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20 giu 2012

Tempo di grigliate: conciliare gusto e salute

i consigli per un barbeque sano e gustoso

Tempo di grigliate: conciliare gusto e salute

Dagli esperti i consigli per grigliate più "sicure" ma pur sempre gustose

Dagli esperti i consigli per grigliate gustose ma più salutari, con un occhio di riguardo al ridurre il rischio di cancro

Tempo di gite fuoriporta, vacanze, scampagnate e… cene con amici e parenti a base di grigliate.
Da sempre, infatti, l’estate coincide con il periodo in cui si preparano più spesso menù a base di carne alla griglia. Questa pratica, sebbene sia gradita ai più, nasconde però qualche insidia – come spesso ricordato dagli esperti. Una di queste è che si possa aumentare il rischio di sviluppare una qualche forma di cancro, come per esemipio quello del colon-retto.
Ma, allora, come possiamo conciliare il piacere di una grigliata con il mantenimento della salute? A tale proposito rispondono sempre gli esperti.

L’American Institute for Cancer Research e i propri esperti mettono in guardia dai potenziali pericoli derivanti da un utilizzo scorretto dei cibi e del barbecue che possono, appunto, aumentare il rischio di cancro.
«Le diete che prevedono grandi porzioni di carni rosse e trasformate hanno dimostrato di rendere più probabile lo sviluppo del cancro colorettale – spiega nel comunicato AICR la dottoressa Alice Bender – La prova che la griglia è di per sé un fattore di rischio è meno forte, ma ha comunque senso prendere alcune semplici precauzioni protettive dal cancro». Di queste, ha aggiunto la nutrizionista, la prima precauzione è quella di evitare di cuocere troppo l’alimento sulla griglia perché il processo di carbonizzazione genera dei composti chiamati ammine eterocicliche (HCA) e idrocarburi policiclici aromatici (IPA), che sono sotto accusa nell’essere fattori di rischio per il cancro.

Nel comunicato AICR vi sono tuttavia altri importanti suggerimenti che riportiamo di seguito.
- Aggiungere colore ai piatti, limitando la carne rossa e aumentando la presenza di frutta e verdura colorata: in questo modo ci si assicura un maggiore apporto di benefiche sostanze fitochimiche. Questi composti naturali presenti nelle piante, ricorda l’esperta, offrono una protezione contro il cancro.
È possibile grigliare verdure come asparagi, cipolle, funghi, zucchine, melanzane e pannocchie di granturco. Quando s’intenda grigliare della frutta è bene spazzolarla con olio di oliva in modo che non si attacchi, sottolineano gli esperti.
Altro trucco suggerito da Bender consiste nell’utilizzare la frutta un giorno o due prima che sia giunta a completa maturazione in modo che mantenga la propria consistenza durante la cottura alla griglia.

- Se possibile, optare per carne di pollo o pesce al posto di carne rossa, hamburger o wurstel.

- Importante è la marinatura. Marinare la carne riduce la formazione di HCA, sottolinea ancora Bender. Per questo processo si può utilizzare dell’aceto o succo di limone. Condire così la carne, anche per soli 30 minuti, può essere senz'altro utile.

- La precottura della carne riduce la quantità di tempo in cui questa sarà esposta a temperature elevate sulla griglia. Questo processo aiuta a ridurre la formazione di HCA. L’importante, fa notare Bender, è che la carne precotta deve essere posta sulla griglia subito dopo essere stata sottoposta al trattamento.

- Se possibile, cuocere la carne lentamente. Cercare pertanto di predisporre la brace o la griglia elettrica in modo che la cottura sia meno veloce e intensa, in un sol colpo: in questo modo la carne cuoce meglio anche all’interno e non brucia solo all’esterno.
Altra mossa importante per gli esperti è il limitare la presenza di grasso sulla carne che, sciogliendosi, va ad alimentare le fiamme, le quali possono bruciare la carne.
Questo metodo, insieme agli altri, permette di ridurre di un bel po’ la quantità dei composti cancerogeni HCA e IPA che finiscono nei nostri piatti.

