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Pubblicheremo inoltre interessanti articoli di storia della medicina.

11 dic 2010


Felix HoffmannFelix Hoffmann (Ludwigsburg, 21 gennaio 1868 – 8 febbraio 1946) è stato un farmacista tedesco.

Si laureò in Chimica a Monaco di Baviera.

È noto soprattutto per aver sintetizzato l'acido acetilsalicilico il 10 agosto 1897 in una forma stabile per applicazioni medicinali[1]. Charles Frédéric Gerhardt aveva in ogni caso, già nel 1853, sintetizzato tale composto, e ne aveva registrato in Francia il brevetto.

La Bayer registrò questa sostanza con il nome di Aspirina. Esiste comunque una disputa sull'ideatore del processo che portò alla sintesi della medicina. Nel 1949 Arthur Eichengrün pubblicò un articolo in cui sosteneva di essere colui che aveva pianificato e diretto la sintesi e di essere il responsabile dei primi test clinici. Infine dichiarò che il ruolo di Hoffmann sarebbe stato ristretto all'iniziale sintesi di laboratorio, basandosi sul progetto da lui ideato.[2]

La versione di Eichengrün fu ignorata dagli storici e dai chimici fino al 1999, quando Walter Sneader del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche della Università di Strathclyde a Glasgow esaminò il caso, arrivando alla conclusione che ad Eichengrün andasse il merito della scoperta.[3]

Nel 2002 è stato introdotto nel National Inventors Hall of Fame.

Sintetizzò per la prima volta anche l'eroina.
notizie da Wikipedia


L' Aspirina







ll 900 può essere considerato "il secolo dell'aspirina", J. O. Gasset nella rivolta delle masse scriveva: "Oggi, per l'uomo della strada la vita è più facile, più comoda e più sicura che per i potenti di ieri. A lui importa poco di non essere più ricco del suo vicino, se il mondo intorno a lui gli dà strade, ferrovie, alberghi, un sistema telegrafico, benessere fisico e aspirina".
In questo secolo è stato il farmaco più venduto. L'influsso che il farmaco ha avuto nel novecento lo si può desumere dal fatto che nel Trattato di Versailles, tra le condizioni imposte dai vincitori della prima guerra mondiale agli sconfitti imperi centrali, c'era la rinuncia della Bayer al brevetto sull'aspirina.
Nel 1969 il medico della Nasa incluse l'aspirina nel kit di ogni astronauta in partenza per la missione lunare Apollo 11.
Ma com'è nata l'aspirina?
Per rispondere a questa domanda bisogna ricostruire la sua storia avventurandoci in un dedalo di miti e leggende.

Origine dell' aspirina:
Ippocatre (460-377 a.C.), il padre della medicina, conosceva l'azione analgesica della linfa estratta dalla corteccia di salice che conteneva, come oggi sappiamo, l'acido salicilico.
Nel Medioevo, invece, le venditrici di erbe aromatiche e medicinali facevano bollire la corteccia del salice, dopo di che somministravano l'amaro decotto alle persone afflitte da dolori. Da un certo momento in poi, però, la raccolta dei rami di salice venne proibita, perché la pianta veniva utilizzata per la fabbricazione di cesti. Fu così che il medicamento cadde in disuso. L'utilizzo dell'acido salicilico venne ripristinato nel 1806. In quell'anno, infatti, Napoleone impose il blocco continentale e divenne quindi impossibile importare dal Perù il chinino, l'antipiretico allora più diffuso. Fu così che a qualcuno allora tornarono in mente i poteri benefici dell'estratto ricavato dalla corteccia della betulla. Ma come si è arrivati poi alla produzione della piccola pasticca bianca? Il processo è stato lento e complesso.



I primi studi risalgono al 1828. Nel 1838, il chimico italiano, Raffaele Piria, scoprì l'acido salicilico e nel 1853 Charles Frédéric Gerhardt, un chimico francese, produsse l'acido acetilsalicilico, anche se in forma impura, con gusto sgradevole e spesso con riflessi negativi sulla mucosa gastrica. Il merito di aver ideato un farmaco ben tollerato dai pazienti, e avente gli stessi effetti, va appunto a Felix Hoffmann, che può essere definito il vero e proprio inventore dell'Aspirina.Nel 1897 un giovane chimico della Bayer, Felix Hoffmann, iniziò a condurre degli studi per trovare un composto efficace e tollerabile, per alleviare i dolori reumatici del padre, che non tollerava il salicilato di sodio.
Hoffmann tentò di nobilitare l'acido salicilico per migliorarne la
tollerabilità e riuscì nel suo intento mediante l'acetilazione, cioè attraverso la combinazione di acido salicilico con acido acetico. Il 10 agosto 1897 egli descrisse nelle sue note di laboratorio l'acido acetilsalicilico (ASA), da lui sintetizzato in forma chimicamente pura e stabile.


Prima della sua registrazione, l'ASA fu sottoposto a sperimentazione clinica - una prassi fino ad allora sconosciuta-. I risultati furono così positivi che la direzione dell'azienda non esitò ad avviare la produzione del farmaco.
Il 1° febbraio 1899 venne depositato il marchio Aspirina che un mese dopo, il 6 marzo, fu registrato nella lista dei marchi di fabbrica dell'Ufficio Imperiale dei Brevetti di Berlino. Iniziava così una marcia trionfale senza precedenti.

9 dic 2010


MELANOMA

INTRODUZIONE
Il melanoma è un tumore cutaneo maligno caratterizzato da un’elevata propensione alla metastatizzazione, ovvero alla diffusione delle cellule maligne a tutti i tessuti ed organi. Esso origina dei melanociti della cute e delle mucose, in particolare da quelli che costituiscono i nevi o, molto più raramente, dai melanociti posti in sedi extracutanee (occhio, meningi, orecchio interno, etc.).
Il melanoma si sviluppa in tempi successivi attraverso vari stadi di progressione, con aspetti clinici ed istologici diversi.

Si distinguono 4 varietà cliniche:
1. melanoma a diffusione superficiale
2. lentigo maligna melanoma
3. melanoma lentigginoso acrale
4. melanoma nodulare

Le prime tre lesioni iniziano con una diffusione ‘piana’ sulla superficie cutanea, che rappresenta la fase di crescita orizzontale (melanoma piano). Dopo un periodo di tempo variabile, questi tumori possono sviluppare componenti nodulari invasive (melanoma piano-cupoliforme).

Invece il melanoma nodulare fin dal primo momento è un nodulo invasivo in profondità (melanoma cupoliforme).

Tale distinzione risulta importante in quanto si correla bene con la prognosi della neoplasia. Infatti, tra i vari fattori che possono essere presi in considerazione per prevedere l’evoluzione del melanoma, attualmente si considera di primaria importanza lo spessore massimo del tumore.


EPIDEMIOLOGIA
Il Melanoma colpisce prevalentemente soggetti di età compresa tra i 30 ed i 60 anni e di classe sociale medio-alta; è molto raro in età giovanile e prima della pubertà.
Considerato fino a pochi anni fa una neoplasia rara, oggi mostra una incidenza in crescita costante in tutto il mondo e numerosi studi suggeriscono che sia addirittura raddoppiata negli ultimi 10 anni.
A livello mondiale, si stima che nell’ultimo decennio il Melanoma cutaneo abbia raggiunto i 100.000 nuovi casi l’anno, con un aumento del 15% rispetto al decennio precedente. Il Melanoma cutaneo è in particolare molto più frequente nei soggetti di ceppo caucasico rispetto alle altre etnie. I tassi di incidenza più elevati si riscontrano infatti nelle aree molto soleggiate e abitate da popolazioni di ceppo nordeuropeo, con la pelle particolarmente chiara.
In Italia la stima dei melanomi, e dei decessi ad essi attribuiti, è tuttora approssimativa: si aggira attorno a 7.000 casi l’anno.
Nell’ultimo quinquennio, dunque, in Italia i decessi attribuiti a melanoma cutaneo sono stati 4.000 nei maschi e oltre 3.000 nelle femmine, corrispondenti a tassi medi di mortalità rispettivamente di 5 e 6 su 100.000 abitanti l’anno, con punte di incidenza superiori a 10 per 100.000 abitanti in ambedue i sessi a Trieste e superiori al 6-7 per 100.000 a Genova, in Veneto ed in Romagna.
Nelle Regioni italiane settentrionali la mortalità per melanoma cutaneo è – per entrambi i sessi - circa il doppio di quella registrata nelle Regioni meridionali.
Nelle popolazioni europee, tra il 1980 e il 2000 l’incidenza del melanoma cutaneo è aumentata ad un ritmo dei 4-8 per cento l’anno.
A livello delle diverse sedi anatomiche, il maggior aumento dell’incidenza è stato per i melanomi del tronco e minimo per quelli della testa e del collo, per quelli delle gambe gli incrementi sono stati più marcati nel sesso femminile.
Il rischio di avere una diagnosi di melanoma cutaneo nel corso della vita (fra 0 e 74 anni) è di 8,4‰ fra i maschi (1 caso ogni 119 uomini) e di 8,1‰ fra le femmine (1 caso ogni 123 donne), mentre il rischio di morire è di 1,9‰ fra i maschi e 1,1‰ fra le femmine.



FATTORI DI RISCHIO
Esistono fattori di rischio legati all’ospite (endogeni) e fattori di rischio legati all’ambiente (esogeni).
Fattori endogeni: numero di nevi, presenza di nevi displastici o atipici, lentigo solari, fototipo chiaro, scarsa capacità ad abbronzarsi, facilità alle scottature, familiarità (5-10% melanoma familiare).
Fattori esogeni: non ci sono dati conclusivi sulla rilevanza dei raggi UV come fattore di rischio, ma l’insorgenza del tumore sembra correlata ad esposizioni solari intense, soprattutto di aree non fotoesposte, alle ustioni solari, soprattutto in età infantile.


