al più presto strategie di prevenzione e terapie appropriate per cercare di evitare fratture, infarto o ictus verso i 70 anni. Ed è davvero il momento per fare la mammografia ogni due anni, senza dimenticare il paptest e l’ecografia pelvica».

Maria Giovanna Faiella

7 giu 2011



LA STORIA DELLA PESTE





La storia dell'antichità riporta numerose descrizioni di epidemie di peste. Il termine veniva usato per indicare le malattie infettive a carattere epidemico e gravate da una letalità elevata. Si svilupparono pandemie pestose a partire dalla cosiddetta peste di Giustiniano (sesto secolo d.C.), che devastò il bacino mediterraneo. Un'altra grande pandemia si ebbe nel quattordicesimo secolo: originata nell'India si diffuse in tutta l'Europa, ove si stima che causò circa 25 milioni di morti (oltre alla stima di circa 23 milioni di vittime in Asia). Attorno al 1330 la peste dall'oriente inizia la propria migrazione verso ovest seguendo le vie commerciali. Nel 1345 è nel basso Volga, nel 1346 raggiunse Astrakhan, il Caucaso e l'Azerbijian, Costantinopoli e l'impero bizantino. Nell'autunno del 1347 Alessandria, l'Egitto ove si diffuse verso sud lungo il Nilo.

Nell'estate del 1347 alcuni commercianti genovesi e le loro famiglie risiedevano nella città di Kaffa, in Crimea, sul Mar Nero. La città fu assediata dai tartari per vari mesi. Vi fu un’epidemia di peste tra gli assedianti tartari che li costrinse alla ritirata non prima di effettuare un attacco di tipo guerra biologica , catapultando cadaveri infetti al di là delle mura della città.
I mercanti genovesi partirono alla volta dell'Italia in 12 navi. Nell'ottobre 1347 la flottiglia raggiunse Messina. La maggior parte della ciurma era morente di una malattia sconosciuta. Gli ufficiali della città isolarono le navi per due giorni, tuttavia ciò non impedì la diffusione dell'epidemia. In due mesi circa metà della popolazione messinese morì di peste. Da lì diffuse poi a tutta l'Italia continentale. Nel gennaio 1348 la peste sarebbe stata portata a Marsiglia da una nave Genovese. Nell'estate del 1348 la peste esplose a Parigi e nel dicembre del medesimo anno raggiunse Londra. La stima per la città di Firenze è di un terzo dell'intera popolazione morta per peste nei primi sei mesi di epidemia. In Europa la stima è di 25 milioni di morti su di una popolazione di 40 milioni di abitanti.

E' stato stimato che all'epoca vi era almeno una famiglia di ratti per abitazione, con almeno tre pulci per ratto. Ciò sarebbe stata una delle concause che facilitarono la diffusione dell'epidemia.

In Italia la peste fu particolarmente virulenta nel corso dell'anno 1348, come è testimoniato dal Decameron Boccaccio. A questa pandemia senz'altro la più grave della storia, seguirono la peste di Venezia nel 1478, in cui si iniziò ad applicare l'isolamento in lazzaretti, quelle di Milano di cui quella nota anche come peste di San Carlo, infierì nel 1576-77 e l'altra descritta dal Manzoni negli Sposi Promessi, nel 1629-30. Nello stesso secolo vi furono gravi epidemie a Londra a Napoli e nel secolo successivo nel 1720 a Marsiglia; anche i paesi arabi andarono soggetti al flagello della peste. Nel diciannovesimo secolo si verificò l'ultima grande pandemia che ebbe inizio a Hong Kong (1894) e si diffuse in tutti i continenti per terminare con la peste di Marsiglia (1920). Da allora in Europa la peste è praticamente scomparsa, ma la permanenza di grandi focolai endemici in Asia (soprattutto in India) ed Africa e la persistenza della malattia nei ratti e in altri roditori selvatici rendono tuttora necessarie misure profilattiche e igieniche.

Fu durante la peste di Hong Kong nel 1894 che Alexander Yersin e Shibasaburo Kitasato ne descrissero indipendentemente l'agente causale. Tuttavia la modalità di trasmissione fu identificata solamente nel 1897 da P.L. Simond.

Dal 1947 ad oggi vi sono stati 390 casi peste negli Stati Uniti di cui 60 mortali. Gli ultimi due casi mortali, nel 1996, furono dovuti alla contaminazione da parte di cani della prateria.
Nel periodo 1965-1971 (coincidente con la guerra) in Vietnam sono stati riferiti 25.000 casi di peste.
L'organizzazione mondiale della sanità (WHO) ha ricevuto segnalazione di 18.739 casi nel periodo 1980-1994 dei quali 1853 mortali.
Un episodio epidemico di peste polmonare si è verificato nel settembre 1994 nella città indiana di Surat nello stato del Gujarat. I casi registrati ufficialmente furono 2500 con 58 morti.

La peste bubbonica responsabile delle grandi epidemie medioevali riconosce come suo agente patogeno un batterio gram-negativo dal nome di Yersinia Pestis. Fu identificato da Alexander Yersin (il cui cognome ne è patronimico) durante la peste di Hong Kong del 1894, che egli battezzò Pasteurella pestis, in onore di Pasteur, e che sarà ribattezzato negli anni seguenti Yersinia pestis, in onore suo.

Tale batterio infetta circa 100 diverse specie animali inclusa la specie umana, ad esempio roditori quali ratti scoiattoli, cani della prateria, gerbilli, topi campagnoli. La trasmissione agli esseri umani avviene sopratutto tramite ospiti intermedi.

La trasmissione diretta da uomo a uomo avviene soltanto per la peste polmonare; la peste bubbonica segue la via di trasmissione indiretta, mediata dalle pulci dei ratti (Xenopsilla cheopis). Anche la pulce dell'uomo (Pulex irritans) può trasmettere la peste da malato a sano.

6 giu 2011



IL CASO

Donne medico: una su quattro
ha subito molestie sessuali

Secondo un'indagine, vengono vessate anche per esser messe in cattiva luce, ma molte non ne parlano


Donne medico: una su qauttro ha subito molestie
MILANO - Allarme donne medico: quasi una su quattro confessa di aver ricevuto offese od offerte sessuali inopportune. Il 4% confessa di aver subito violenze fisiche. Un dato enorme considerato che, in assoluto, tra le donne italiane la percentuale è pari al 2,1%. È il quadro che emerge dal rapporto «Donne medico: indagine su lavoro e famiglia, stalking e violenze, realizzato dall'Ordine dei medici della provincia di Roma, che conta oltre 15 mila donne iscritte. Il campione esaminato (1.597 unità) corrisponde quindi a circa il 10% del totale delle iscritte.

LA META' SUBISCE MOLESTIE -I risultati dell'indagine parlano chiaro: quasi la metà delle donne medico (46,4%) afferma di aver subito molestie in generale. Addirittura tra le «over 65» solo il 25% dichiara di non aver subito un qualche tipo di violenza. Per il 6,8% delle donne l'episodio di molestia è avvenuto negli ultimi 12 mesi, per il 24,7% negli ultimi tre anni e per il 68,5% oltre tre anni fa. Nel 57,5% dei casi si tratta di episodi sporadici, nel 30,6% di casi ripetuti e nell'11,9% di episodi molto frequenti. Ad essere più spesso vittime sono soprattutto le donne dai 35 ai 54 anni, le nubili e le separate o divorziate. La gran parte delle molestie si verificano sul posto di lavoro. Non a caso nella maggior parte dei casi (41%) il molestatore è il datore di lavoro o un superiore. Seguono un estraneo (23,7%), un collega (25,4%), un amico (4,1%), compagni o fidanzati (3,2%).