Ecco dunque una serie di semplici ma efficaci accorgimenti per rendere le nostre grigliate più sicure, senza nulla togliere al piacere della convivialità.
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Sentirsi soli fa morire prima

la solitudine aumenta i tassi di morte per eventi cardiaci

Sentirsi soli fa morire prima

La solitudine pare faccia aumentare il rischio di morire prima del tempo

La solitudine aumenta il rischio di morte prematura per malattie cardiovascolari. Lo studio

La solitudine o il sentirsi soli pare che influisca sulla salute, tanto che chi per esempio ha già problemi cardiovascolari è soggetto a morire prima. Ma non solo.

L’isolamento sociale, l’emarginazione, sono tutte situazioni che possono dunque portare alla morte in generale e per eventi cardiaci – questi ultimi in particolare per i soggetti predisposti o con una storia di patologie cardiovascolari. Questo quanto emerso da uno studio pubblicato sull’Archives of Internal Medicine, di JAMA, e condotto dai ricercatori del Brigham and Women’s Hospital della Harvard Medical School a Boston (Usa).

Secondo i ricercatori l’isolamento sociale influirebbe sulle funzioni ormonali della persona e altera l’azione degli ormoni che sottintendono allo stress emotivo e lo tengono sotto controllo. Questa azione sugli ormoni andrebbe anche a modificare il comportamento delle persone riguardo la propria salute e le cure sanitarie.
Per dunque valutare se e come l’essere soli influisse sulla mortalità, il dottor Jacob A. Udell e colleghi del BWH hanno esaminato i dati relativi ai partecipanti allo studio REACH che comprendeva 44.573 persone, di cui il 19% (8.594) vivevano da sole.

I risultati dell’analisi dei dati ha mostrato che tra coloro che vivevano da soli il rischio di morte entro i quattro anni era del 14,1%, contro l’11,1% di chi viveva in compagnia. Di queste morti premature l’8,6% era dovuto a eventi cardiovascolari in chi viveva solo, contro un 6,8% per chi viveva insieme ad altre persone.
L’aumento dei tassi di morte per le persone sole variava anche in base all’età. Per esempio, un gran numero di decessi, secondo lo studio, si verifica nella fascia di età tra i 66 e gli 80 anni con un 13,2% per chi vive solo, contro un 12,3% per chi vive in compagnia. Nella fascia di età compresa tra i 45 e i 65 anni il tasso di mortalità era del 7,7% per le persone sole e 5,7% per quelle non. A sorpresa, passati gli 80 anni, i tassi di mortalità scendevano al 24,6% per chi è solo e aumentavano al 28,4% per chi viveva in compagnia.

«In conclusione, chi vive da solo è risultato indipendentemente associato a un aumentato rischio di mortalità e morte cardiovascolare in una coorte internazionale di pazienti stabili di mezza età ambulatoriali con o a rischio di aterotrombosi – scrivono i ricercatori – Gli individui più giovani che vivono da soli possono avere un decorso meno favorevole di tutti, rispetto anche agli individui più anziani, in seguito allo sviluppo di una malattia cardiovascolare e questa osservazione giustifica il proseguire con ulteriori studi».
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12 giu 2012

I legumi preziosi alleati della salute

dieta scorretta e sostanze benefiche

Gli italiani si perdono i benefici dei flavonoidi per il cuore



Se ci teniamo alla salute del cuore è bene favorire una dieta che includa alimenti ricchi di sostanze antiossidanti e antinfiammatorie come, per esempio, i legumi
 

Un’indagine dell’Osservatorio nutrizionale Grana Padano mette in luce l’importanza dei flavonoidi nella prevenzione cardiovascolare, ma gli italiani ne assumono pochi. I consigli degli esperti




Un recente studio pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition suggerisce che una dieta ricca di flavonoidi può favorire la prevenzione delle malattie cardiovascolari e ridurre il rischio di morte.
Fin qui tutto bene, se non fosse che proprio noi italiani ci stiamo perdendo i benefici offerti da queste preziose sostanze antiossidanti perché seguiamo una dieta povera di questi elementi. Ecco quanto emerge da un’indagine dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano.