PREVENZIONE PRIMARIA, STADIAZIONE E DIAGNOSI PRECOCE
La prevenzione primaria del Melanoma è certamente di difficile applicazione, ma la sensibilizzazione nei confronti dei fattori di rischio, prevalentemente le esposizioni solari molto intense, permetterebbe certamente di ridurre l’incidenza globale di questa neoplasia, soprattutto nei pazienti con fototipo più a rischio.
Per le sue caratteristiche cliniche ed il suo decorso il Melanoma è forse il tumore solido nel quale la diagnosi precoce può determinare una prognosi nettamente migliore.
La diagnosi precoce viene favorita dall’aumentata sensibilizzazione dei pazienti, dall’autodiagnosi, dalla maggiore attenzione dei familiari e del medico di famiglia, dalla migliore preparazione del Dermatologo (attraverso l’impiego della epiluminescenza ottica e digitale, mediante dermatoscopio, videomicroscopio, stereomicroscopio).

Le caratteristiche semeiologiche che pongono il sospetto di Melanoma sono sintetizzate nell’acronimo ABCDE:
- A: asimmetria
- B: bordi irregolari
- C: colore
- D: diametro
- E: evoluzione


DAL “JOHN WAYNE CANCER INSTITUT”, SPERANZE PER IL MELANOMA
Presso il Centro californiano,una nuova molecola raddoppia la sopravvivenza. 7 mila nuovi casi ogni anno in Italia, 100 decessi.

NAPOLI - Viene dal “John Wayne Cancer Institut” di Santa Monica, in California, una parola nuova contro il melanoma ( il tumore maligno della pelle che colpisce ogni anno in Italia 7 mila persone, con 700 decessi). La novità riguarda, in particolare, una molecola ancora non in commercio ed impiegata soltanto per uso compassionevole, l’Ipilimumab.
Si tratta di un anticorpo monoclonale che agisce a livello delle cellule immunitarie,cioè difensive dell’organismo. L’elemento confortante è il raddoppio della fascia di sopravvivenza. Ad un anno dalla diagnosi, infatti, emerge dal convegno promosso a Napoli dall’istituto “Pascale”, sopravvive in media il 25% dei pazienti. Con l’impiego di questa molecola,invece, la stessa percentuale di pazienti è viva dopo due anni.
In tema comunque di melanoma, occorre parlare dell’importanza della prevenzione. Pericolosa, in pratica, è l’abbronzatura ottenuta con lunghe esposizioni al sole in fasce di tempo ristrette come i fine – settimana o le brevi vacanze.
Ma è ugualmente importante il “fai da te” nell’ osservazione dei singoli nei. Valida è in sostanza la regola dell’alfabeto: A ( asimmetria,irregolare nella forma), B( bordi,frastagliati,irregolari),C( colore, troppo scuro o non uniforme), D ( dimensione, superiore ad un diametro di sei millimetri), E( evoluzione emorragica, sanguinamento spontaneo e senza traumi).

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

8 dic 2010


La thalassemia è conosciuta anche come anemia mediterranea o morbo di Cooley. Per poter comprendere meglio la talassemia bisogna prima capire il significato di microcitemia e conoscere la funzione e la composizione del sangue.


IL SANGUE

E' costituito da una parte liquida (il plasma) e da una parte solida, corpuscolata, formata da tante piccole parti (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine). La parte liquida ne costituisce il 54%, quella corpuscolata il 46%.

I globuli rossi, quelli bianchi e le piastrine sono sospesi nel plasma come la sabbia è sospesa nell’acqua: infatti, se lasciamo a riposo la sospensione, questi tre lementi si depositano, per gravità, sul fondo del recipiente.
I globuli bianchi servono per difenderci dalle infezioni e il loro numero per mmc è variabile da 6000 a 8000.

Le piastrine sono gli elementi più piccoli e servono a formare un "tappo" in caso di ferite, cioè fanno coagulare il sangue. Il loro numero è di 200.000 per mmc.
I globuli rossi
I globuli rossi sono piccole sfere contententi emoglobina. Il loro numero varia con l'età e con il sesso: gli uomini ne hanno, in media, 5.000.000 per mmc, le donne 4.500.000. La quantità di emoglobina normale, negli adulti uomini è di 16 gr ogni 100 ml, nelle donne di 14. La diminuzione del numero di globuli rossi o dell’emoglobina si definisce anemia.

Nel globulo rosso maturo, secco, il 90% del peso è rappresentato da emoglobina che prende ossigeno dall’aria che entra nei polmoni e lo trasporta in tutti gli organi. L'emoglobina è di colore rosso e per questo le piccole sfere che la contengono vengono chiamate globuli rossi.

Il sangue quindi è un veicolo di trasporto: porta ai vari organi quello che serve e allontana i prodotti di rifiuto.

L’emoglobina è composta da una parte proteica (globina) formata da 4 parti uguali due a due (catene alfa e catene beta) e da 4 gruppi prostetici, responsabili del colore rosso, che contengono ferro.

Nella microcitemia un tipo di fonte beta o manca o non funziona, quindi, quella che funziona bene, provvede a lavorare anche per quella mancante: in questo caso ci troviamo di fronte ad una persona normale. I microcitemici (così chiamati per il fatto che i loro globuli rossi sono più piccoli del normale) o talassemici (dal greco thalassa = mare, perché l’anomalia che caratterizza i microcitemici è assai diffusa nel Mediterraneo), sono persone perfettamente normali: la caratteristica in questione si evidenzia solo attraverso l’esame del sangue.

Possono essere più pallidi degli altri, e prima di praticare una terapia a base di ferro devono assicurarsi che il valore del ferro nel sangue sia veramente basso (sideremia). Possono comunque fare tutto senza alcun rischio. Sono anche chiamati "portatori sani", perché non hanno alcun disturbo. Eppure alcuni di essi possono trasmettere il carattere della microcitemia, cioè il fatto che una "fonte" non funzioni.

L'importanza della consapevolezza di questa anomalia è data dal fatto che di fronte ad un eventuale matrimonio con un altro portatore o portatrice sana, possono nascere figli aventi tutte due le fonti di uno stesso tipo non funzionanti e quindi una formazione di emoglobina non completa.

In questo caso il soggetto contrae l'anemia detta di Cooley, dal nome dello scienziato che nel 1925 studiò per primo questo tipo di anemia.

Due coniugi entrambi portatori sani avranno il 25% di possibilità di avere un figlio perfettamente sano, il 50% di possibilità di avere figli portatori sani e un altro 25% di avere un figlio con anemia di Cooley.
La malattia
I primi sintomi della malattia sono riconoscibili verso il terzo/quinto mese di vita e si manifestano solitamente entro il primo/secondo anno.
In pratica si manifestano quando si arresta la produzione di emoglobina fetale, l’emoglobina normale del feto, e inizia la produzione di emoglobina adulta.

Il bambino, non possedendo nessun gene emoglobinico normale, non è capace di produrre emoglobina adulta e quindi si ammala di una grave anemia. Diviene molto pallido e ha subito bisogno di trasfusioni di globuli rossi che debbono essere ripetute circa ogni 15-20 giorni per tutta la vita.

Questa terapia porta negli anni a un ingrossamento della milza mentre le trasfusioni debbono essere praticate ad intervalli sempre più brevi. Con il tempo si rende inoltre necessaria una cura per eliminare dall'organismo il ferro che si accumula in tutti gli organi proprio a causa delle frequenti trasfusioni, e che può provocare danni al fegato, al cuore e ad altri organi.

La malattia non ha ancora una terapia veramente efficace, anche se oggi i talassemici vivono una vita molto più normale per i miglioramenti dei trattamenti di cui ci occuperemo in altre pagine.

I talassemici in Italia oggi sono circa 6.000, considerando che esistono patologie simili come ad esempio la drepanocitosi e la talassodrepanocitosi (o microdrepanocitosi).

La drepanocitosi è un'anemia emolitica cronica ereditaria, caratterizzata dalla presenza nel sangue di globuli rossi a forma di falce (drepanos in greco significa falce).

La strana forma che assumono i globuli rossi è dovuta alla presenza di un'emoglobina diversa da quella presente nei globuli rossi di soggetti normali.

La presenza di un anello anomalo rende questa emoglobina fragile e fa sì che, soprattutto in mancanza di ossigeno, precipiti cristallizzandosi all’interno dei globuli rossi. Questi ultimi perdono così la forma biconcava per assumere quella a falce e diventano fragili e rigidi.


Questa emoglobina è chiamata "emoglobina S" (Hbs) dalla iniziale della parola inglese sickle che significa falce.


La drepanocitosi ha la sua più alta incidenza in Sicilia, con circa 450 casi.
Quando uno dei due genitori è portatore dell'Hbs e l'altro della beta talassemia si corre il rischio che nascano figli con microdrepanocitosi.

Dei due geni presenti in questi soggetti il gene talassemico non lavora e non produce emoglobina, il gene funzionante è solo quello drepanocitico e quindi tutta l’emoglobina prodotta è di tipo S.

Il sangue, ricco di emazie falciformi, diventa più denso e rallenta la sua corsa, soprattutto verso i distretti periferici dell’organismo dove i vasi sono piccolissimi e i globuli rossi rigidi non riescono a passare. Ciò porta ad una ulteriore carenza di ossigeno con due conseguenze:

le falci, rigide, aderiscono facilmente alle pareti dei vasi, formando così un tappo che occlude il vaso. L’occlusione impedisce l’afflusso di sangue, producendo alterazioni irreversibili delle zone di tessuto interessato (per esempio può provocare un infarto)
la mancanza di ossigeno interessa gli organi dove il flusso del sangue è più lento (milza, fegato, rene, ossa) o quelli dove ce n'è più bisogno (muscoli, cervello, placenta)

Il sintomo immediato delle crisi vaso-occlusive è il dolore. Se le crisi colpiscono ripetutamente lo stesso organo, col tempo si può arrivare anche a lesioni gravi.