I MOTIVI - Alla domanda di indicare il motivo dell'ultima o più importante molestia subita, le donne medico intervistate hanno risposto così: nel 27,9% dei casi il molestatore voleva attrarre l'attenzione della donna, mentre nel 20,6% voleva metterla in cattiva luce. Naturalmente le molestie hanno ricadute sul comportamento delle vittime: il 34,9% delle professioniste ha cambiato il suo modo di fare sul luogo del lavoro, il 17.7% ha assunto atteggiamenti difensivi e il 14,3% ha dovuto cambiare le proprie abitudini di vita e di lavoro. Oltre ai comportamenti, le molestie impattano sulla salute psichica delle donne. Quasi il 40% si trova in uno stato generale di stress, circa il 27% teme di vivere altre esperienze analoghe e sviluppa maggiore aggressività, il 17% circa vive in uno stato d'ansia e panico ed è preoccupata per la propria sicurezza personale. Un 17,4% vive a seguito delle molestie subite una vita più solitaria essendosi isolata dalla vita di relazione e il 10,2% dichiara di perdere giorni di lavoro. Circa un quarto delle donne medico che hanno subito violenze ne parla, chiedendo aiuto, soprattutto ai familiari, ai parenti e agli amici fidati. Ma la maggioranza non ne parla con nessuno (43,8%). Solo il 10,2% si rivolge ad un legale, alle forze dell'ordine (7,5%) o a uno psicologo (7,4%). Le donne vittime, in sostanza, tendono a non esternalizzare la molestia.

PENALIZZATE SUL LAVORO - Prendendo in esame solo la sfera professionale, l'indagine rivela che oltre la metà delle donne medico (52,8%) afferma di vivere condizioni disagevoli. Le donne in camice rosa che sono state penalizzate sul lavoro (difficoltà ad ottenere promozioni, incentivi e riconoscimenti) sono il 50,4% rispetto al 26% delle donne italiane. Il 13,5%, rispetto al 7,6% delle donne italiane, dichiara invece di aver subito sanzioni e controlli immotivati. E ancora: il 34,8% afferma di aver avuto problemi creati da altri nell'interagire con i colleghi con cui in precedenza andava d'accordo, rispetto al 17,1% delle donne italiane. E il 42,8% delle professioniste dichiara di essere stata esclusa da riunioni e informazioni. Le molestie possono anche degenerare in veri e proprie aggressioni. Il 4% delle donne medico dice aver subito violenze fisiche, rispetto al 2,1% delle donne italiane. Si tratta in maggior percentuale di donne anziane - che confessano di aver subito aggressioni in passato - o tra i 35 e i 44 anni e vedove (quasi 4 volte in più delle altre). Un dato, questo, significativo. Emerge infatti chiaramente che le aggressioni fisiche ai 'camici rosá sono il doppio rispetto a quelle subite dalle donne italiane.

UN PROFONDO DISAGIO - «Gran parte dei risultati dell'indagine - sottolinea il presidente dell'Ordine dei medici di Roma, Mario Falconi - purtroppo dimostrano che era oltremodo opportuno esplorare il microcosmo delle donne medico, perché gli attacchi subiti alla qualità della prestazione professionale, all'immagine sociale, alla relazione sociale e le violenze fisiche si attestano su percentuali sensibilmente maggiori rispetto alle altre donne italiane». Per Falconi, «l'analisi ha fatto emergere un profondo disagio di lavoro e di relazioni che le donne medico subiscono sia all'interno sia all'esterno dell'ambito lavorativo e quello che è più sconcertante - conclude - è che le discriminazioni, le vessazioni e le violenze vengono esercitate soprattutto verso le donne più fragili, che non possono ricorrere alla protezione dell'ambiente sociale e familiare». (Fonte: Adnkronos Salute)



«Drogato» di internet
un teenager su venticinque

C’è chi non va a scuola per rimanere connesso
E chi si ammala di depressione


Un teenager su 25 è internet-dipendente
MILANO - Stanno male quando non sono connessi, diventano ansiosi e l’unica medicina in grado di placarli è un computer o uno smartphone che li rimetta in Rete. Quella da internet somiglia sempre più a una vera e propria dipendenza che, inoltre, aumenta per i giovani “drogati” il rischio di andare incontro a depressione e comportamenti aggressivi. È questo il ritratto di una cospicua fetta di ragazzi tra i 14 e i 18 anni - il 4 per cento - che emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry. I numeri sono americani, ma non ci sono ragioni per credere che almeno le conseguenze della dipendenza siano diverse al di qua dell’Atlantico.

STUDENTI SOTTO LA LENTE - La ricerca ha coinvolto 3.500 studenti di dieci high school del Connecticut (grosso modo i nostri licei) a cui è stato sottoposto un lungo questionario sulla loro salute, le abitudini ed eventuali comportamenti a rischio. Tra le domande, anche alcune sul rapporto con internet, attraverso cui i ricercatori intendevano non soltanto misurare il tempo passato in rete - che comincia a essere una misura sempre meno affidabile, ai tempi dell’always on - ma soprattutto identificare comportamenti di consumo problematico. I ragazzi si sono quindi trovati a rispondere a quesiti come «Hai saltato la scuola o altre importanti attività sociali perché eri impegnato su Internet?», oppure «Senti una crescente tensione o ansia che può essere alleviata soltanto connettendoti a Internet?». Il 4 per cento del campione ha mostrato un uso problematico del mezzo. Le ragazze sembrano più consapevoli dei rischi: il 12 per cento teme infatti di avere un problema con internet a fronte del 9 per cento dei ragazzi. Mentre questi ultimi più frequentemente si lasciano prendere la mano: il 17 per cento di essi passa più di 20 ore connesso e il 9 per cento ha saltato la scuola per stare on line. Inoltre, dall’analisi dei dati è emersa una correlazione tra l’uso problematico di internet e depressione, comportamenti a rischio (fumo o uso di sostanze stupefacenti, per esempio) o aggressivi.

SCREENING NELLE SCUOLE - Non è una novità che possa esserci un rapporto tra Internet e depressione. Già la scorsa estate, uno studio analogo, condotto però su un campione di mille ragazzi cinesi, aveva raggiunto le stesse conclusioni. La ricerca, pubblicata sugli Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine aveva riscontrato un uso problematico di internet nel 6,2 per cento dei ragazzi e le probabilità che gli studenti appartenenti a questo gruppo soffrissero di depressione erano di 2 volte e mezzo più elevate rispetto alla popolazione generale. Numeri che hanno indotto i ricercatori a lanciare una vera e propria chiamata alle armi: «Gli interventi precoci e la prevenzione sono efficaci per ridurre l’impatto della depressione nei giovani», hanno affermato gli autori dello studio. «Perciò sarebbe opportuno prendere in considerazione l’idea di avviare in tutte le scuole programmi di screening per l’uso problematico di internet che consentano di individuare precocemente e curare gli individui a rischio».

Antonino Michienzi

3 giu 2011



Due studi dalla california

E. coli non fa sempre paura. Serve anche per produrre i biocarburanti

Il batterio killer utilizzato per incrementare la sintesi di butanolo


E. coli produce biobutanolo (da Berkeley Lab)
MILANO - Il nuovo «babau» si chiama Escherichia coli, per gli addetti ai lavori E. coli. Una variante particolarmente virulenta del batterio è ritenuta responsabile dell'epidemia in Europa che ha già provocato 2.500 casi di intossicazione e 17 vittime. Dopo aver stabilito che i cetrioli non c'entrano, e tanto meno quelli spagnoli, E. coli - un microorganismo largamente diffuso anche nell'intestino degli esseri umani - in realtà può essere anche utile. In particolare per la produzione di un tipo di biocarburante: il butanolo.

BUTANOLO - Negli ultimi mesi sono apparsi sulle riviste specializzate due studi di ricercatori che hanno sperimentato particolari «miscele» di E. coli per incrementare la produzione di biobutanolo. A fine febbraio su Nature Chemical Biology un gruppo di ricerca dell'Università della California Berkeley guidato da Michelle Chang ha pubblicato uno studio sull'utilizzo di E. coli per incrementare di dieci volte la sintesi di n-butanolo, un biocarburante che potrebbe essere utilizzato al posto della benzina. Finora la ricerca si era concentrata su Clostridium, un batterio che produce butanolo, ma la produzione non superava il mezzo grammo per litro di coltura: troppo poco per poter pensare a una produzione industriale. Chang e i suoi colleghi, però, hanno operato una modifica genetica di cinque enzimi di E. coli tanto da arrivare a produrre 5 grammi di butanolo per litro di coltura. Secondo Chang ulteriori studi possono portare la produzione di butanolo da E. coli a triplicare, un limite che potrebbe rendere conveniente una produzione industriale.