Come accennato i flavonoidi sono sostanze chimiche naturali contenute in certi alimenti; in particolare frutta e verdura. Sono considerati dei potenti antiossidanti e antinfiammatori. Ricordiamo che dietro a malattie anche gravi come quelle dell’apparato cardiaco e vascolare, e il cancro, vi è spesso un problema di ossidazione e infiammazione. I flavonoidi dunque possono essere di aiuto proprio nella prevenzione di queste patologie.

Chiunque abbia a “cuore” la salute del cuore dovrebbe pertanto assumere alimenti che possano fornire il giusto quantitativo di queste sostanze benefiche. Ma gli italiani assumono regolarmente cibi che contengono flavonoidi e in che quantità? Questa è la domanda a cui hanno tentato di rispondere gli specialisti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano conducendo un’indagine su 7.645 soggetti (4.681 femmine e 2.964 maschi) di età superiore ai 18 anni. L’intento era di valutare il consumo medio pro-capite di flavonoidi.
Si è partiti tenendo presente che gli alimenti mediamente più ricchi di flavonoidi sono il tè, il vino rosso e la frutta (in particolare gli agrumi), e anche la verdura, l’olio (soprattutto d’oliva) e cioccolato.

Ecco i risultati dell’indagineIl tè, per esempio, è consumato dal 30% circa della popolazione, con una prevalenza per il sesso femminile (32% verso il 25,5%). Maggiore è il consumo di caffè (80% della popolazione, senza differenza tra i sessi). Tuttavia è bene tenere presente che il contenuto di flavonoidi nel caffè è inferiore rispetto a quello del tè.

Il vino rosso è consumato dal 55% della popolazione, con prevalenza nel sesso maschile (65% vs il 48%). Per quanto concerne la frutta e in particolar modo gli agrumi, sono consumati dal 60% della popolazione. Tuttavia, le porzioni di frutta consumate sembrano essere inferiori rispetto a quelle consigliate dalle linee guida per una sana e corretta alimentazione; infatti, si è stimato che il consumo medio di frutta pro capite è di circa 250 g, mentre l’apporto consigliato è di 400 g (circa 3 frutti).

Ma i dati diventano critici quando si indaga sull’apporto di verdura: si stima infatti che il consumo medio pro capite sia di 175 g al giorno, lievemente superiore nelle donne. Secondo le linee guida per una sana e corretta alimentazione andrebbe consumata una porzione di verdura da almeno 200 g a ogni pasto – siamo pertanto al di sotto della media.
«Ancora una volta ci troviamo a ribadire l’importanza dei capisaldi della dieta mediterranea – ha commentato la dottoressa Michela Barichella, Presidente di Brain and Malnutrition Association e responsabile della Struttura Semplice di dietetica e Nutrizione Clinica ICP di Milano – Raccomandando il consumo di almeno una porzione di verdura a pasto e di circa tre frutti al giorno, preferendo sempre frutta e verdura crude, fresche e di stagione. È consentito un consumo moderato di vino rosso (circa un bicchiere al giorno), di caffè (due-tre tazzine al giorno) e soprattutto di tè. Anche in questo caso, la dieta mediterranea consente un adeguato apporto di flavonoidi, importanti per la prevenzione cardiovascolare».