Dal sito ufficiale malati talassemici

CELOCENTESI:NUOVA DIAGNOSI PRENATALE DELLA TALASSEMIA
Già al secondo mese di gravidanza. Dall’ospedale “Cervello” di Palermo

PALERMO - Viene da Palermo una nuova speranza per la diagnosi prenatale della talassemia (malattia ereditaria del sangue che colpisce in Italia 7 mila persone). Per le coppie a rischio di avere un figlio malato, arriva la celocentesi che permette di avere una risposta sicura già al secondo mese di gravidanza, uno prima della tradizionale villocentesi. Altro vantaggio:il prelievo avviene attraverso la vagina,senza dover perforare sacco amniotico e placenta, senza quindi più ago nel pancione e con ridotti rischi di malformazioni fetali.
Lo studio, portato avanti dall’équipe della seconda Ematologia all’ospedale palermitano “Cervello” diretta da Aurelio Maggio e promosso dalla Fondazione “Franco e Piera Cutino Onlus”, ha interessato 111 gravidanze a rischio di talassemia.
Di fronte ad una diagnosi di malattia – ha spiegato Maggio –oltre il 90% sceglie l’interruzione di gravidanza. Anticipare i risultati al secondo mese consente infatti di ricorrere all’interruzione volontaria della gestazione e non all’aborto terapeutico, con un beneficio per la donna.
In ogni modo, rispetto al passato, la malattia oggi fa meno paura. La prospettiva di vita si avvicina sempre più a quella di un soggetto sano. Anche per tale motivo stanno aumentando le coppie che,di fronte ad una diagnosi di talassemia,scelgono di proseguire la gravidanza. Il merito è da una parte della risonanza nucleare magnetica capace di quantificare gli accumuli di ferro negli organi, dall’altra la disponibilità di tre farmaci chelanti differenti, uno che viene iniettato per via sottocutanea e due disponibili al contempo in forma orale. Esiste poi la prospettiva del trapianto di midollo.
Il prossimo traguardo , si è precisato, sarà la terapia genica,con il processo di ricombinazione omologa.

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

7 dic 2010


ANSA.it > Scienza e medicina > News Dieta Weight Watchers, si cambia
Nuovo e piu' complesso sistema punti, iscritti in fibrillazione
04 dicembre, 18:07


- ROMA, 04 DIC - E' in corso una rivoluzione nel mondo dei seguaci del Weight Watchers, il sistema americano nato negli anni Sessanta dall'intuizione di Jean Nidetch che strutturo' una dieta basata su un rigido sistema di punti, legati alla quantita' e alle caratteristiche nutrizionali del cibo. Dagli Stati Uniti e' arrivata la notizia che il sistema dei punti cambiera' e i cittadini che seguono questo stile alimentare (750mila iscritti ai gruppi e circa un milione che aderisce on line) sono in fibrillazione.

ANSA.it News Leucemia mieloide, molecola efficace
Studio Universita' Milano-Bicocca, bosutinib rallenta malattia
06 dicembre, 21:16


(ANSA) - MILANO, 6 DIC - La molecola bosutinib e' in grado di ridurre la mortalita' e di rallentare la progressione di un particolare tumore del sangue, la leucemia mieloide cronica, che colpisce in Italia 15 mila persone e provoca ogni anno mille casi. Lo annunciano i ricercatori dell'Universita' di Milano-Bicocca, che hanno condotto uno studio su oltre 500 pazienti nel mondo affetti dalla malattia. I risultati sono stati presentati al meeting della Societa' americana di ematologia (Ash) a Orlando (Usa).

5 dic 2010






MEDICINA
Celiachia, il glutine appesantisce le gambe
Il professor Vincenzo Di Lazzaro ha pubblicato su Lancet il caso clinico di un paziente che mostrava solo disturbi nervosi e nessun sintomo a livello intestinale. Una indicazione interessante sui modi subdoli di manifestazione della malattia
Studi e Ricerche, Roma
Pubblicato: 22 novembre 2010



È un solo caso clinico, ma mostra modi subdoli di manifestarsi della celiachia. Lo ha descritto recentemente, sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Lancet, il professor Vincenzo Di Lazzaro dell’Istituto di Neurologia dell’Università Cattolica di Roma, raccontando di un paziente in cui la presenza di affaticabilità e lieve debolezza agli arti inferiori, causata da una disfunzione del midollo spinale, costituiva l’unico sintomo di questa malattia.

La celiachia è una malattia infiammatoria cronica, che si manifesta in individui geneticamente predisposti, conseguentemente all’ingestione di glutine, sostanza di cui sono ricchi alcuni cereali come frumento, farro, segale, orzo. Normalmente, o almeno così so credeva, le forme più eclatanti di tale disturbo si manifestano in età infantile con disturbi intestinali, vomito, dolori addominali, anemia e problemi nella crescita. Disturbi che regrediscono se si eliminano dalla dieta gli alimenti contenenti glutine. Negli ultimi anni, però, si è scoperto che frequentemente la celiachia si presenta in modo più subdolo: si manifesta in età adulta, con sintomi talora molto lievi, che spesso non interessano affatto il tratto gastrointestinale. In queste forme più lievi, ad esordio tardivo, spesso le complicanze sono a carico del sistema nervoso. Possono infatti manifestarsi disturbi dell’equilibrio, sofferenza dei nervi periferici, epilessia.

E infatti gli esperti della Cattolica si sono imbattuti in un uomo che presentava affaticamento e lieve debolezza alle gambe: si pensava fossero disturbi di diretta causa neurologica, ma l'équipe di esperti ha scoperto che in realtà il paziente soffriva di celiachia, una malattia autoimmune per la quale il sistema immunitario va in tilt e attacca le pareti intestinali. Il sistema immunitario reagisce alla proteina dei cereali, il glutine, che gli fa da innesco. Di solito, quindi, i sintomi, più o meno marcati della celiachia sono intestinali e controllabili da una dieta senza glutine. Ma in alcuni casi la celiachia può dare sintomi neurologici. Così, dopo aver scartato tutte le possibili cause dei sintomi lamentati dall'uomo, gli esperti hanno riscontrato una disfunzione del midollo spinale, un eccesso di anticorpi anti-glutine e carenze vitaminiche. Di qui si è accesa la lampadina: è celiachia!

«La diagnosi di queste forme di celiachia - puntualizza Vincenzo Di Lazzaro - è piuttosto complessa poichè gli esami radiologici come la Rmn del midollo o del cervello risultano completamente normali e bisogna avvalersi prevalentemente della abilità clinica e di esami neurofisiologici, quali i potenziali evocati. Nel caso descritto - continua il neurologo della Cattolica - l’eliminazione del glutine dalla dieta ha fatto regredire i sintomi neurologici e ha migliorato la funzionalità del midollo spinale indagata con i potenziali evocati. È importante inoltre sottolineare - conclude - che spesso questi disturbi possono migliorare e regredire del tutto con misure dietetiche, pertanto una diagnosi tempestiva e corretta delle complicanze neurologiche della celiachia si traduce in un beneficio concreto per il paziente. Infatti, non appena il paziente ha iniziato una dieta senza glutine i suoi sintomi sono scomparsi».

Università-net

4 dic 2010


Medicine Clean is good, especially when it comes to fending off germs, but is there such a thing as being too clean? Perhaps. Researchers based at the University of Michigan School of Public Health report that children who overuse antibacterial soaps may be at higher risk of developing allergies.

And among adults, the scientists found that exposure to BPA, the endocrine-disrupting chemical commonly found in plastics, may trigger changes in the immune system that could affect everything from allergies to the body's ability to fight disease. (More on Time.com: Cheers! Could Hypoallergenic Wine Be on the Horizon?)

The reason for the link between antibacterial soaps and allergies has to do with the hygiene hypothesis, a theory about how the immune system develops and reacts to assaults. Some scientists believe that our society's current obsession with cleanliness — both in the form of overuse of antibacterial cleaning products, as well as an exceedingly sanitized lifestyle that keeps us isolated from most sources of germs that can make us ill — has caused our immune systems to become hypersensitive to foreign assaults of all kinds, whether harmful or beneficial.

And because younger generations have been raised in such relatively sterile and clean environments, these researchers argue, their immune systems have not been challenged sufficiently to respond to bacteria and viruses, leading them to mistakenly overreact to common proteins such as those found in foods and grasses or dust. That results in allergies.

The Michigan scientists analyzed data from a large-scale government survey known as the National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), between 2003 and 2006. The database included measurements of a compound called triclosan, which is commonly found in antibacterial soaps and other products such as toothpaste. When measured in the urine, says Allison Aiello, one of the authors of the paper, triclosan can serve as a marker for how “clean” an individual's environment is. Among those under the age of 18, she and her colleagues found that those who showed higher levels of triclosan were more likely to report allergies or hay fever. In fact, for every unit increase of triclosan excreted, there was a 24% greater likelihood of being diagnosed with hay fever or allergies among those younger than 18. (More on Time.com: Got Allergies? Be Careful How You Hook Up)

“It was surprising, because I wasn't sure whether we would necessarily find any relationship, since there have only been a few studies looking at triclosan and its effects on the immune system in general,” says Aiello. While she notes that the study does not confirm a causal relationship between cleaning with antibacterial products and allergies — it's possible, for example, that those with allergies may tend to use these types of products more — she stresses that data strongly suggest a need for additional research into better understanding how an exceptionally clean environment affects the immune system.

That applies to the other interesting result from the study as well, which involved the association between high levels of BPA and changes in the immune system of adults. Among the same individuals surveyed in the NHANES study, the scientists found that those with the highest levels of BPA tended to show higher levels of antibodies to a virus known as cytomegalovirus (CMV). While most American adults will have been exposed to CMV by the time they reach 65, it generally remains inert in the body and only tends to flare up during times of stress, such as when students take exams, or employees face a challenging task at work. Spikes of antibodies to CMV is a commonly used measure of the immune system under distress, and the Michigan study found that exposure to BPA could produce the same peaks in CMV antibodies that stress normally does. “The hypothesis is that BPA may be activating the immune system,” says Aiello, “but we need more research to understand what aspect of the immune system BPA is affecting since CMV is just one of many parameters of immune function that we can measure.” (More on Time.com: Halotherapy: Is Salt Treatment For Real?)

The results, while sobering, should be helpful in pointing researchers toward new areas of study to better understand how exposure to antibacterial products and chemicals such as BPA may be affecting our health. Already, some nations in Europe, for example, require warnings on products containing triclosan, alerting consumers about its potential effect on the health of children. These results may serve as the starting point for similar discussions about possible safety labeling about these compounds in the U.S.