ANCORA MEGLIO - A marzo su Applied and Environmental Microbiology un altro gruppo californiano, ma questa volta di Ucla, guidato da James Liao ha dimostrato che è possibile arrivare a produrre 15-30 grammi di butanolo per litro di coltura utilizzando E. coli geneticamente modificato.

Paolo Virtuani

2 giu 2011



Colpisce 5 milioni d’italiani,sopratutto anziani
SARCOPENIA: QUANDO I MUSCOLI PERDONO FORZA
Ma anche gli atleti possono soffrirne,come dice l’olimpionico di ginnastica Yuri Chechi


MILANO – Sempre più difficoltà a portare i pacchi della spesa, a svolgere le normali attività quotidiane oppure sollevare oggetti relativamente pesanti. Sintomi generici, forse sfumati, ma testimoni come qualcosa stia davvero cambiando,giorno dopo giorno,nei nostri muscoli. Si tratta della sarcopenia, una condizione clinica che coinvolge 5 milioni d’Italia,soprattutto anziani con progressiva e generalizzata perdita della massa muscolare. Il rimedio naturale c’è ed un’alimentazione completa e bilanciata,assieme ad una regolare attività fisica.
Purtroppo, si è detto a Milano ad un incontro stampa promosso da Abbot, solo il 5,7% degli italiani adotta una simile alimentazione con verdura,ortaggi e frutta. In aggiunta, solo un terzo della popolazione pratica uno sport, mentre 4 italiani su dieci si dichiarano sedentari.
Anche i campioni dello sport possono faticare a seguire una dieta ben bilanciata. Secondo l’olimpionico di ginnastica Yuri Chechi, compiere 40 anni ha comportato una nuova consapevolezza: “ Anch’io ho cominciato a percepire una riduzione della massa ossea e della reattività muscolare,nonostante un’attività fisica attenta e costante – ha affermato – ho cercato di capire come una alimentazione ben bilanciata possa avere un impatto positivo sulla perdita di massa magra muscolare. Nel mio caso,è bastato apportare dei cambiamenti per ottenere un miglioramento immediato e sorprendente”.
Laddove ciò non sia possibile,può essere indicata l’assunzione di un supplemento nutrizionale orale completo e bilanciato che contenga proteine,vitamine ed altri componenti fondamentali,come la vitamina D e l’HMB (un derivato della leucina),essenziali per stimolare la produzione proteica muscolare e rallentare il decorso della sarcopenia.
Ecco i consigli per una sana alimentazione:
Controllare il peso e mantenersi sempre attivi. Mangiare più cereali,legumi,ortaggi e frutta. Scegliere la qualità e limitare la quantità dei grassi. Nei giusti limiti,zuccheri,dolci e bevande zuccherate. Bere ogni giorno acqua in abbondanza. Usare poco sale. Quantità controllate di bevande alcooliche. Variare spesso le scelte a tavola.
Da qui lo scopo della campagna informativa “Più forza nella vita”, un camper che farà tappa in molte piazze italiane. Sarà offerta gratuitamente la possibilità di sottoporsi a specifici test per la funzionalità muscolare. ( 340/42.60.32 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18.

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

1 giu 2011


Incidenti domestici Una vera epidemia
Gli incidenti domestici sono un problema di interesse per la sanità pubblica: disabilità, sofferenza, calo della produttività sono alcuni degli aspetti legati a questo tema

)Roma, 1 giugno 2011 - Casa dolce casa. Nessun luogo è più tranquillo e sicuro. Eppure quando il diavolo ci mette la coda, anche le mura domestiche possono nascondere serie insidie, spesso drammatiche.

In tutti i Paesi gli incidenti domestici sono un problema per la Sanità Pubblica. Secondo recenti dati, tra il 1998 e il 2000 in Europa quasi 20 milioni di persone (il 7% dei residenti) sono rimaste vittime di incidenti domestici, con oltre 5 milioni di ricoverati e 56 mila morti. Secondo un’indagine Istat del 2009, nel nostro Paese, in casa o nelle sue estensioni esterne (balconi, giardino, garage, cantina, scala, ecc.) si sono verificati più di 3 milioni di incidenti con costi per ricovero che superano i 400 milioni di euro.

A farne maggiormente le spese, secondo il Ministero della Salute, sono le donne, in particolare le casalinghe, coinvolte in oltre il 70% degli incidenti domestici, gli anziani, specie gli ultraottantenni, i disabili e i bambini più piccoli. Per questi ultimi, il soffocamento e l’annegamento costituiscono la prima causa di mortalità domestica, provocando il 50% delle morti. Il maggior numero di incidenti, sempre secondo l’Istat, si verificherebbe nel Nord-ovest e nel Centro con cadute, ferite, ingestione di corpi estranei, soffocamento, ustioni, avvelenamenti e intossicazioni.

Le cause sono varie. Si va dalle condizioni strutturali della casa (scale, pavimenti, arredamento,porte e cancelli automatici, ecc.); ad un uso sbagliato di apparecchiature o utensili, sottovalutandone i rischi ed i pericoli, a particolari problemi di salute (disabilità, patologie croniche ecc.) o uso di sostanze tossiche non opportunamente custodite (detersivi, medicinali, uso di farmaci, alcol, ecc) che possono provocare avvelenamenti, intossicazioni o ustioni.

Le cadute in casa possono essere provocate da scale, pavimenti lisci, bagnati o sconnessi, oppure fili elettrici o prolunghe che fanno inciampare, tappetini per il bagno e ostacoli vari, in molti casi con insufficiente illuminazione.

Frequenti e pericolosi anche i piccoli infortuni (ferite da taglio, amputazioni delle dita, lesioni da corpo estraneo nell’occhio, ecc), per lo più legati all’uso senza le opportune precauzioni dei piccoli elettrodomestici ed utensili di cucina ( pentole e padelle bollenti, coltelli e altri oggetti taglienti , frullatori e trita carni accesi, ecc.).

Spesso, per evitare gli incidenti domestici e limitarne la gravità, basta adottare semplici precauzioni ed accorgimenti, rivolte soprattutto alle persone più esposte cioè i bambini e gli anziani. Tra le maggiori insidie le cadute. I bambini rischiano di cadere di più sotto l’anno di età. Per evitare inconvenienti vanno continuamente sorvegliati, specie quando si trovano nel lettino, sul seggiolone, in carrozzina,ecc.

Per gli anziani è utile svolgere una buona attività fisica, garanzia di un buon livello dell’equilibrio e dei movimenti, utilizzando in casa oggetti antiscivolo e maniglie di appoggio. Da ripetute indagini, anche da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, è emerso che molte persone sottovalutano i rischi e le conseguenze di un incidente domestico. Molte Regioni ed Aziende sanitarie sono impegnate nella prevenzioni di questi incidenti, che si basa anche sulla informazione e la collaborazione di tutti noi nel mettere in atto accorgimenti anche semplici. Un po’ di attenzione può salvare la vita.


di Antonio Alfano

30 mag 2011


Medicina, Donna
30/05/2011 - uno studio collega contraccettivi e ipertensione
I contraccettivi orali possono far alzare la pressione sanguigna
Uno studio collega l'assunzione prolungata di estrogeni e il rischio di ipertensione -


L’esposizione prolungata agli estrogeni contenuti nei contraccettivi orali può essere causa di ipertensione
I ricercatori della Michigan State University (Usa) ritengono che l’esposizione per lungo tempo agli estrogeni, gli ormoni femminili contenuti nei contraccettivi orali e nei farmaci per la terapia sostitutiva, possa provocare l’ipertensione.