«È accertato che un costante e alto apporto di vegetali al naturale e di frutta fresca riduce il rischio di malattie cardiovascolari e quindi dei gravi eventi a esse correlati: soprattutto infarto cardiaco e ictus cerebrale – interviene il prof. Sergio Coccheri, Professore di Malattie Cardiovascolari dell’Università di Bologna – Che questo effetto benefico sia da attribuire ai flavonoidi contenuti in frutta e verdura è verosimile, ma non ancora dimostrato nell’uomo: gli studi clinici hanno dato infatti risultati talora contrastanti. Questo anche perché si sono spesso ricercati soltanto effetti eclatanti come la riduzione della mortalità, che è influenzata da molti altri fattori».

I CONSIGLI DELL’OSSERVATORIO NUTRIZIONALE GRANA PADANOI medici e gli esperti nutrizionisti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano offrono i loro  consigli per garantire un adeguato apporto di flavonoidi con l’alimentazione di tutti i giorni.
- Consumare legumi il più spesso possibile, almeno due-tre volte la settimana, come alternativa al secondo piatto. Se tollerati, andrebbero consumati con la buccia, ricchissima di antiossidanti.
- Consumare almeno una porzione di verdura a pasto. Per rendere più varia e completa l’assunzione di antiossidanti, consumare verdure di diverso colore: verde scuro (spinaci, broccoli, bieta ecc.); bianco (come aglio e cipolla); giallo e arancione (peperone, carota, zucca) e rosso (pomodoro, anche cotto). Preferire le verdure crude e fresche, perché gli antiossidanti possono alterarsi o perdersi con la conservazione o le cotture.
- Consumare ogni giorno circa tre frutti, preferibilmente freschi e di stagione, sempre alternando i colori: bianco (mela, pera); giallo e arancione (albicocca, pesca, agrumi  ecc.); rosso (fragole, cocomero ecc.), viola (prugne, mirtilli ecc.). Si consiglia di consumare la frutta con la buccia, ben lavata.
- Consumare oli vegetali crudi (soprattutto extra vergine d'oliva) al posto di grassi animali.
- Bere un bicchiere di vino al giorno, preferibilmente rosso.
- Consumare moderatamente tè e caffè (due-tre tazze al giorno), preferendo il tè.
- Utilizzare spezie ed erbe aromatiche per insaporire gli alimenti, poiché apportano antiossidanti e permettono di limitare l’uso di sale e condimenti grassi.

Insomma, se possiamo, cerchiamo di aumentare l’assunzione di tutti quei cibi che possono fornirci sostanze utili al mantenimento della salute.
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Source: Ufficio stampa Osservatorio Nutrizionale Grana Padano


Foto: ©photoxpress.com/Roman Sigaev

Ideale per il cuore la dieta mediterranea

- grassi insaturi per restare in salute

Dieta mediterranea, l’ideale per la salute del cuore



Dieta mediterranea: l'ideale per restare in salute - Foto: ©photoxpress.com/MarcoGusella.it
 

Un modello di dieta che ricalca quella mediterranea, con l’eventuale sostituzione di alcuni cibi, può migliorare la salute cardiovascolare, in particolare nei soggetti a rischio




Ancora riflettori puntati sulla dieta mediterranea, presa a modello da numerosi studi, che si rivela utile nella prevenzione di numerose patologie: tra queste, anche quelle che interessano l’apparato cardio-circolatorio.

Un team di scienziati statunitensi della Johns Hopkins University School of Medicine ha presentato i risultati di un’analisi condotta sui i dati dello studio “OmniHeart” al meeting dell’American Heart Association tenutosi dal 13 al 15 novembre 2011 a Orlando in Florida (Usa)
«L’introduzione del giusto tipo di grassi in una dieta sana è un altro strumento per ridurre il rischio di malattie cardiache in futuro», ha commentato il dottor Meghana Gadgil, coautore dello studio.
Gadgil e colleghi hanno studiato gli effetti sul sistema cardiovascolare di tre diverse, e bilanciate, diete su 164 persone con diagnosi di ipertensione lieve, senza diabete.
Il non soffrire di diabete di tipo 2 è stato determinante ai fini della valutazione, in quanto la possibilità che una persona non riesca a utilizzare in modo efficace l’insulina, può aprire le porte al diabete che, come risaputo, è un grave fattore di rischio per le malattie cardiache.
Una volta accertato ciò, i ricercatori hanno confrontato la capacità dell’organismo di regolare i livelli di zucchero nel sangue e mantenere corretti quelli di insulina a seguito del seguire una delle tre diete.