Related Links:


Read more: http://healthland.time.com/2010/12/03/can-overuse-of-antibiotic-soap-promote-allergies-in-kids/#ixzz17AZvdMdF

3 dic 2010




Storia della medicina

Paolo Gorini ,lo scienziato che "invento'" la cremazione




Biografia
Lo studioso era figlio di Giovanni Gorini (professore di Matematica Elementare presso l'Università di Pavia) e di Martina Pelloli (di origini lodigiane). Nel 1825 Giovanni Gorini perse la vita, travolto da una carrozza e il giovane si trovò orfano.

« Il dì 25 settembre avvenne quasi sotto i miei occhi la morte di mio padre rovesciato da una carrozza tratta in corsa precipitosa da un cavallo fuggente. Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principiare d’una infinita processione di mali. Dopo quel giorno io mi trovai sulla terra come un estraneo, pochissimo interessandomi degli altri, di me e delle cose che mi circondavano: aveva tanta indifferenza pel vivere o pel non vivere ch’io non credeva valesse la pena di affanarsi per cambiare uno stato nell’altro, e giudicava appresso a poco uguale a pazzo colui che essendo vivo tentava di procurarsi morte, come uno che essendo morto desiderasse vivere. E così con questa apatia tirai avanti molti anni e attraversai senza molto commuovermi tempeste spaventevoli [1]. »


Sebbene Paolo Gorini non ne faccia cenno né nella sua celebre Autobiografia né nelle fittissime righe dei numerosi carteggi autografi oggi noti, il cranio del genitore è ancora conservato presso il museo dell'Università di Pavia. Grazie all'aiuto finanziario di alcuni colleghi del padre, Gorini terminò i propri studi ottenendo la laurea dottorale in Matematica presso il Collegio Ghislieri di Pavia. Dopo aver perso un primo concorso a cattedre presso il Liceo comunale di Brescia, arrivò nella città di Lodi nel 1834 come professore di Fisica, pronto ad assumere la cattedra di Fisica e Scienze Naturali presso il Liceo comunale della città. Nel 1842, Gorini mise a punto alcune formule che gli avrebbero permesso di ottenere dei composti chimici preservanti.

Le sue scoperte sulla conservazione delle sostanze organiche furono apprezzate in Italia e all'estero in un momento storico in cui la medicina e la scienza in genere progredirono molto, grazie all'impulso e alla portata culturale del Positivismo. Gorini si sarebbe particolarmente interessato di quel metodo di conservazione meglio noto come "pietrificazione". Di metodi conservativi simili si era già avvalso il celebre Girolamo Segato che, tuttavia, nel 1836 era morto, portando nella tomba il segreto chimico attraverso il quale riusciva a mineralizzare corpi e parti di essi. Nonostante la indiscutibile abilità di Gorini, le sue tecniche non vennero mai abbastanza valorizzate da aprirgli le porte di quel mondo accademico tanto agognato. Nonostante le numerose perorazioni parlamentari a favore di Gorini da parte di Agostino Bertani e di Quintino Sella, la cattedra di "Geologia sperimentale" non venne mai istituita.

Patriota convinto, dopo le cinque giornate di Milano dovette riparare per un breve periodo in Svizzera, ove poté continuare i suoi studi di geologia. Rientrato a Lodi, proseguì i propri studi scientifici dedicandosi in particolar modo alla vulcanologia, alla geologia e alla conservazione organica secondo un procedimento di sua invenzione custodito gelosamente sotto segreto. In questo senso, Paolo Gorini si lega alla tradizionale segretezza delle formule di pietrificazione che già era stato di Girolamo Segato e che altrettanto era condivisa da Efisio Marini e Gianbattista Messedaglia, contemporanei del Gorini e volti all'ottenimento di preparati anatomici simili a quelli prodotti dal "mago" di Lodi (come i concittadini lodigiani avevano ribattezzato familiarmente lo scienziato). Già nel 1851 lo studioso pubblica per Wilmant il ponderoso "Sull'origine dei vulcani", successivamente riedito (rivisto e accresciuto) nel 1871 per lo stesso editore lodigiano.

Nel 1872, ormai noto a livello internazionale per i suoi ottimi preparati anatomici, venne convocato a Pisa per attendere alla preparazione della salma di Giuseppe Mazzini. L'invito rivoltogli dall'amico Agostino Bertani, tuttavia, non poté portare ai risultati sperati. Mazzini era spirato da due giorni quando il Gorini giunse a Pisa e non si poté far altro che fermare il processo di decomposizione già avviato. Gorini stesso non disse mai di aver pietrificato Giuseppe Mazzini, ma di averne soltanto "disinfettata" la salma, fermando così l'avanzare della putredine. Il corpo così preparato venne poi tumulato a Staglieno, dove ancora riposa.

Diversa la sorte di Giuseppe Rovani (noto romanziere e critico teatrale lombardo) che, mancato nel 1874, venne mummificato dallo scienziato e dopo una lunga processione per le vie di Milano, così perfettamente conservato, venne tumulato presso il Cimitero Monumentale.

Nel 1876 perfezionò il progetto del forno crematorio detto Crematorio lodigiano o goriniano che venne realizzato nel 1877 a Lodi, nel cimitero della frazione Riolo, e successivamente nel cimitero di Milano e in quello di Londra.

Nonostante la città di Lodi gli avesse dedicato una via sin da quando era ancora in vita, Paolo Gorini morì in povertà, nel 1881. Sempre a Lodi, in Piazza Ospitale, è stato eretto a memoria dello scienziato il monumento che si può vedere nella foto a fianco. Ogni anno la Società di Cremazione di Lodi e il Centro di Documentazione “Paolo Gorini” ricordano con una cerimonia pubblica la figura di questo patriota e ricercatore.



Nell'Ospedale Vecchio, oggi sede dell'Azienda Sanitaria della Provincia di Lodi, è stata allestita e inaugurata nel 1981 una piccola ma preziosa collezione anatomica. Vi si conservano gli ultimi reperti anatomici preparati da Paolo Gorini tra il 1842 e il 1881. Il museo ripercorre l’attività di ricerca dello scienziato di Lodi non dimenticando di esporre due affascinanti riproduzioni dei progetti del "crematojo lodigiano" firmati dall'architetto Guidini.

La collezione, sebbene possa generare comprensibili distanze in chi osserva, rappresenta un gradino del difficile percorso compiuto dalla ricerca medica e scientifica in genere. La preparazione di cadaveri interi o di parti di essi era allora una pratica molto comune in assenza di frigoriferi. Il preparato anatomico aveva molte funzioni e rispondeva a bisogni didattici e pratici. Si avvalevano di reperti simili i medici legali, per esempio, così come i futuri medici dell'Italia pre-umbertina e umbertina. Anche nelle Accademie di Belle Arti si faceva uso di preparati anatomici, dal momento che essi permettevano a pittori e a scultori di ritrarre con esattezza la figura umana.

I metodi di preparazione di questi reperti erano molti e spesso efficaci. Presso la Collezione anatomica "Paolo Gorini" si conservano preparati a secco e pietrificazioni. Se i primi sono soprattutto rappresentati da pezzi depellati e volti a indicare questo o quel particolare (patologico o meno), i pietrificati rientrano in una tipologia di preparati diversa sia dal punto di vista produttivo sia da quello più profondamente antropologico. I pietrificati infatti non indicano particolari invisibili e interni, ma rappresentano in tutto e per tutto le fattezze del defunto addirittura nel colore dei capelli e dei peli perfettamente conservati.

Fra polidattilie, ernie, cifoscoliosi e tumori, riposa anche la salma di Pasquale Barbieri, giovane lodigiano spirato nel 1843: fu prima preparazione di Gorini a corpo intero, come lo stesso scienziato scrive nella sua Autobiografia. Nel 2005 Alberto Carli, conservatore della Collezione anatomica "Paolo Gorini" dal 2001, ha trovato e pubblicato alcune delle formule "segrete", svelando così, almeno in parte, il mistero dei preparati goriniani. La formula a base di bicloruro di mercurio e muriato di calce era tossica, ma estremamente efficace. Gorini procedeva per iniezione, a partire dalla vena e dall'arteria femorale del cadavere esangue. Il procedimento, illustrato molto dettagliatamente nei documenti scoperti e conservati presso l'Archivio Storico di Lodi, era particolarmente lungo, complesso e costoso.

Sull'invenzione del forno crematorio


La leggenda dice che l'invenzione del forno crematorio da parte di Gorini avvenne dopo che ebbe abbandonato l'idea della conservazione dei corpi. Resta celebre una battuta del Gorini stesso: lo scienziato infatti sosteneva che se avesse continuato a pietrificare cadaveri presto i morti avrebbero sopravanzato i vivi. Al di là dell'umorismo nero del Gorini, molti allora morivano per gravi malattie o epidemie, quindi c'era la necessità di evitare la propagazione delle infezioni.

Anni di lavoro e di studi instancabili spesi sulla conservazione delle sostanze organiche, convinsero Gorini che il suo metodo di pietrificazione, molto costoso, non avrebbe potuto avere che rare applicazioni. Inoltre, con un’ironia sui generis, lo scienziato sosteneva che se si fossero pietrificati e conservati tutti i cadaveri, presto i morti avrebbero sopravanzato i vivi. Così, sul principio degli anni Settanta del XIX secolo, spinto dall’invito ripetuto di Agostino Bertani e di Gaetano Pini, Paolo Gorini affrontò, la questione della cremazione. A muovere Gorini in questa nuova avventura scientifica, era la consueta repulsione nei confronti della decomposizione. Lo scienziato scriveva: «quanto poi succede nella sepoltura è senza confronto più tristo e più ributtante di ciò che sarebbe accaduto al cadavere lasciato sopra la terra; e lo strazio di quelle misere carni dura, come si è fatto notare, un tempo lunghissimo […]. È una cosa orribile il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sta rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato». Tuttavia, Gorini giunse quasi casualmente all’idea della cremazione:

Il 9 aprile 1872, mentre teneva al fuoco due piccoli crogiuoli ripieni di materia vulcanica, gli sovvenne di un fatto curioso che più di una volta gli era occorso di osservare, “cioè che gli insetti i quali per accidente erano caduti nel liquido vulcanico incandescente, appena che lo toccavano scoparivano risolvendosi in una lucente fiammella”. Sospettando che ciò potesse succedere con una materia animale qualunque, da un fegato che aveva in laboratorio, da destinare a una delle solite preparazioni, tolse due frammenti e li buttò nei crogiuoletti pieni di materia vulcanica in fusione. Accadde il previsto: appena a contatto del liquido incandescente i pezzi davano origine a una splendente fiammella e si disperdevano in seno al liquido senza lasciare alcuna traccia.