Anche se al momento il legame tra pressione sanguigna alta ed estrogeni non è del tutto chiaro, diversi recenti studi hanno suggerito che questa esposizione nel lungo termine può essere causa di ipertensione. Questa condizione, si sa, può determinare problemi cardiaci, infarti e attacchi al cervello come l’ictus.
Per questo motivo, i ricercatori Usa hanno condotto uno studio in cui si è evidenziato come l’uso di estrogeni per molto tempo possa generare livelli eccessivi di un composto chimico che porta a stress.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Physiology e mostrano che la possibilità di assumere degli antiossidanti come il resveratrolo può invertire questo processo inibendo i livelli di un radicale libero quale il superossido e abbassando la pressione.
«Questo è un importante studio su almeno due livelli. Primo, continua a confermare gli effetti negativi che l’esposizione agli estrogeni a lungo termine ha per le donne. Secondo, fornisce una nuova ratio sul come e perché questo rapporto si verifica», ha dichiarato il dottor PS Mohan Kumar, coautore dello studio.

Il dibattito sull’uso dei contraccettivi orali continua, quindi. Come spesso accade, le campane suonano diverse. C’è quindi chi rassicura che questo genere di farmaci non è dannoso, anche a lungo andare; e c’è chi invece la pensa diversamente, come suggerito da questo nuovo studio. Quello che possiamo capire è che, in ogni cosa, ci sono i due lati della medaglia e che, per quanto possa essere sicuro, ogni rimedio ha i suoi pregi e difetti. L’importante è saperlo, e agire con cognizione di causa e informandosi presso il proprio ginecologo su quali possono essere i pro e contro. E poi decidere cosa è meglio per sé.
[lm&sdp]

27 mag 2011


Lavoro, figli, partner: donna tre volte più stressata dell'uomo
Sos per l'emisfero femminile più a rischio depressione e attacchi di panico. L'esperta: "E' necessario mettere in atto strategie di prevenzione, come stanno già facendo altri Paesi"

(Ansa)

Roma, 7 marzo 2011 - Lavoro, marito, figli e quotidianità da gestire, spesso senza aiuti esterni. E il risultato è che "la donna è tre volte più stressata dell’uomo e che per lei è maggiore il rischio di depressione e attacchi di panico". Lo sostiene Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta, presidente dell’Eurodap, l’Associazione europea disturbi da attacchi di panico.

"Vivere di continuo una situazione emotivamente negativa - spiega l’esperta - può portare all’insorgere di una vera e propria malattia da stress e oggi due donne su tre che lavorano dicono di essere molto stressate perchè, oltre al lavoro, hanno sulle spalle la responsabilità dell’andamento della famiglia".

"L’inserimento della donna nel mondo del lavoro - prosegue - non è stato un processo indolore, perchè nella maggior parte dei casi la lavoratrice non ha poi grandi aiuti dall’esterno per la gestione della famiglia. Inoltre uno dei pesi maggiori è anche vedersela con i propri conflitti, rappresentati dalla spinta verso la realizzazione professionale e l’autonomia economica, ma anche verso la cura dei figli, verso il ruolo di madre che istituzionalmente le viene richiesto di rappresentare".

"Tutto questo ha un costo psicologico - continua Vinciguerra - che può essere molto alto. Vivere situazioni stressanti per lungo tempo è destabilizzante e la donna, insieme madre e lavoratrice, rischia alla lunga un crollo emotivo se non riesce a trovare il suo giusto equilibrio".

"Recenti ricerche - afferma la psicologa, che è anche responsabile dell’Uiap, Unità italiana attacchi di panico alla Clinica paideia di Roma - hanno dimostrato che le donne soffrono prevalentemente di sindromi ansiose (attacchi di panico, sindrome ansioso-depressiva, ansia generalizzata), di disturbi depressivi, di sindromi da disadattamento per una percentuale che si aggira intorno al 39,4%. Lo stress è pericoloso. Altera la produzione di sostanze chimiche come il cortisolo, la proteina c-reattiva, l’interleuchina 6: sostanze che, se non sono mantenute a livello giusto, producono effetti dannosi sulle difese immunitarie e creano la base per l’insorgere di varie malattie".

Per l’esperta, "è necessario mettere in atto strategie di prevenzione, come stanno già facendo altri Paesi come ad esempio la Gran Bretagna, per fare in modo che i costi personali e sociali delle patologie da stress possano essere evitati". L’Eurodap offre la possibilità di imparare a gestire l’ansia e lo stress in un corso gratuito che si terrà il 10 marzo 2011 a Roma.

Artrite reumatoide, le donne pagano un prezzo troppo alto
Entrano in gioco fattori ormonali e una componente genetica

20 maggio 2011 - L'artrite reumatoide colpisce di preferenza le donne, lavoratrici e casalinghe senza distinzione: "Alcuni fattori ormonali entrano in causa nell’artrite reumatoide — spiega Magda Scarpellini, direttore di Reumatologia all’Ospedale Fornaroli di Magenta. Poi è importante la componente genetica. Nei parenti di primo grado la prevalenza di malattia è del 2-3 per cento e nei gemelli arriva addirittura al 15-20 per cento quindi la storia familiare è un importante fattore di rischio per l’artrite reumatoide". Per fortuna, la malattia non incide sulla gravidanza. Anzi nella dolce attesa la futura mamma sta meglio.

Tuttavia, bisogna consultare il reumatologo per sospendere i farmaci potenzialmente lesivi per il bambino, con modi e tempi appropriati. E purtroppo, dopo
il parto, la patologia reumatica può anche ripartire. Venendo alla terapia oggi l’ingegneria biomolecolare offre nuove opportunità: "Si possono scegliere addirittura i farmaci biologici di prima linea, dopo eventuale fallimento o mancata risposta al metotrexate, che rimane un farmaco àncora indicato, come abatacept - precisa la Scarpellini -. I farmaci biologici hanno migliorato la qualità di vita dei pazienti in quanto, in seguito a una diagnosi precoce, si può oggi pensare di ottenere una remissione di malattia, intendendo con questo termine un’acquiescenza dell’attività patologica clinicamente simile a una guarigione, pur con la necessità di terapie di mantenimento e uno stretto monitoraggio clinico e di laboratorio".

26 mag 2011




Oral Cancer Day:
«Apri la bocca, apri gli occhi»

Visite gratis dal 16 al 31 maggio: basta seguire poche regole per non ammalarsi


Bastano poche regole per prevenire i tumori orali
MILANO –Stop al fumo e limiti al consumo di bevande alcoliche, ma via libera al caffè che sembra avere un ruolo protettivo contro i tumori della bocca. E’ questa la ricetta anticancro per la salute del cavo orale, con una fondamentale aggiunta: attenzione all’igiene e ai traumi cronici, dovuti anche a protesi dentarie mal realizzate. «Basta una visita mirata di pochi minuti dal dentista per individuare lesioni sospette e diagnosticare precocemente le neoplasie che più comunemente coinvolgono il tessuto delle labbra o della lingua, eppure in più della metà dei pazienti vengono scoperte quando la malattia è già avanzata e le possibilità di cura compromesse», spiega Giovanni Evangelista Mancini, consigliere della Fondazione Andi (Associazione nazionale dentisti italiani) che sabato 14 maggio porta nelle principali piazze d’Italia l’Oral Cancer Day, iniziativa nata per sensibilizzare la popolazione sulla prevenzione dei tumori della bocca.