I tre programmi prevedevano una dieta ricca di carboidrati, una dieta ricca di proteine e una dieta ricca di grassi insaturi. Al termine dell’analisi, i ricercatori hanno scoperto che una dieta equilibrata che preveda una buona assunzione di grassi insaturi migliora significativamente la gestione dell’insulina, rispetto a una dieta ricca di carboidrati – in particolare quelli derivanti da carboidrati raffinati come la farina bianca.
I grassi insaturi contenuti in alimenti quali l’olio extravergine di oliva, le noci e molti altri ancora, sono gli alimenti da preferire dunque, suggeriscono i ricercatori – sottolineando come il modello da seguire sia affine alle diete tipiche di Paesi come la Grecia o il Sud d’Italia, favorendo il consumo di grassi utili e benefici.

La dieta mediterranea continua quindi a essere un modello per un’alimentazione sana ed equilibrata. Basta sapere come dosare gli ingredienti e, oltre a godere di una buona tavola, possiamo proteggerci dalle temute malattie di cuore e affini.
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Mangi male e il cuore ne soffre

- dieta scorretta e rischio cardiovascolare

Mangi male e il cuore ne soffre



Il taglio dei carboidrati nella dieta pare abbia portato a un aumento dei livelli di colesterolo, nonostante il minore consumo di grassi
 

Una dieta scorretta aumenta il rischio di malattia cardiovascolare e il taglio dei carboidrati ha favorito nel tempo l’aumento del colesterolo, nonostante il minore consumo di grassi. Lo studio




La dieta è fondamentale per il benessere.
E mai come oggi è vero, dopo aver letto i risultati di un largo studio svedese durato la bellezza di 25 anni.

Pubblicati sul Nutrition Journal, la pubblicazione di BioMed Central, i risultati di questa ricerca revisionale dei ricercatori dell’Umeå University, l’Università di Göteborg e il Consiglio Nazionale del Welfare hanno messo in chiara evidenza come una cattiva alimentazione possa aumentare il rischio cardiovascolare.
Ciò che ha messo in evidenza lo studio è che una dieta a basso tenore di carboidrati in realtà ha fatto aumentare nel tempo i livelli di colesterolo, nonostante vi sia stato in parallelo un minore consumo di grassi.

Nonostante questo intervento per la riduzione dell’assunzione di grassi, nell’intero periodo di 25 anni il BMI (l’indice di massa corporeo) della popolazione è aumentato a prescindere dal tipo di dieta. L’aumento del BMI associato all’aumento di colesterolo registrato va ad aumentare di conseguenza il rischio per le malattie dell’apparato cardiocircolatorio.
I dati raccolti dai ricercatori hanno permesso di osservare come le abitudini alimentari si fossero modificate a seguito degli interventi di sensibilizzazione e partecipazione a determinati programmi come per esempio il Västerbotten Intervention Programme (VIP) varato nel 1985. Questo programma prevedeva un’informazione sulla salute e l’alimentazione, una migliore etichettatura dei prodotti, una consulenza alimentare, esami clinici e altro ancora.
Le informazioni provenienti dal VIP sono poi state combinate con quello di un altro programma denominato WHO MONICA, che intende monitorare i fattori di rischio cardiovascolare.