I cimiteri erano, per i fautori della «morte laica», veri ricettacoli di infezioni e poteva essere provato, grazie alle nascenti discipline della batteriologia e della microbiologia, «che il processo della decomposizione poteva causare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria nelle aree circostanti i sepolcri». Se l’editto napoleonico di Saint Cloud, del 1804, veniva esteso anche all’Italia due anni dopo la sua promulgazione, riservando gli spazi extra moenia per la costruzione dei cimiteri e promuovendo di fatto la più moderna separazione tra le città dei vivi e quelle dei morti, la cremazione e la sua riscoperta avvennero ad opera dei philosophes dell’Encyclopédie. La Chiesa poteva comunque vantare l’appoggio di numerosi scienziati, fra i quali si ricorderanno soprattutto Antonio Rota, Olindo Grandesso Silvestri e Silvestro Zinna, vicepresidente della Società degli scienziati napoletana. Tuttavia, fra i molti detrattori spicca soprattutto il nome di Paolo Mantegazza, celebre medico e antropologo, cattedratico a Firenze. Del resto, sono numerose le testimonianze dell’ostilità della chiesa lodigiana verso la figura del Gorini: nel 1851 la rivista «L’Amico Cattolico» lo bollava come pirronista e materialista, nel 1863 le monache di S. Anna rifiutarono a Gorini la permanenza nella casa dove egli abitava e nel 1882 si opposero alla proposta della Giunta municipale di posare sullo stesso edificio la lapide commemorativa dello scienziato. In Italia la cremazione venne approvata e concessa nel 1888 e i Comuni furono obbligati a cedere gratuitamente l’area necessaria alla costruzione dei crematori. È interessante, allora, ripercorrere alcune tappe del pensiero goriniano sulla cremazione, a partire dalla «lettera del Prof. Paolo Gorini diretta al Dott. Olioli Antonio il 4 febbraio 1874 quando non aveva ancora trovato il suo metodo semplice ed economico di abbruciare i cadaveri visibile all’Esposizione di Milano 1881» (Archivio Storico di Novara, Collezione Finazzi – Lettere, 5051 a (camicia) e 5051b (testo), ora in A. CARLI, Paolo Gorini. La fiaba del mago di Lodi, a cura di Matteo Schianchi, Interlinea, Novara, 2009). La lettera, fino ad ora inedita, illustra i primi tentativi dello scienziato lombardo in seno all’argomento detto:

« Egregio Signor Cavaliere
Milano 4 febbrajo 1874

Ho ricevuto l’obbligantissima sua lettera alla quale mi do premura di rispondere quantunque sulla Cremazione non sia in grado di dirle che poche cose, non molto interessanti, già conosciute e affatto immeritevoli di venir pubblicate. Io non mi sono occupato di questo argomento se non che per caso ed ebbi la fortuna di trovare un modo mediante il quale tutto un cadavere umano può essere ridotto in cenere in meno di mezz’ora. Il cadavere abbrucia con una fiamma lucentissima e affatto inodore e la vista dell’operazione non desta alcuna impressione di disgradevole, e vi poterono assistere molte gentili Signore senza provare ribrezzo. Con tutto ciò non credo che il mio metodo possa avere applicazioni frequenti od estese, occorrendo un apparecchio troppo caro ed essendo assai costosa anche l’operazione. Il prof. Dujardin di Genova suggerì di abbruciare i cadaveri nelle storte del gas, e il Prof. Polli di Milano abbruciò il cadavere di alcuni cani collocati appunto entro le storte del gas, è col calore di fiamme di gas che si accendevano entro la storta. Gli esperimenti riuscirono bene ma all’addottazione di questo metodo osta il lungo tempo dell’operazione, il troppo costo e la storta del gasometro. Il metodo immaginato dal prof. Brunetti di Padova, mediante il quale si abbrucia il cadavere a fuoco di riverbero sembra abbastanza economico ed ha molta probabilità di venire generalmente addottato. Io presentemente ho l’intenzione di studiarne un altro che mi sembra più economico e più semplice di tutti, ma quand’è che potrò intraprendere questo lavoro, non mi è possibile il prevedere; perché tra i morti e i vivi sono tenuto quasi sempre lontano dal mio laboratorio di Lodi, dove soltanto ho le comodità necessarie per eseguire numerosi esperimenti. Se ella al seppellimento ed alla imbalsamazione preferisce la cremazione, ha un mezzo infallibile per ottenere l’intento, che è quello di non affrettarsi troppo a morire. Non passerà lungo tempo che si vedrà la cremazione andar sostituendosi alla vecchia maniera di trattare i cadaveri, ed io Le auguro di cuore molti anni di vita con che non solo potrà assicurarsi il diritto di essere cremato, ma potrà assistere vivente alla cremazione di altri. Mi pregio di dirmi colla più distinta considerazione, di Lei, egregio Sigre Cavaliere, Devotissimo

Paolo Gorini »


Tuttavia, il vero anno di svolta nella storia della cremazione cadde nello stesso gennaio del 1874 in cui Gorini era impegnato nella conservazione della salma di Giuseppe Rovani. Venuto a mancare il ricco industriale Alberto Keller, che già nel 1872 aveva scritto a Paolo Gorini perché esaudisse la sua volontà di venire cremato e che, successivamente, si era rivolto a Polli per lo stesso motivo, non si poté esaudire il defunto per una serie di ragioni di natura politica. Sebbene, in quel periodo Gorini fosse prossimo ad abbandonare gli studi cremazionisti, dal momento che si rendeva assolutamente conto del fatto che il suo metodo «plutonico» era ben poco economico, Alberto Keller lo incoraggiò a continuare gli esperimenti.

Come lo stesso Paolo Gorini sottolineava nella sua lettera a Olioli, il metodo di distruggere il corpo nel misterioso «liquido plutonico» era efficace, ma molto costoso. Così, lo scienziato sperimentò un nuovo sistema di distruzione dei cadaveri attraverso la combustione, progettando il primo forno crematorio moderno, grazie al quale incontrò un successo insperato. Lo stesso scienziato scriveva: «rassegnatomi quindi a non contare se non sui limitatissimi mezzi di cui fino allora aveva potuto valermi, continuai tranquillamente i solitarii miei studii, applicadomi principalmente alla questione dell'incenerimento dei morti. Investito difatti come io ero, solo fra tutti i figli della penisola, della straordinaria facoltà di disporre liberamente di una copia illimitata di cadaveri, avevo [...] sentito, che a me [...] incombeva l'obbligo di studiare sperimentalmente quel problema». Un primo forno goriniano venne edificato presso il cimitero di Riolo nel 1877 e nella notte fra il 5 e il 6 settembre dello stesso anno si compì la prima cremazione. Molti cimiteri adottarono il forno goriniano, che venne edificato a Milano (1877, arch. Carlo Maciachini), Cremona (1883, ing. Francesco Podestà), Roma (1883, ing. Salvatore Rosa), Varese (1883, arch. Augusto Guidini), Torino (1888, arch. Pompeo Mariani. Venne inoltre adottato a Londra (cimitero di Woking, 1888, ing. Turner) e a Parigi (cimitero Pére Lachaise, 1887, arch. Formigé).

COLON – RETTO: O.K. I FARMACI A BERSAGLIO MOLECOLARE
Contro un tumore che provoca 15 mila decessi all’anno in Italia

ROMA – Diagnosi precoce,progressi della ricerca e terapie mirate consentono di migliorare le prospettive per le persone colpite dal secondo fra i tumori in Italia, quello a carico del colon – retto. Ogni hanno nel nostro Paese emergono 37 mila nuovi casi, con 15 mila decessi. Più colpiti gli uomini. La sopravvivenza a cinque anni è di circa il 65 %, ma sale al 90% se la neoplasia viene rilevata ad uno stadio iniziale.
Oggi - si è detto nel convegno svoltosi a Roma e promosso da Roche – anche per i pazienti con malattia avanzata, associare la chemioterapia a farmaci antiangiogenesi come il bevacizumab,può aumentare la sopravvivenza fino a tre anni, con un impatto molto contenuto sugli effetti collaterali.
Secondo Giuseppe Tonini, dell’Università Campus Biomedico di Roma,l’esame del sangue occulto delle feci è in grado di ridurre la mortalità del 13 – 33% e rappresenta ancora la procedura non invasiva più comunemente utilizzata per la diagnosi precoce ( un controllo annuale e la colonscopia ogni cinque dall’età di 50 anni).
L’aggiunta dei farmaci a bersaglio molecolare all’armamento terapeutico, ha precisato Carlo Barone dell’Università romana del Sacro Cuore, ha contribuito in maniera determinante a tali risultati. Bevacizumab ha determinato un aumento della sopravvivenza fino a tre anni ed una sopravvivenza libera da malattia di un anno.
Risultati interessanti – ha concluso Enrico Cortesi, dell’Università La Sapienza di Roma – perché ottenuti senza incrementi significativi di tossicità, con un buon profilo di tollerabilità della cura ed aderenza da parte del paziente, accanto ad una buona qualità di vita, superiore a quella dei malati non trattati, dato che, tal’ora, si traduce nella scomparsa dei disturbi.
GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

1 dic 2010


HIV

AIDS, antiretroviral drugs, HIV, Medicine, truvada As effective as the antiviral drugs have been in controlling the spread of HIV, the ultimate goal of any AIDS therapy is to prevent infection with the virus in the first place. And so far, nothing — from vaccines to gels — has proven up to the task of holding off HIV.