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE - Secondo i più recenti studi scientifici queste patologie sono provocate non solo dal fumo e dall’abuso di alcol (tanto che il rischio di carcinoma orale è fino a 28 volte superiore nei fumatori e aumenta ulteriormente se si associa al consumo di alcolici), ma anche dal papilloma virus umano (Hpv) che si trasmette per vie sessuali e che tra l’altro è la principale causa del carcinoma del collo dell’utero. Per questo gli specialisti richiamano l’attenzione, soprattutto dei ragazzi, sul sesso orale non protetto e con partners multipli. Fondamentale per la prevenzione, poi, è una corretta igiene orale (una scarsa pulizia e i microtraumi da carie o protesi dentarie favoriscono la formazione di lesioni precancerose o cancerose) e seguire una dieta sana, ricca di frutta e verdura. Nel caso di lesioni sospette della mucosa orale, che si possono individuare da soli allo specchio, bisogna subito rivolgersi al dentista o a uno specialista per indagini più approfondite (la diagnosi certa si ha solo con una biopsia).

DENTISTI IN PIAZZA E VISITE GRATIS - In Italia in media si registrano ogni anno circa 10 nuovi casi ogni 100mila abitanti (soprattutto fra i maschi), ma le diagnosi sono in aumento e la mortalità è ancora elevata. «A causa soprattutto del ritardo con cui generalmente viene scoperta la malattia – aggiunge Mancini – chi riesce a sopravvivere spesso deve sottoporsi a interventi estremamente invasivi. Ma se la neoplasia viene individuata nelle fasi iniziali la sopravvivenza è dell’80 per cento e si può intervenire chirurgicamente in modo più leggero, risparmiando estetica e funzionalità quanto più possibile». Proprio per favorire prevenzione e diagnosi precoce i dentisti Andi sabato 14 maggio sono disponibili in più di 80 piazze italiane per distribuire materiale informativo e consigli mirati per la salute di gengive, lingua e tessuti molli della bocca. In occasione dell’Oral cancer day sarà inoltre possibile sottoporsi a visite gratuite dal 16 al 31 maggio. Sul sito www.oralcancerday.it oppure al numero verde 800 911 202 è disponibile l’elenco dei dentisti presso cui prenotare le visite.

Vera Martinella

23 mag 2011



Arrivano i Pomodori, arriva il benessere del cuore
Promodori, i succosi amici della tavola e della salute

Tra poco inizierà la stagione dei pomodori e, secondo un nuovo studio, non c’è niente di meglio per fare un pieno di antiossidanti utili per ridurre il colesterolo e la pressione sanguigna
Rosso, che ricorda il calore, che ricorda l’estate. È il pomodoro, il principe delle tavole nella bella stagione. E ora, grazie a un nuovo studio, diviene anche il principe alleato della salute.

Un team internazionale di ricercatori coordinati dall’Università di Adelaide in Australia hanno pubblicato i risultati di un nuovo studio sul pomodoro e i suoi effetti sulla rivista Maturitas. Qui, si afferma che mangiare ogni giorno un succoso, fresco, pomodoro può aiutare a ridurre i livelli di colesterolo cattivo (LDL) e anche la pressione arteriosa, proteggendo quindi il cuore e l’apparato cardiovascolare.

Tutto merito dei componenti salutari che il pomodoro contiene e, in pole position, il famoso licopene. Questo antiossidante è già stato oggetto di numerosi studi che ne attestano le proprietà benefiche in molti modi.
Lo studio revisionale ha preso in considerazione 14 studi condotti negli ultimi 55 anni, analizzando i risultati collettivi. «Il nostro studio suggerisce che, se si assumono 25 mg o più di licopene al giorno, questo può ridurre il colesterolo LDL fino al 10 per cento», spiega la dottoressa Karin Ried, che ha guidato la squadra di scienziati.

Il pomodoro non solo può essere consumato tal quale, ma anche sotto forma di succo o concentrato che, pare contengano maggiori quantità di licopene che viene anche assorbito meglio dall’organismo. Per esempio, 50 grammi di pomodoro concentrato o mezzo litro di succo possono fornire una buona protezione dalle malattie cardiache, sottolineano i ricercatori.

«Questo è paragonabile agli effetti offerti da basse dosi di farmaci comunemente prescritti per le persone con colesterolo elevato, ma senza gli effetti collaterali di questi farmaci, che possono includere dolore muscolare e debolezza e danni al sistema nervoso», ha sottolineato Ried.

«La ricerca dimostra che un alto consumo di licopene è stato associato a un ridotto rischio di malattie cardiovascolari, comprese le arterie indurite, infarti e ictus», conclude Ried.
Tuttavia, i ricercatori intendono condurre altri studi per valutare se dosaggi superiori a 25-44 milligrammi di licopene al giorno possano offrire ulteriori benefici.
In attesa dei risultati possiamo tranquillamente goderci un gustoso e salutare piatto a base di pomodori.
[lm&sdp]

20/05/2011 - la ricerca della felicità può essere una trappola
Il lato oscuro della felicità
Né denaro, né beni materiali. Ma neanche riconoscimento sociale, la felicità si trova altrove


La ricerca della felicità può avere dei risvolti non sempre piacevoli e, alla fine, far sentire peggio di prima
La felicità può avere un lato oscuro? Di per sé, in apparenza no. Ma, secondo uno studio pubblicato su Psychological Science Perspectives, la felicità non è uguale a tutti i livelli e per tutti i tipi. E, la tanto agognata ricerca della felicità può trasformarsi un un’arma a doppio taglio, tanto da far sentire peggio, alla fine.

La prospettiva della dottoressa June Gruber della Yale University, così come riportata nell’articolo che ha scritto le colleghe Iris Mauss dell’Università di Denver e Maya Tamir della Hebrew University di Gerusalemme, è che la fissazione dell’obiettivo di trovare la felicità può ritorcersi contro la persona. E, in questa lotta, si può uscirne sconfitti e peggio di quando si era iniziata la ricerca.

Certo, gli strumenti offerti dal mercato non mancano. Dai sedicenti guru della motivazione, ai corsi lampo full-immersion per ritrovare la felicità come in un fast-food ai libri miracolosi, tutto pare possa schiudere il segreto della felicità. La ricerca in sé non ha nulla di male, precisa la dottoressa Gruber, e gli strumenti spesso consigliati non sono necessariamente sbagliati. Per esempio, prendersi del tempo per pensare positivo o l’essere grati; visualizzare o creare situazioni che possono renderci felici, sono tutti mezzi per cercare di ottenere quanto desiderato. Tuttavia, quello che frega sono le aspettative. «Quando lo fai con la motivazione o l’aspettativa che queste cose dovrebbero farti felice, questo può portare a delusioni che diminuiscono la felicità», spiega Gruber.

Lo studio ha mostrato come le persone che avevano letto un articolo di giornale che esaltava il valore della felicità si sono sentite peggio dopo aver visto un film sulla felicità che non le persone che hanno letto un articolo di giornale che non ha menzionato la felicità. L’idea è che costoro fossero rimasti delusi perché, alla fine, non si sentivano più felici. Le aspettative erano state disattese e la sensazione di fallimento può averli fatti sentire ancora peggio.

Un altro lato oscuro della felicità è che le persone che si ritengono tali tendono a sottovalutare i rischi. Chi ha una stima troppo ottimistica della vita e di se stesso o, per così dire, un eccesso di emozioni positive, tende ad abusare di sostanze varie, a eccedere nella velocità quando guida, o spendere più di quello che guadagna e altri comportamenti che fanno pensare che un «un grado troppo alto di felicità può essere cattivo», dichiara Gruber.

Ma allora qual è il segreto della felicità? A questa domanda cercano di rispondere i ricercatori che scrivono: «Il più forte predittore della felicità non è il denaro, o il riconoscimento esterno attraverso il successo o la fama. E’ avere significative relazioni sociali», afferma Gruber. Il segreto, quindi, è smettere di preoccuparsi di trovare a tutti i costi la felicità e, magari, concentrarsi e trarre il meglio dalle relazioni interpersonali.
Come disse qualcuno: la felicità non è il traguardo, ma il percorso.
[lm&sdp]

Il latte più simile a quello umano: il latte di capra
Il latte di capra pare sia un alimento salutare e tollerato anche da chi è allergico alla caseina e intollerante al lattosio - Foto: ©photoxpress.com/aidasonne


Uno studio spagnolo afferma che il latte di capra contiene molte sostanze nutritive che lo rendono simile al latte umano
Dagli scienziati dell’Università di Granada, in Spagna, arriva la notizia che il latte di capra è un alimento funzionale con caratteristiche nutrizionali benefiche per la salute. In più, è quello più simile al latte umano.