Il progetto VIP, in particolare, prevedeva una diversa distribuzione dei grassi e dei carboidrati nella dieta. Questo effetto si è mostrato con una riduzione del 3 percento nel consumo di grassi per gli uomini e del 4 percento per le donne. Misurato nel 1992, il dato è rimasto stabile fino al 2005. La modifica nell’assunzione, sia per quantità che per qualità, si è rivelata in un abbassamento generale dei livelli di colesterolo. Tuttavia, dopo il 2005 i livelli totali di grassi saturi è tornato ad aumentare, mentre in parallelo è diminuito il consumo di carboidrati complessi per via di una campagna mediatica che promuoveva diete a basso indice glicemico (IG).
Il problema è che, da questo punto in poi, i livelli di colesterolo hanno cominciato di nuovo ad aumentare, nonostante l’introduzione di un trattamento ipocolesterolemizzante.

«L’associazione tra nutrizione e salute è complessa – ha commentato il prof. Ingegerd Johansson, principale autore dello studio – Si tratta di componenti alimentari specifici, di interazioni tra questi componenti alimentari, e di interazioni con i fattori genetici e le singole esigenze. Mentre diete con un basso contenuto di carboidrati/ricche di grassi possono aiutare nel breve termine con una perdita di peso, i risultati di questo studio svedese dimostrano che la perdita di peso a lungo termine non viene mantenuta e che questa dieta aumenta il colesterolo nel sangue, che ha un forte impatto sul rischio di malattie cardiovascolari».
Insomma, diventa sempre più difficile capire quale sia la dieta giusta per mettersi al riparo dalle mille insidie per la salute. Di certo, come sempre, la via migliore è l’equilibrio: i grassi sono utili, ma non bisogna eccedere, così come bisogna assumere i carboidrati complessi… In definitiva, come detto, il bilanciamento è essenziale e poi la scelta migliore potrebbe essere quella di consultarsi con un nutrizionista che possa adeguare la dieta per ognuno, poiché le cose possono sempre essere differenti da individuo a individuo.
[lm&sdp]