But in an exciting study published in the New England Journal of Medicine, researchers report that the very drugs that have helped to quell HIV in already infected patients may be effective in blocking infection in healthy, uninfected individuals as well. (More on Time.com: How Not to Get Sick)

In a trial involving nearly 2,500 HIV-negative gay men who were at high risk of contracting HIV, in six countries, scientists found that those who took the currently prescribed treatment dose of a combination anti-HIV medications known as Truvada had a 44% lower rate of HIV infection than those taking a placebo during the study's longest follow up of nearly three years. Among those who took their medications more faithfully on a daily basis, the benefit was even greater; their risk of acquiring HIV dropped to 73% compared to placebo.

“These results represent a major advance in HIV prevention research,” said Dr. Kevin Fenton, director of the Centers for Disease Control (CDC) National Center for HIV-AIDS, Viral Hepatitis, STD and TB Prevention in a statement. “For the first time, we have evidence that a daily pill used to treat HIV is partially effective for preventing HIV among gay and bisexual men at high risk for infection.”

The excitement was echoed by others in the HIV community, who have been pushing for a stronger preventive strategy to combat the growing epidemic of cases, particularly in the developing world. “The study is really quite impressive, and the data are very robust, really strong,” says Dr. Anthony Fauci, director of the National Institutes of Health's National Institute of Allergy and Infectious Diseases. The NIH, along with the Bill and Melinda Gates Foundation, funded the study, which took place at 11 different sites. (More on Time.com: Are HIV Rates in Gay Men Really 'Out of Control'?)

Fauci is particularly encouraged by the data, since a closer look at the difference in HIV infection rates among those taking medications suggests that any exposure to the potent anti-HIV drugs can be effective in thwarting infection. For instance, among those in the drug arm, the volunteers who showed any measurable level of medication, no matter how faithfully they were popping their daily pills, had a 13-fold lower rate of HIV infection than those who showed no measurable level of drug in their system. “This is really huge; this is a very impressive result,” he says. “As with any new treatment strategy, it's all about whether you adhere to the regimen.”

In fact, Fauci suspects that many physicians are already prescribing antiretroviral medications this way, in an attempt to head off infections in uninfected but high-risk individuals. These findings should bolster that practice, he believes, even as government health officials decide whether the results are robust enough to justify recommending anti-HIV drugs as a prevention strategy.

In the meantime, while the positive results suggest that antiretroviral drugs may be a critical part of a strong prevention program, experts note that the findings are not a license to abandon safe sex with condoms. The drugs do not alter the immune system in any way, nor does it prime the body the way that a vaccine would against HIV. These medications act only in the presence of HIV, to block its ability to infect and replicate in the body's healthy cells, so the prevention strategy simply ensures that the drugs are in place, ready to act at the first encounter with the virus. The study participants were also all educated about risk-reduction practices, such as safe sex, and were provided with condoms and counseling as well as treatment for sexually transmitted diseases. (More on Time.com: Portugal's Drug Experience: New Study Confirms Decriminalization Was a Success)

“[The] results are exciting, but it is not time for anyone to stop using condoms or stop following proven prevention methods,” said Fenton. “[The study] cannot be seen as the first line of defense against HIV.”

Fauci agrees, adding that more research will be needed to assess the effectiveness of the drugs in preventing infection among women, as well as heterosexual men. And because the drugs do have side effects, including potentially unhealthy changes in lipid levels, other studies will also investigate whether people could use the drugs intermittently as a prevention-based strategy — only, for example, when they plan on being sexually active.


Read more: http://healthland.time.com/2010/11/23/hiv-drugs-may-prevent-infection-in-healthy-individuals/#ixzz16sn8CO00

from Time

30 nov 2010


Una pianta officinale usata fin dall'antichità per il suo potere antiinfiammatorio


Il ribes nero (Ribes nigrum), è un arbusto che cresce nel centro dell’Europa e nelle zone montuose euroasiatiche e può raggiungere un altezza fino a 2 metri. Il ribes è forse più conosciuto per le tipiche bacche utilizzate in gastronomia e dall’industria dolciaria che non come pianta medicinale; invece è molto usato in fitoterapia per la presenza di vari tipi di costituenti chimici. Le parti utilizzate sono le bacche (che contengono antociani, flavonoidi, procianidine e vitamine), le foglie (polifenoli e triterpeni) e i semi (elevato contenuto di acidi grassi polinsaturi). Ultimamente sono state studiate anche le gemme fresche e in particolare il suo olio essenziale.
I frutti del ribes sembra che agiscano a livello circolatorio e sono molto attivi nell’insufficienza venosa, nella fragilità capillare, contro le emorroidi e per aumentare la visione notturna come con, ad esempio, il mirtillo. Gli antociani conferiscono all’estratto una marcata proprietà angioprotettiva in vivo. Hanno proprietà antiossidanti dovute ai flavonoidi e alle vitamine. Gli antociani inoltre, associati per esempio al pungitopo, agiscono sui disturbi dell’insufficienza venosa (dolore, edema) e sulla microcircolazione capillare.
Le foglie possiedono un’azione diuretica, antireumatica e antinfiammatoria. La forte diuresi porta ad una maggiore eliminazione di acidi urici, mentre l’azione antinfiammatoria riduce il numero dei macrofagi, responsabili del processo infiammatorio. Accanto a questi effetti antiinfiammatori si evidenziano anche effetti analgesici paragonabili a quelli dei FANS, ma senza i loro effetti collaterali. La tradizione attribuisce alle foglie un’azione leggermente ipotensiva.
I semi contengono acido gamma- linolenico (omega 6) e sono usati soprattutto contro le manifestazioni allergiche. Insieme all’olio di Borragine e all’olio di Enotera sono le maggiori fonti vegetali di questo acido.
Il gemmoderivato di ribes ha una potente azione antiallergica e antinfiammatoria. I principi contenuti in queste gemme avrebbero un effetto simile al cortisone (stimolando la corteccia surrenalica) ma non gli effetti collaterali che sono: iperglicemia, ritenzione di sodio (e di conseguenza di liquidi), ipertensione, osteoporosi, ulcera, pancreatite, diabete e glaucoma. Molti ricercatori però sono convinti che non vi siano ancora abbastanza riscontri scientifici per tali affermazioni.
Anche se non ci sono particolari controindicazioni per l’assunzione di ribes nero (se non per l’ipersensibilità accertata verso i suoi principi attivi) non dovrebbe essere usato da persone soggette a pressione alta, e usato con cautela dalle donne in gravidanza o in allattamento: come sempre è fondamentale rivolgersi al proprio medico curante per il suo utilizzo in piena tranquillità e consapevolezza.

29 nov 2010



L’esperienza del Centro Cefalee dell’AOUP
EMICRANIA: ATTENTI AL “FAI DA TE”
Troppi farmaci rischiano di peggiorare le cose

PISA – C’è chi non riesce nemmeno ad andare a lavorare quando monta quel tipo particolare di mal di testa ( emicrania, con una prevalenza del 18% nella popolazione). S’avverte soltanto il bisogno di stare chiusi in una stanza, sdraiati, al buio, in silenzio,sperando di non sentire neanche gli odori. In attesa, solo, che tutto passi. E la fortuna è che non capiti spesso,altrimenti può diventare un problema di economia individuale e familiare.
Nell’ambito del mal di testa cronico (ricorrenza di quindici giorni al mese per un trimestre), le emicranie rappresentano la quinta parte, condizionate di base da situazioni diverse come la pressione alta, l’obesità, i disturbi dell’umore,d’ansia e del sonno.
L’impatto,ai primi episodi, impone una scelta generica come gli antidolorifici od i farmaci antinfiammatori, poi però il loro ripetersi impone una diagnosi più precisa ed un selettivo percorso di cure. Inoltre, il “fai da te”a volte può motivare l’instaurarsi di un mal di testa di tipo cronico in seguito ad un eccesso di farmaci sintomatici.
Notevole è stato l’apporto dei triptani, con benefici in termine d’efficacia (prontezza d’azione, capacità di controllo sul dolore ed i disturbi vegetativi, tollerabilità). La loro azione è sostanzialmente improntata ad un effetto antinfiammatorio e vasocostrittivo.
Se ne è parlato al terzo convegno regionale della Società Italiana Studio Cefalee organizzato dalla dott.ssa Sara Gori del Centro Cefalee della Clinica Neurologica,diretta dal prof.Luigi Murri, accreditato quale Centro di Riferimento regionale per la diagnosi e cura di cefalee e nevralgie cranio – facciali.
GIAN UGO BERTI
riproduzione vietata

28 nov 2010







MANDRAGOLA :la pianta del diavolo




La mandragora (Mandragora officinarum) è sicuramente, fra le "piante magiche" utilizzate nell'area occidentale, la più conosciuta, e la più utilizzata. Appartiene alla famiglia della Solanacee, e la sua radice, dalla forma vagamente simile a quella umana, le ha procurato la fama di "pianta magica" a partire dall' antica Grecia. Nell'epoca romana si credeva che la mandragora fosse abitata da un qualche demone; svellendola dal terreno, il demone si sarebbe risvegliato e il suo urlo avrebbe ucciso l'incauto raccoglitore. Conseguentemente si suggeriva di disegnare tre cerchi con un ramo di salice attorno alla pianta, di legarla con un filo nero e di allacciarlo al collo di un cane, in modo che il maleficio colpisse l'animale.

Le testimonianze sulla mandragora e sul suo uso medicamentoso attraverSano Ia storia delle erbe a partire dall'antica Grecia, e nella maggior parte dei casi concordano sulla sua capacità di causare un sonno profondo e ristoratore, sia che venga semplicemente posta la sua radice nella camera dove il paziente dorme, sia che venga mescolata al cibo, cotta nel vino; un'altra sua caratteristica e quella di fungere sia da afrodisiaco, in senso di stimolante sessuale dopo l'ingestione, che da amuleto atto a portare buona sorte nelle faccende amorose; in questo caso la radice intagliata secondo un modo particolare. Nota, infine, la sua capacità di "combattere" la sterilità: tanto e vero che addirittura la Genesi, uno del libri della Bibbia, ne parla, a proposito:

"Or, Ruben, al tempo della mietitura del grano, andò per i campi e trovò delle mandragore, pomi d'amore, e le portò a Lia sua madre. Ma Rachele disse a Lia:
- Dammi, ti prego, delle mandragore di tuo figlio. Le rispose: - Ti par poco avermi tolto il mio marito,che mi vuoi togliere anche le mandragore di mio figlio? Allora Rachele disse: - Ebbene, dorma pure con te questa notte in cambio delle mandragore di tuo figlio.La sera quando Giacobbe tornò dalla campagna, Lia gli andò incontro e gli disse: - Entra da me, perché ti ho accaparrato con le mandragole di mio figlio. Ed egli dormì con lei per quella notte. Or, Dio esaudì Lia, che concepì e diede a Giacobbe il quinto figlio, e disse: - Iddio mi ha dato la mia mercede, perché detti la mia serva a mio marito".