Il latte prediletto dal Mahatma Gandhi, pare essere uno dei latti migliori se, per esempio, si vuole optare per un’alternativa al latte in polvere nell’allattamento dei neonati. Ma non solo, il latte di capra favorisce il miglioramento della salute e il recupero nelle persone colpite da anemia a causa della carenza di ferro. Ne favorisce l’assorbimento e aumenta la rigenerazione dell’emoglobina.

I ricercatori dell'Università di Granada, Dipartimento di Fisiologia e Nutrizione e dell'Istituto di Tecnologia Alimentare, coordinati dalla professoressa Margarita Sánchez Campos, hanno condotto uno studio in cui si evidenziano le caratteristiche nutrizionali benefiche del latte di capra.
Tra le varie componenti, il latte di capra, contiene la caseina – una sostanza che lo rende simile al latte umano. Al contrario contiene poca caseina alfa-1, nota per essere responsabile della maggioranza delle allergie al latte vaccino. Allo stesso modo, il latte di capra contiene circa l’1% in meno di lattosio, rispetto al latte di mucca. Diviene quindi più facile da digerire. Non a caso, chi soffre di intolleranza a questo zucchero del latte è invece in grado di tollerare il latte di capra.

Oltre a ciò, spiegano i ricercatori, contiene una notevole quantità di oligosaccaridi; anche questi con una composizione simile a quella del latte umano. Questi utili composti raggiungono l'intestino crasso e agiscono come dei prebiotici. In questo modo favoriscono lo sviluppo della flora batterica probiotica che rivaleggia con la flora batterica patogena, facendola sparire.

Il latte di capra è utile anche per chi soffre di problemi alle ossa, fa notare Sánchez Campos, in quanto è ricco di calcio e fosforo, è altamente biodisponibile e favorisce la loro deposizione nella matrice organica dell'osso; questo porta a un miglioramento nella formazione dell'osso. Altri elementi utili per la salute, contenuti nel latte di capra, sono lo zinco e il selenio. Due sostanze che contribuiscono a prevenire le malattie neurodegenerative e agiscono come antiossidanti.
Secondo i ricercatori, il latte di capra dovrebbe essere considerato un alimento funzionale il cui consumo dovrebbe essere promosso.
[lm&sdp]

19 mag 2011


BAMBINI
Leggere (o sentir leggere)
fa benissimo ai bambini
Nei piccoli, ascoltare libri letti a voce alta, stimola i neuroni e aiuta a moderare comportamenti anti-sociali



Nei piccoli, ascoltare libri letti a voce alta, stimola i neuroni e aiuta a moderare comportamenti anti-sociali




Leggere le fiabe fa bene
MILANO - Leggere fiabe e filastrocche a un bambino, meglio se è ancora molto piccolo, fa bene a lui e ai genitori. Lo dimostrano studi scientifici e numerose esperienze in Italia e all’estero. Come «Nati per leggere», il progetto nazionale senza fini di lucro con il quale, da più di dodici anni, pediatri e bibliotecari lavorano insieme per promuovere nei genitori la buona abitudine di leggere ai propri figli di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni. Non per farli addormentare, ma per svegliarne la mente. «Una lettura ad alta voce, - afferma il dottor Michele Gangemi, past president dell’Associazione Culturale Pediatri e pediatra di libera scelta in Verona, - è in grado di “rapire” un bambino almeno quanto un videogame».

A VOCE ALTA Ma che cosa spinge i pediatri di libera scelta a mobilitarsi in forze, per un obiettivo che sembra più nelle corde di un educatore o di uno psicologo?«Perché leggere a un bambino ha effetti molto positivi sulla sua salute, sul suo sviluppo cognitivo ed emotivo. E quello di vegliare su tale sviluppo è precisamente uno dei compiti dei pediatri». In due parole, secondo studiosi di tutto il mondo, la lettura ad alta voce è una delle strategie di dimostrata efficacia per prevenire i problemi dello sviluppo e dell’apprendimento nel bambino. Non importa se il bambino abbia appena iniziato a stare seduto senza sostegno, se non abbia ancora detto “mamma”. Anzi, prima si comincia, meglio è. «L’efficacia della lettura ad alta voce in epoca neonatale, - spiega Michele Gangemi, - si fonda sulla teoria dello sviluppo precoce (Early Child Development). Nel bambino molto piccolo, lo stimolo a svolgere un nuovo compito (come quello di ascoltare, appunto) aumenta la sopravvivenza dei nuovi neuroni che si stanno formando: senza compiti, i nuovi neuroni svaniscono. E più il compito è difficile e ripetuto, più aumenta il numero dei neuroni "risparmiati". In pratica, sembra che esista una finestra temporale entro cui l’apprendimento di nuovi compiti può risparmiare i neuroni. È compresa fra prima e seconda settimana dalla nascita della cellula: più precisamente fra il 7° e il 14° giorno e corrisponde al periodo in cui la cellula neonata e non specializzata si differenzia in neurone, emette i filamenti (dendriti) che le permettono di "collegarsi". È così che il neonato diventa sensibile all’apprendimento». Una volta avvenuto il cablaggio, agire sulla plasticità dello sviluppo è ancora possibile, naturalmente, ma è molto più difficile. Ecco perché l’”evangelizzazione” delle mamme comincia dai reparti di maternità degli ospedali e viene proseguita dal pediatra di libera scelta.

IL RUOLO DELLE BIBLIOTECHE -Con la collaborazione delle biblioteche cittadine, che si attrezzano per rendere possibile l’accesso di mamme e bambini. «A Verona, per esempio, presso il mio studio, è attivo un vero e proprio punto prestito, con la restituzione dei libri presso uno dei 12 punti specializzati delle biblioteche cittadine». Una volta cominciato, è importante continuare, perché un intervento sul piacere della lettura può avere un effetto positivo anche più tardi, fino ai sei anni di età. «È proprio questo il periodo in cui si forma la capacità del bambino di "immaginare", di costruire le immagini sotto lo stimolo della lettura, - dice Gangemi. - E in cui si struttura e si conferma il piacere della lettura. Aumentare lo spazio di ascolto, la capacità di costruirsi delle immagini, lo sviluppo della creatività e dell’immaginazione, I bambini, esposti più che in passato a stimolazioni tele-visive, tendono a elaborare meno immagini». Inoltre, la voce della mamma o del papà, e il tempo passato con il bambino (invece di parcheggiarlo davanti alla TV) creano un momento privilegiato e non sostituibile di relazione che fa bene al piccolo, ma anche alla famiglia.


LITERACY Ma c’è di più. «La capacità di leggere, scrivere e comprendere un testo (la “literacy”) fa bene alla salute ed è un indicatore di benessere riconosciuto, - conclude Gangemi. - Buoni livelli di literacy sono legati a un migliore utilizzo dei servizi sanitari e quindi a migliori condizioni di salute. Adolescenti con bassi livelli di literacy sono a rischio almeno doppio di andare incontro a comportamenti aggressivi e antisociali. E il numero di adolescenti in queste condizioni è, purtroppo, in continuo aumento”» È il circolo vizioso, che parte dall’incapacità di leggere e capire e, passando attraverso disagio, frustrazione e riduzione dell’autostima, giunge infine all’aumento del tasso di abbandono scolastico e del rischio di disturbi del comportamento. Un circolo vizioso che colpisce soprattutto i figli di famiglie in condizioni socio-economiche svantaggiate alle quali, prima di tutto, si rivolge «Nati per leggere».