5 giu 2012

Afa in arrivo, preveniamo la disidratazione con le giuste mosse

ondate di calore e pericoli connessi Afa in arrivo, preveniamo la disidratazione con le giuste mosse Quando fa caldo è importante idratarsi correttamente: meglio se con l'acqua In vista delle ondate di calore, giochiamo d’anticipo idratandoci correttamente con i consigli degli esperti Le ondate di calore, l’afa arrivano quando meno te l’aspetti. E, anche se i bollettini meteo in qualche modo possono avvisarci, è altrettanto vero che in quest’anno un po’ bizzarro può capitare che se il giorno prima faceva fresco, quello dopo è caratterizzato da un caldo soffocante. In questi casi non si tratta dunque soltanto di un problema di sopportazione della calura, ma di situazioni che comportano dei rischi, anche seri, per la salute – in particolare per i soggetti più a rischio come bambini, anziani e donne in gravidanza. Come affrontare pertanto questi momenti? Giocando d’anticipo, suggeriscono gli esperti, e idratandoci correttamente. «Il punto fondamentale è riuscire ad affrontare (prontamente) il rischio disidratazione: problema riguardante soprattutto le categorie più rischio come anziani, donne e bambini – come sottolinea Umberto Solimene, professore dell’Università degli Studi di Milano e membro dell’Osservatorio Sanpellegrino – e quindi bere abbondanti quantità di acqua, preferibilmente ricca di minerali, rappresenta una mossa astuta e vincente, utile ad assumere importanti elementi quali per esempio il calcio e il magnesio, indispensabili per compensare la sudorazione». L’acqua dunque come elemento indispensabile per mantenere al meglio le condizioni ottimali dell’organismo. Difatti, quando il bilancio idrico si fa negativo si parla di disidratazione: letteralmente, cattiva idratazione. Basti pensare che una diminuzione anche solo del 2% del peso corporeo è già in grado di alterare la termoregolazione, influendo negativamente sul volume plasmatico (del sangue) e aumentando la sua viscosità. Tutto questo, inoltre, limita l’attività e le capacità fisiche del soggetto che si ritrova a dover fare i conti con stanchezza, cefalea e difficoltà di concentrazione. «Con una diminuzione del 5% [dell’idratazione] avremo crampi, mentre arrivando a una perdita del 7% compariranno allucinazioni e perdita di coscienza. Infine, se si raggiunge il 20%, il valore risulterà incompatibile con la vita», avverte il professor Solimene. Ecco come diventa indispensabile reintegrare ogni perdita di acqua, assecondando lo stimolo della sete, che sorge spontaneo – ma non in tutti i casi – quando la perdita di acqua supera lo 0,5%. Che fare quindi? Fondamentale è stare attenti ai diversi campanelli d’allarme lanciati dal nostro corpo, anche quelli meno evidenti come stanchezza anomala, diminuzione e colorito più scuro delle urine secrete, in modo da contrastare prontamente il deficit idrico. Come sottolineato dallo studio sull’idratazione condotto dalla dottoressa Sheila M. Campbell e pubblicato sull’American College of Nutrition, il fabbisogno idrico quotidiano per le donne è di 2,7 litri, mentre per gli uomini si arriva a 3,7 litri da assumere attraverso cibo e acqua. Importante è inoltre bere molto e spesso, durante tutta la giornata: ancor di più, se ci si trova nelle già citate categorie più a rischio, ossia donne, anziani e bambini. Come emerge dagli studi condotti in merito* per le donne è consigliabile bere almeno mezzo litro di acqua al mattino prima di uscire, indossare un vestiario idoneo e idratarsi a piccole dosi, all’incirca ogni ora, per abbassare la temperatura corporea e tenere sotto controllo la sudorazione in eccesso. I bambini poi dovrebbero essere coloro che bevono di più, poiché l’acqua ha un ruolo essenziale nello sviluppo del loro organismo. E’ tuttavia necessario fornire pochi Sali minerali al bambino piccolo e una maggiore quantità ai ragazzi. Nella scelta delle bevande, meglio privilegiare l’acqua minerale, preferibilmente non bicarbonata. E’ inoltre importante vestire i bambini in modo leggero ed evitate l’esposizione diretta al Sole, soprattutto nelle ore più calde. Infine per gli anziani, gruppo in cui aumenta la difficoltà a mantenere un adeguato equilibrio idroelettrico, dal momento che si avverte meno il senso della sete è necessario prevenire il pericolo di deficit idrico puntando sulla corretta idratazione. Attraverso altri studi e ricerche, è emerso inoltre che l’acqua minerale è la bevanda migliore, in vista dell’estate: oltre a idratare, è un utile integratore naturale di calcio, magnesio e potassio, tutti elementi fondamentali per mantenere una corretta omeostasi (equilibrio naturale) del corpo, specialmente nelle età critiche. [lm&sdp] *Army Research Institute of Environmental Medicine (USARIEM) (http://dodreports.com/pdf/ada459434.pdf)