Ma nonostante questa evidentissima tradizione, i commentatori del Genesi notano che Dio non aveva mai benedetto la mandragora, dal momento che Rachele restò sterile e solo dopo sette anni poté concepire il proprio figlio Giuseppe. Possiamo quindi immaginare la fama sinistra che, complice la Chiesa, la mandragora acquistô con il tempo e soprattutto nel Medioevo, periodo in cui le sue qualità vennero particolarmente apprezzate, e che vide il moltiplicarsi delle leggende sia per quello che riguarda la sua nascita, sia per la sua raccolta che per il suo uso. Nel 1518, Niccolò Machiavelli scrisse una commedia burlesca, intitolata appunto la Mandragola, in cui la tradizionale capacità della pianta di essere un antidoto contro la sterilità, e l'altrettanto tradizionale potere venefico diventano nelle mani dell'autore il meccanismo adatto a far si che Callimaco, innamorato della moglie di Messer Nicia, la bellissima Lucrezia, possa finalmente amarla. Poiché la donna è sterile viene consigliato al marito di utilizzare la pianta; ma dal momento che la donna che piglia questo antidoto diventa "velenosa", si consiglia all'uomo di lasciare che sia un altro a far l'amore con lei, per estirpare il maleficio. Inutile dire che sarà Callimaco stesso travestito a farlo:


Callimaco: - Voi avete a intendere questo, che non e cosa più certa a ingravidare una donna che darli bere una pozione fatta di mandragola. Questa è una cosa esperimentata da me due paia di volte, e trovata sempre Vera; e se non era questo, la regina di Francia sarebbe sterile, e infinite altre principesse di quello Stato.
Messer Nicia: - E egli possibile?
Callimaco: - Egli è come io vi dico. E la fortuna vi ha in tanto voluto bene, che io ho condotto qui meco tutte queste cose che in quella pozione si mette, e potete averla a vostra posta.
Messer Nicia: - Quando l'arebb'ella a pigliare?
Callimaco: - Questa sera dopo cena, perché la luna è ben disposta, e il tempo non puO esser più appropriato.
Messer Nicia: - Cotesta non fia molto gran cosa.
Ordinatela in ogni modo; io gliene farò pigliare.
Callimaco: - E bisogna ora pensare a questo! che quell'uomo che ha prima a fare Seco, presa che l'ha cotesta pozione, muore infra otto giorni, e non lo camperebbe il mondo.
Messer Nicia: - Cacasangue! io non voglio cotesta
suzzacchera; a me non l'appiccherai tu! Voi mi avete
concio bene!
Callimaco: - State saldo, e' ci è un remedio.
Messer Nicia: - Quale?
Callimaco: - Fare dormire subito con lei un altro che tiri, standosi seco una notte, a sé, tutta quella infezione della mandragola. Dipoi vi iacerete voi senza periculo.
Messer Nicia: - lo non vo' far cotesto.
Callimaco: -- Perché?
Messer Nicia: - Perché io non vo' far la mia donna femmina, e me becco".

Secondo alcuni la mandragora nasce principalmente dallo sperma che l'impiccato emette negli spasmi dell'agonia, e va quindi ricercata preferibilmente nei luoghi dove sono avvenuti questi supplizi. Secondo altri, a causa della sua particolare similitudine con la forma umana e più che le altre piante preda del demonio, e si raccomanda quindi chi desidera consumarla di pregare prima il Signore. Secondo altri ancora, a causa della pericolosità di questa pianta non bisogna toccarla con le mani, ma legarla con un laccio ad un cane e spingere l'animale a muoversi finché non la strappi dal terreno. Altre tradizioni ancora consigliano di non toccarla né con le mani né con alcun metallo "vile". La tradizione magica occidentale abbonda di citazioni sul potere e sull'uso della mandragora; da Plinio, che e il primo a trattare ufficialmente il suo carattere antropomorfo e a suddividerla in forma maschile e femminile, a Galeno, a Lucio Apuleio, per tutto il periodo romano si trovano tracce delle capacità della pianta. B in seguito Michele Scoto, nel XII secolo, consiglia una mescolanza di oppio, mandragora e giusquiamo in parti eguali da utilizzare come anestetico durante le amputazioni o le incisioni. Anche Alberto Magno si occupa della questione, e Thomas Browne fa risalire la sua genesi al grasso degli impiccati. E tutto un discutere sulle sue proprietà narcotiche. Nell'Europa occidentale, comunque, la mandragora andò decadendo con il Rinascimento; poi l'inquisizione proibì ogni pratica di tipo magico, e la "pianta-uomo" divenne patrimonio delle streghe e della magia nera, conservando le sue caratteristiche magiche a livello popolare. In diverse preparazioni di unguenti e filtri utilizzate dalle streghe per partecipare a! Sabba, la mandragora costituiva uno degli elementi principali. In effetti la pianta contiene alcuni principi attivi (ioscina, atropina, mandragorina e iosciamina) che producono una specie di stato ipnotico nell'individuo, simile a quello riscontrabile nella fase REM del sonno, cioè quella in cui si sogna. La radice, una volta polverizzata e sciolta nel vino, in quantità di circa trenta granuli, produceva questi effetti, e la sua azione veniva intensificata con la mescolanza ad altre droghe.A chi avesse comunque usato o abusato di questa pianta, un antico codice del Cinquecento descrive lamalattia ed il rimedio:


"Colui che haverà bevuto il sugo della mandragora
coi suoi frutti o la radice patirà rossezza di viso, d'occhi, stupidezza di mente et alienazione e pazzia e sonno profondo. La sua cura e prendere la triaca magna, distemperata nel vino, ma che sia subito tardargli il mangiare per un giorno e beva del vino eccellente puro e fiuti l'aceto gagliardo".


Un particolare culto della ma ndragora e quello diffuso in Romania, a cui Mircea Eliade nel 1938 ha dedicato uno dei suoi più interessanti studi. La matraguna (questo è il suo nome romeno) ha diverse capacità positive:serve a fare incantesimi d'amore, a far aumentare il latte alle vacche, a portar fortuna, ricchezza e prosperità; ha la capacita di guarire diverse malattie. Per i Rumeni la mandragora non nasce però dallo sperma dell'impiccato; ma la sua potenza e tale che deve esser raccolta secondo particolari rituali che variano da zona a zona, ma a differenza della tradizione occidentale non e contemplato l'uso del cane. I rituali di raccolta della mandragora e la sua utilizzazione sono differenti a seconda dell'area presa in esame. In Moldavia essa viene raccolta ad aprile e maggio, e l'operatrice deve essersi astenuta da pratiche sessuali e vestita con un abito pulito e decoroso; s'inoltra da sola nel bosco, senza esser veduta da nessuna e quando scopre la pianta la sradica ponendo al suo posto un po' di pane o un miscuglio di mais, miele e zucchero. Nella zona dei monti Apuseni la mandragora viene raccolta solo il martedi, all'alba, da due donne, a digiuno: quando trovano la pianta devono seguire un particolare rituale che consiste nello spogliarsi, nel recitare formule magiche, nello svellere la pianta con una vanga e nel mettere al suo posto pane, sale e qualche moneta. Il "prezzo della mandragora", come la chiama Eliade, èper tutti i Rumeni la condizione necessaria alla sua raccolta. Infine, a causa della sua potenzialità la pianta può essere raccolta a fine di bene e a fin di male: in questo caso le operatrici s'avviano alla ricerca della pianta sporche, mal vestite, e quando la trovano la insultano, la ingiuriano e la percuotono utilizzando una vanga ed un bastone, e alla fine recitano il seguente scongiuro:


"Eu te mu, Pe ce te iau? Pe urit flu pe placut Nici pe vazut. Cine te-o-lua Sau te-o-bea, numai cu dosu te-o-vedea Cu fata ba", che tradotto significa "io ti prenderò, ma perché ti prenderò? Perché tu possa portare odio e non piacere, soltanto per farti vedere. Chi ti prenderà, chi ti berrà, soltanto di schiena ti vedrà, mai in viso".


Poi la pianta viene raccolta, e mescolata a cibo ovino. Il suo potere in questo caso serve a far allontanar qualcuno dalla persona amata, o ancora render pazzo un individuo. Per finire la trattazione sulla mandragora, riportiamo ciò che scrisse Collin De Plancy nel suo Dizionario infernale, edito nel 1818:


"Gli antichi attribuivano grandi virtù alla pianta chiamata mandragora. Le più meravigliose erano quelle che potevano essere innaffiate coll'orina d'un impiccato: ma allora La pianta non poteva venire strappata senza morire. Onde evitare questa ventura si scavava la terra tutto all'intorno, vi si legava una corda, a cui si attaccava dall'altra estremità un cane, e cacciandolo colle busse, la povera bestia strappava la pianta e moriva. Il felice mortale che se ne impadroniva, non era esposto al minimo pericolo e possedeva un tesoro inestimabile contro i malefizi".