Luciano Benedetti


REGNO UNITO

Donna allergica alla tecnologia:
vive a lume di candela

Ha sconfitto il cancro, ma non può guardare la tv, accendere la radio, usare cellulari e internet


Janice Tunnicliffe (fonte www.dailymail.co.uk)
MILANO- Non può guardare la tv, ascoltare la radio, metter su il bollitore per farsi una tazza di the. Luci rigorosamente spente, pc e cellulari banditi da casa, passa le serate a lume di candela a giocare a scarabeo o a scacchi. Non è facile la vita di Janice Tunnicliffe, britannica, 55 anni: è così allergica a elettricità e campi elettromagnetici che il suo vicino di casa ha dovuto smettere di navigare in internet con la connessione wireless. La donna, madre di due figli e sopravvissuta a un cancro, sta male in presenza della tecnologia, che le provoca mal di testa, dolori al petto, nausea, formicolii a gambe e braccia.

MALATA DI CANCRO - Il malessere - si legge su diversi quotidiani online britannici - è cominciato dopo un ciclo di chemioterapia a cui Mrs Tunnicliffe si è dovuta sottoporre circa tre anni fa. Il trattamento le ha lasciato un'eredità poco piacevole, questa rara condizione chiamata elettrosensibilità. I campi elettromagnetici innescati da apparecchi in funzione possono provocare reazioni anche gravi. Le finestre del cottage in cui la donna vive a Wellow, vicino a Nottingham, sono schermate per respingere le onde elettromagnetiche. E durante i week end Mrs Tunnicliffe scappa in campagna con il marito, per un «break» totale dai segnali elettrici. In mezzo alla natura sta meglio, come quando un black out, spegnendo la sua città, le ha regalato qualche ora di sollievo.


ELETTROSENSIBILITA' - Dell'elettrosensibilità la donna è venuta a conoscenza su internet e con gli anni ha imparato da sola a gestire la sua condizione: lamenta, infatti, di non aver mai trovato ascolto nei medici. Il servizio sanitario britannico si è rifiutato di pagarle il trattamento in un ospedale privato specializzato. L'orientamento della maggior parte dei camici bianchi in Gran Bretagna è che l'elettrosensibilità sia un disturbo psicosomatico. Secondo Powerwatch, un'organizzazione di ricerca sugli effetti dei campi elettromagnetici, il 3-4% della popolazione può avere una qualche reazione allergica alla tecnologia, ma pochi al livello di Mrs Tunnicliffe. (Fonte: Adnkronos)

15 mag 2011



DOSSIER MALATTIE RARE

La bambola di cristallo ora è mamma

La vittoria di una donna grazie ai progressi della ricerca

La "bambola di cristallo" si è trasformata in una donna, moglie e mamma, che vive i suoi 37 anni senza più l'incubo dei lividi su tutto il corpo. Ecco la sua storia. «Il periodo peggiore è stata l'adolescenza — ricorda la protagonista, che si chiama Concita e il nome è vero —. Allora ho cominciato a sentirmi una "bambola di cristallo": mi guardavo allo specchio e vedevo ematomi ovunque. Senza sapere il perché. Mi chiedevo "ma dove ho picchiato?" E mi arrabbiavo, perché non ricordavo alcun trauma. Passavo, spesso, dal pianto alla vergogna».

I problemi per Concita erano cominciati a sei anni: fino ad allora la sua vita era stata del tutto normale. Sì, qualche volta cadeva, giocando, e qualche livido qua e là compariva, ma nulla di particolare. Poi una mattina si sveglia e non riesce più a parlare: le gengive sono gonfie e la bocca è piena di sangue. Primo ricovero in ospedale a Rovigo, prima diagnosi: leucemia. Altri esami, altri ricoveri (a Ferrara e a Verona) e nuova diagnosi: piastrinopenia (carenza, cioè, di piastrine, gli elementi del sangue, prodotti dal midollo, che servono per la coagulazione). O meglio: porpora trombocitopenica idiopatica, di origine sconosciuta.

«Una malattia rara — commenta Fabrizio Pane, ematologo all'Università Federico II di Napoli —. La sua incidenza varia da uno a 12 casi ogni 100 mila persone all'anno. Può manifestarsi a tutte le età e spesso è cronica». Unici sintomi, lividi e sanguinamenti (non solo delle gengive, ma anche del sistema digestivo), a volte gravi, e, comunque, una compromissione della qualità della vita. «Avere un figlio è sempre stato il mio sogno — dice Concita —. Quando mi sono sposata ne ho parlato con l'ematologo per sapere se un giorno avrei potuto portare avanti una gravidanza normale». La risposta è stata sì, a patto di seguire una terapia.«I farmaci di prima linea, secondo gli schemi tradizionali — precisa Enrica Morra, ematologa all'Ospedale Niguarda di Milano — sono il cortisone e le immunoglobuline ad alte dosi, per chi non risponde al cortisone. Il trattamento di seconda linea prevede, invece, immunosoppressori (che riducono l'attività del sistema immunitario: le piastrine sono, infatti, distrutte da anticorpi prodotti dall'organismo stesso) e l'asportazione della milza».

Concita, per la gravidanza e dopo il parto cesareo, ha seguito una cura a base di cortisone, ma nonostante le terapie il suo corpo rimaneva fragile. E gli effetti del cortisone si facevano sentire. Non rimaneva che l'asportazione della milza. «Siamo nel 2007 — prosegue Concita — ed ero in attesa dell'intervento. Finalmente mi arriva la chiamata dall'Ospedale di Padova, dove sono in cura, ma non è per l'operazione: mi propongono di entrare in una ricerca che vuole valutare l'effetto di un nuovo farmaco, l’eltrombopag, capace di stimolare la produzione di piastrine da parte del midollo». Una settimana di terapia e i primi controlli. «Già quando mi fanno i prelievi —- ricorda la donna — non credo ai miei occhi: il buchino dell'ago si chiude quasi immediatamente… Non era mai successo. Quando mi portano i risultati degli esami, vado a cercare l'asterisco che indica i valori delle piastrine fuori dalla norma. Non c'è, l'asterisco non c'è e io mi metto a piangere. Al controllo della seconda settimana le piastrine sono 250 mila: un record».

Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
14 maggio 2011


DOSSIER MALATTIE RARE

Laura, dieci anni per capire
di che cosa era ammalata

La difficoltà e i ritardi nelle diagnosi negano
a chi ne soffre la speranza di un'esistenza migliore


In Italia, uno ogni 2000 soffre di malattie rare
MILANO-Tutte la strade portano qui, al primo piano di un edificio grigio fuori e pieno di colore dentro. L’Unità di genetica medica dell’ospedale San Gerardo di Monza è uno dei tanti crocevia d’Italia dove le vite dei bambini «speciali» si incontrano. Sulle strade delle malattie rare, mamme e papà condividono l’attesa. Delle diagnosi. E dei controlli. Quando sono tanti, se la cavano in una mattinata solo grazie all’organizzazione delle visite coordinate dal reparto. È un mondo di disegni nell’angolo dei volontari dell’Abio, questo. Di braccine tese contro gli aghi per i prelievi del sangue. Di papà che giocano a biliardino con figli instancabili.

Il tour del giorno: un giro al primo piano, per la risonanza magnetica. Uno al secondo, per l’ortopedico. «Poi tornate e ci vediamo in stanza». Pianti, sorrisi, urla di spavento e gridolini di gioia. E poi via a casa. A scuola. Alla vita di tutti i giorni. Restano scie di dolore sul volto delle mamme, smorfie di rassegnazione agli angoli delle bocche dei papà, occhi di bambini che trasmettono maturità e consapevolezza estranei alla loro età. Sulle strade delle malattie rare tempi e distanze diventano concetti sfuocati come miraggi nel deserto. Prendi Laura (il nome è di fantasia), ad esempio. Abita non molto lontano dall’ospedale eppure ci è arrivata dopo 30 anni. Nel 1980, quando nasce, la diagnosi di una malattia rara è l’approdo assolutamente aleatorio di un percorso di guerra. Figurarsi poi se la sindrome è rarissima. La sua ha il nome esotico di Kabuki, perché il volto di chi ce l’ha ricorda le maschere del teatro tradizionale giapponese: il Kabuki appunto. Due ricercatori, Niikawa e Kiroki, la descrivono nell’81, ma le traiettorie di Laura e della sua malattia impiegano altri nove anni prima di incrociarsi.