S Berti Franceschi

27 nov 2010



AIDS ED EPATITE C SI CURANO CON GLI STESSI FARMACI
Cala la mortalità da HIV, non i casi d’infezione. Svolta per l’epatite. Arrivano gli inibitori delle proteasi. Il 1° dicembre“Giornata mondiale” contro la sindrome da immunodeficienza acquisita

ROMA – A trent’anni dalla scoperta del virus HIV, responsabile dell’AIDS ed alla vigilia della “giornata mondiale” contro questa sindrome da immunodeficienza acquisita, emergono luci ed ombre. Da catastrofe planetaria come era stato in passato definita dagli esperti, oggi rappresenta un modello di successo della ricerca.
La svolta nelle cure ha senz’altro ridotto la mortalità, non certo l’andamento della infettività. Sono oltre 4 mila i casi all’anno in Italia con 180 mila sieropositivi, fra cui il 30% non sa di esserlo. Da qui la preoccupazione delle autorità istituzionali, come emerso dal convegno di virologia promosso a Roma dall’Istituto Superiore di Sanità. Molti,infatti, scoprono la propria condizione quando ormai è troppo tardi,alimentando quindi il numero degli infetti ( solo una minima parte dei quadri sierologici si trasformerà,però, in vera e propria malattia).
Prevale in particolare la fascia degli eterosessuali, ma anche in quella dell’omosessualità l’abbassamento dei livelli di guardia ha fatto salire la percentuale al 7%, quasi come in Africa. E sorprende sempre più la scoperta del virus negli ultra cinquantenni, in pratica nei giovani di trent’anni or sono che non hanno usufruito delle nuove cure.
Ma la novità riguarda anche un’altra malattia infettiva,l’Epatite C ( non esiste ancora il vaccino, come invece accade per la forma B e quella A). Alla base della sua diffusione ( 70 mila nuovi casi all’anno nel nostro Paese) ed il coinvolgimento del 2-3% della popolazione nazionale, esiste un’insufficiente informazione. Igiene personale di vita,alimentazione corretta,moderato consumo di alcool,costante attività fisica, non abuso dei farmaci, attenzione a piercing e tatuaggi, evitare rapporti sessuali a rischio, vaccinarsi contro epatite A e B, eseguire controlli periodici di sangue rappresentano regole importanti di prevenzione.
Secondo Stefano Vella (ISS) e Raffaele Bruno, Università di Pavia,stanno per arrivare dei farmaci per l’epatite C. Si tratta degli inibitori della proteasi già utilizzati per il trattamento dell’infezione da HIV. In grado d’arrivare diritti al virus,rappresentano quello che hanno rappresentato in passato per l’AIDS. Se cioè ieri hanno rivoluzionato la storia naturale dell’AIDS,oggi lo faranno con quella dell’epatite C. Grazi anche agli inibitori dell’integrasi e del virus nella cellula, possiamo concretamente parlare di eradicazione. Ma sbaglia chi dice che l’AIDS sia qualcosa che riguarda solo i poveri del mondo. E’ una malattia globale, anche di casa nostra.
GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)



AFFANNO E TOSSE NON DIPENDONO DAL CUORE
Troppo spesso è prescritto un elettrocardiogramma,invece di una spirometria. La causa della bronchite cronica ostruttiva è il fumo. Un nuovo e rapido broncodilatatore,indacaterolo


MILANO – Strano, ma vero, davanti a disturbi come affanno e tosse viene più spesso prescritto un elettrocardiogramma piuttosto che una spirometria ( esame per verificare la funzionalità respiratoria). Il dato emerge da un’indagine Eurisko. Fra oltre mille intervistati, l’86% si è infatti visto prescrivere un ECG, mentre il 38% la spirometria). In media – si aggiunge – nel 70-80% dei casi i pazienti non ricevono una diagnosi a causa di una sottovalutazione dei sintomi.
In Italia, la BPCO ( bronchite cronica ostruttiva) colpisce fra l’8 ed il 12% della popolazione ed insorge generalmente dopo i 45 anni. C’è poi un 7% di popolazione oltre i 40 anni cui non viene diagnostica la malattia.
Fra le causa, soprattutto il fumo, attivo e passivo, legato a cosa, quanto e come si fuma, l’inquinamento ambientale. Conseguenza, distruzione del tessuto polmonare. Esiste comunque una suscettibilità individuale ovvero una predisposizione familiare agli agenti esterni. In definitiva, però il pericolo è il ritardo con cui i pazienti si sottopongono ai necessari accertamenti.
Novità in tema di farmaci, ci sono. Una svolta nella terapia, di recente introduzione, è indacaterolo, con una sola somministrazione giornaliera, insorgenza d’azione in soli cinque minuti e bronco dilatazione prolungata per 24 ore. Lo hanno detto Francesco Blasi dell’Università di Milano ed Andrea Rossi, dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, in un incontro promosso da Novartis.
Sul piano della tutela della salute, ha precisato Fausta Franchi,dell’Associazione Italiana Pazienti BPCO Onlus – l’identificazione della malattia in stadio avanzato incide negativamente sulla qualità di vita dei pazienti che,molto spesso, anche se nel pieno della loro esistenza, si trovano in una condizione d’invalidità ed a rischio di mortalità precoce.
Per comprendere le difficoltà di tali pazienti – è emerso dall’incontro stampa – occorre rendersi conto di come respira una persona on BPCO. Provate a buttare fuori l’aria dai polmoni, ma interrompete a metà questa manovra e rifate una inspirazione. Momento dopo momento dovrete di necessità far leva sulla muscolatura del torace per espellere l’aria che sta gonfiando progressivamente i vostri polmoni. Provare per credere.
GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

25 nov 2010


Sessualità
I dati del Congresso della Società Italiana di Andrologia

Eiaculazione precoce, un incubo
per quattro milioni di italiani

La maggioranza non ne parla per pudore e imbarazzo, col risultato che il problema può persino aggravarsi



MILANO - Oltre quattro milioni di italiani soffrono di eiaculazione precoce, ma la maggioranza non ne parla per pudore e imbarazzo, col risultato che il problema non si risolve e anzi può aggravarsi. Lo sottolineano gli andrologi riuniti al XVI Congresso della Società Italiana di Andrologia (SIA), a Roma dal 25 al 27 novembre. «La salute sessuale è un diritto dell'uomo e della coppia - sottolinea Vincenzo Gentile, presidente del comitato esecutivo - e l'eiaculazione precoce con le sue implicazioni sul piano della soddisfazione sessuale (personale e di coppia) può realmente e gravemente compromettere questo diritto. È allo specialista andrologo che spetta assicurare questo diritto, mettendo a disposizione la sua professionalità, la sua attenzione e le soluzioni terapeutiche offerte dalla medicina». Il 64% degli uomini riporta molta o moltissima frustrazione, una percentuale assai maggiore rispetto alle persone senza eiaculazione precoce. Il 31% prova scarsa soddisfazione sessuale durante i rapporti, il 31% lamenta difficoltà nel rapporto di coppia, il 50% si sente meno sicuro di se e delle proprie capacità sessuali. E ancora, il 50% avverte che il disturbo nuoce alla relazione di coppia.

COPPIA A RISCHIO - Un impatto negativo che coinvolge anche la donna, che spesso non solleva il problema per timore di urtare la sensibilità del partner. Ma nella donna il disturbo può creare ansia, rabbia, frustrazione, perdita dell'intimità, tutti sentimenti che mettono a rischio la coppia. Solo il 53% delle partner raggiunge infatti sempre o quasi l'orgasmo. E solo il 38% delle partner si definisce soddisfatta nel rapporto sessuale. La soluzione è dunque rivolgersi a uno andrologo, ma chi soffre di eiaculazione precoce è spesso riluttante ad affrontare il problema: il 76% degli uomini con questo disturbo ritiene la propria condizione imbarazzante, ancor più della disfunzione erettile. Tanto è vero che solo il 42% ne ha parlato nell'ultimo anno e chi lo ha fatto si è aperto con la partner e non con il medico. «L'andrologia italiana può giocare un ruolo molto importante per far superare questo tabù - spiega Gentile -. Una prova tangibile sono gli EpDays, tre giorni di viste gratuite organizzati a novembre 2009 e maggio 2010: mille specialisti di tutta Italia, in 576 centri privati e pubblici, hanno effettuato più di 8.500 visite ad altrettanti uomini». (Fonte: Agi)

24 nov 2010



Quotidiano Net > Salute > Ricerca, la pillola della giovinezza non è più un miraggioRicerca, la pillola della giovinezza non è più un miraggio
Ricercatori della University of Wisconsin-Madison hanno scoperto un enzima, il 'Dorian Gray', che lavora sulla restrizione calorica e aiuta a combattere i radicali liberi prodotti dai mitocondri
Una pillolaRoma, 19 novembre 2010 - Per chi non vuole invecchiare arriva una scoperta alimenta speranze. La pillola della giovinezza, agognata da molti, è infatti sempre più vicina. A compiere un passo avanti i ricercatori della University of Wisconsin-Madison, che hanno stanato un enzima chiave nel bloccare l’invecchiamento cellulare.

Il ‘Dorian Gray’ della ricerca prende il nome, per gli addetti ai lavori, di SIRT3. Ed è proprio partendo da qui che gli studiosi sperano di poter arrivare un giorno a mettere a punto la pillola dei sogni, capace di mettere ‘ko' acciacchi e segni del tempo, riportando indietro le lancette dell’orologio.

A mettere i ricercatori guidati da Tomas Prolla sulla strada di questo enzima chiave, l’osservazione dei meccanismi che si attivano con la restrizione calorica. Quando si decide di dare una ‘sforbiciata' alle calorie, infatti, l’invecchiamento rallenta notevolmente. "E questo studio - conferma Prolla sulle pagine della rivista ‘Cell’ - è la prima prova diretta di un meccanismo alla base degli effetti anti-invecchiamento legati alla restrizione calorica".

La ricerca statunitense non solo aiuta a spiegare la cascata di eventi che danno ‘il là' all’invecchiamento, ma fornisce anche le basi per ideare farmaci che potrebbero allungare la vita media.

Il team ha studiato topi con una perdita uditiva legata all’età concentrandosi sui mitocontri, fonte primaria dei temuti radicali liberi, molecole che svolgono una potente azione ossidante. E hanno osservato che, in condizioni di ridotto apporto calorico, i livelli di SIRT3 aumentano finendo per alterare il metabolismo e consentendo di ridurre i radicali liberi prodotti dai mitocondri.

L’enzima ‘Dorian Gray’ fa parte della famiglia delle sirtuine, già note per le loro proprietà anti-ageing. Ma sembra avere, più delle altre, un impatto decisivo sul destino delle cellule e sulla loro fisiologia.