La madre e il padre, entrambi sessantenni ed ex operai, raccontano volentieri le vicende della figlia, venuta al mondo nove anni dopo il fratello che invece è perfettamente sano. Hanno un pudore antico, però, e chiedono di restare anonimi. Raccontano la nascita prematura di Laura e il distacco immediato dalla mamma, la storia infinita di visite e interventi chirurgici, i busti di gesso tre volte per quattro mesi, la riabilitazione, gli apparecchi acustici, le mappature cromosomiche «che a quei tempi non si facevano sotto casa». Soltanto alla fine del ’90, su consiglio del pediatra, la famiglia si rivolge alla clinica De Marchi di Milano per cercare un nome ai tanti guai di Laura. Da una prima indagine non salta fuori nessun collegamento a sindromi allora conosciute. Poi, un medico della De Marchi sente parlare della Kabuki a un congresso di Marsiglia. «Laura aveva tutti questi sintomi: — rammenta la madre — problemi all’orecchio, occhi così, mani in un certo modo, scoliosi; tutte cose che ormai si erano manifestate in lei. Mi sembra che come lei ci fosse solo un altro caso a Torino». Laura viene seguita alla De Marchi fino all’anno scorso, quando il medico di riferimento si trasferisce a Monza.

Ad un altra latitudine, anche il cammino di Fabio Terzaroli, che di anni ne ha 42 e abita a Roma, è lungo e accidentato. A lui e a sua sorella la mucopolisaccaridosi di tipo IV (malattia che deforma lo scheletro) è diagnosticata dopo ben otto anni. E questo li costringe a una vita di sacrifici, compreso il busto portato per 15 anni. Di quel calvario, Fabio non riesce a dimenticare soprattutto l’infanzia: «Un trauma — ricorda —. Siccome ero malato, a scuola dovevo stare sotto la finestra, lontano dagli altri bambini altrimenti c’era chissà quale pericolo. Anche da adulto comunque trovo queste differenze: veniamo sempre guardati e squadrati».

Oggi, oltre al problema fisico, è la burocrazia l’ostacolo più difficile da affrontare: «Dai certificati di invalidità che scadono a tutto il resto, i farmaci che paghiamo nella maggior parte. Ci sentiamo abbandonati alla burocrazia». Sonia Pizzato, mamma di Loris, combatte contro l’ottusità della burocrazia fin da quando il figlio frequentava l’asilo, in provincia di Varese. Loris ha 12 anni e soffre di Rubinstein-Taybi, sindrome diagnosticata a 8 mesi, che provoca scarsa crescita e ritardo psicomotorio. «È bruttissimo dirlo, ma bisogna alzare la voce per ottenere il giusto — si rammarica —. Loris non veniva preso all’asilo, perché secondo loro non c’era una classe adatta. Ho scritto ai giornali. Alla fine, la classe è saltata fuori. Per tenerlo a scuola, dove lo hanno escluso dopo una settimana perché si faceva la pipì addosso e anche lì non c’era il bagno per i disabili, ho dovuto raccogliere le firme in paese». Deve battere i pugni sui tavoli anche per ottenere la maestra di sostegno e un’operatrice del comune.

Sulle strade delle malattie rare, ma a Vicenza, ancora la burocrazia nega a Cristina Gasparet, madre di Diego, e presidente dell’associazione dei genitori , il permesso di parcheggio per gli invalidi. Lo decide un medico del distretto sanitario, basandosi su una precedente visita dalla quale non risulta che il bambino abbia problemi di deambulazione. «Per forza, — ride Cristina — aveva otto mesi!». La mamma riesce però a sapere che basta rivolgersi al comando della polizia locale. Così aggira l’ostacolo. Non tutte le famiglie sono combattive o si informano, nonostante Internet e i social network come Facebook facilitino i contatti con le associazioni o comunque tra persone con le stesse vicissitudini. «Ma i siti Internet usano anche un linguaggio angosciante — sottolinea Cristina —. Il modo di comunicare è fondamentale. Per la nostra sindrome parlano subito di ritardo mentale. Quando lo hanno detto a me, una dottoressa mi ha spiegato: Diego sarà piccolo, ma simpatico. E in effetti i nostri bambini sono così: piccoli e simpatici, sempre sorridenti».

Annalisa Sergio approva. Da nove anni, l’età di sua figlia Denise, lascia Lizzanello in provincia di Lecce e assieme a lei e al marito raggiunge Monza per i controlli semestrali. «Andiamo in ospedale a Gallipoli — spiega questa mamma, che è anche referente regionale dell’Associazione dei malati — solo per sottoporre Denise alla terapia enzimatica contro la Mucopolisaccaridosi di tipo VI che le hanno diagnosticato a sette mesi. Al Sud purtroppo mancano le strutture e i medici non vogliono aggiornarsi». Sulle strade delle malattie rare, il papà di Denise ha perso il lavoro e ogni volta la trasferta al San Gerardo si fa grazie a una colletta della parrocchia, dei parenti e degli amici. «Le nostre famiglie vengono distrutte, — sussurra Annalisa — ma io amo la vita e Denise la prende abbastanza bene». Anche Ruben Sanvito ama la vita, il judo e la batteria. Ha 15 anni ed è un ragazzo «con le stelle negli occhi», uno dei segni distintivi della sindrome di Williams. Con i genitori e il fratello ha creato un sito, quando ancora sul web in Italia non c’era nulla. Sulle strade delle malattie rare c’è anche il loro coraggio.

Ruggiero Corcella
14 maggio 2011

11 mag 2011


Lifestyle
10/05/2011 - intolleranze "mentali"
Intolleranza al lattosio? È una questione mentale


Una tazza di cioccolata. Per qualcuno è causa di sintomi da intolleranza al lattosio, ma in certi casi è tutta questione di testa -
Tutta colpa di stress, ansia, depressione. Le intolleranze alimentari come quella al lattosio potrebbero avere un’origine psicologica anzichenò
Riteniamo di essere intolleranti al lattosio? Attenzione, perché potrebbe essere una questione di testa, anziché di intestino. Questo quanto suggerito da un nuovo studio italiano presentato l’8 maggio alla conferenza Digestive Disease Week di Chicago (Usa). Qui, dottor Guido Basilisco dell'unità di gastroenterologia dell'Irccs Cà Granda di Milano, che ha condotto lo studio, ha spiegato come una presunta intolleranza al lattosio possa essere dovuta allo stress.

I dati sono stati acquisiti a seguito di analisi eseguite su oltre 100 pazienti che lamentavano sintomi che potevano far supporre proprio un’intolleranza al lattosio; tra questi, mal di stomaco, gonfiore e diarrea. Agli stessi partecipanti, i ricercatori hanno anche raccolto informazioni circa la loro salute mentale e fisica, in particolare se ne erano depressi o ansiosi o soffrivano di dolori e sofferenze generali.
Dalle informazioni raccolte, gli scienziati, hanno concluso che sintomi tipici di questa intolleranza, come gonfiore o difficoltà di digestione, possono essere la somatizzazione di un disagio psicologico.

L’azione più scontata, in genere è l’eliminazione dalla propria dieta di latte e latticini senza tuttavia sottoporsi a seri e affidabili test per valutare se si è davvero intolleranti. Una scelta che può essere infelice, sottolineano i ricercatori, in quanto può rivelarsi pericolosa per la salute, in particolare quella delle ossa a causa della carenza di calcio.

Se non vi è alcun dubbio che i geni di alcune persone rendono loro difficile digerire il lattosio e che questo provoca problemi di stomaco quando bevono grandi quantità di latte, spiega Basilisco, è altresì vero che molte delle persone che affermavano di soffrire di problemi a seguito dell’assunzione di una tazza di caffè o una cioccolata calda, sono stati perfettamente in grado di digerire il lattosio.
[lm&sdp]