Medicina naturale:incenso per l'artrite

- rimedi naturali contro i dolori L’Incenso per alleviare i dolori da artrite Un estratto della pianta che produce la resina da cui si ricava l'incenso è risultato attivo nel combattere i dolori da artrite - Foto: ©photoxpress.com/Scott Slattery Forse ti interessa anche + Il tempo delle ciliegie: si portano via dolori e infiammazione + Curcuma e antinfiammatorio: la ricetta giusta per combattere il cancro al colon + Curcuma, un aiuto per l’artrite + Ginkgo biloba per ridurre dolori e infiammazione + I fantastici 4 contro i dolori da artrite Un’antica formula a base di incenso è risultata efficace nell’inibire la produzione di molecole infiammatorie causa dell’artrite. Lo studio Ogni tanto anche gli scienziati riscoprono rimedi antichi che possono essere utili nella cura o trattamento di alcune malattie. In questo specifico caso, i ricercatori della Cardiff University School of Biosciences (Uk) hanno scoperto che una rara specie di incenso, la Boswellia frereana, è in grado di alleviare i dolori da artrite. «La ricerca di nuovi modi di alleviare i sintomi dell’artrite infiammatoria e dell’osteoartrite è lunga e difficile», sottolinea la dottoressa Emma Blain che ha coordinato la ricerca condotta insieme al professor Vic Duance e il dottor Ahmed Ali. Nonostante ciò, gli scienziati hanno voluto studiare un estratto di incenso per valutare se e come potesse essere utile nel trattamento dell’artrite. Dai risultati ottenuti, si è visto come l’estratto di Boswellia frereana fosse in grado di inibire la produzione di molecole infiammatorie chiave e aiutare a prevenire la rottura del tessuto cartilagineo che determina la condizione artritica. «La ricerca di nuovi farmaci per alleviare i sintomi nelle condizioni infiammatorie come l’artrite e l’artrosi è un settore prioritario per gli scienziati. Ciò che la nostra ricerca è riuscita a raggiungere è quello di utilizzare innovative tecniche di estrazione chimica atte a determinare il principio attivo nell’incenso», ha spiegato il dottor Ali. La dimostrazione che in natura è possibile trovare rimedi efficaci diviene ancora una volta dagli scienziati che riescono a vedere oltre la sola chimica. Questo approccio, non prevenuto, è quello che spesso fa la differenza. L’incenso, lo ricordiamo, non è soltanto quella resina che si usa bruciare per profumare la casa o durante certi riti religiosi. Ma è anche una resina che si utilizza per scopi terapeutici. Certo, non con il fai da te, ma sotto la guida di un esperto. [lm&sdp]
potenti antinfiammatori naturali Il tempo delle ciliegie: si portano via dolori e infiammazione Le ciliegie, in particolare le visciole, sono un importante fonte di antinfiammatori + Un tipo di ciliegie selvatiche, ritenuto meno pregiato, contiene invece alti livelli di antinfiammatori che possono aiutare le persone affette da dolori cronici, artrosi o osteoartrite. Ma anche combattere l'infiammazione generale dell'organismo Le ciliegie stanno maturando sugli alberi e questo è proprio il momento migliore per gustarsele. E c'è un tipo di ciliegia che dovremmo prendere in considerazione per la nostra salute: cresce spontaneo, è considerato il “parente povero” delle ciliegie classiche, e si chiama visciola. E proprio questa specie è stata ritenuta dagli scienziati tutt’altro che “povera”, anzi… è il tipo di ciliegia con il più alto contenuto di sostanze antinfiammatorie che possono essere molto utili nel combattere proprio l’infiammazione del corpo e i dolori – in particolare quelli dovuti a osteoartrite e artrosi. Le visciole hanno il «più alto contenuto di sostanze antinfiammatorie di qualsiasi cibo – commenta la dottoressa Kerry Kuehl dell’Oregon Health and Science University – Con milioni di persone alla ricerca di modi per gestire in modo naturale il dolore, c’è la promessa che le visciole possono aiutare, senza gli effetti collaterali spesso associati con i farmaci per l’artrite». Lo studio dei ricercatori della OHSU è stato presentato durante l’American College of Sports Medicine Conference (ACSM) che si tiene a San Francisco dal 29 maggio al 2 giugno 2012. Ed è stato condotto su 20 donne di età compresa tra i 40 e i 70 anni, tutte affette da artrosi infiammatoria. Le partecipanti sono state invitate a bere del succo di visciola due volte al giorno per tre settimane, per poi essere sottoposte a indagine per valutare se e come l’assunzione del succo avesse sortito qualche effetto. I risultati hanno mostrato che vi erano significative riduzioni degli importanti marker dell’infiammazione. Gli effetti si sono mostrati più evidenti nelle donne che avevano i più alti livelli di infiammazione all’inizio dello studio. L’autore principale dello studio, dottoressa Kuehl, ha dichiarato di essere «incuriosita dal potenziale di un vero alimento nell’offrire un potente beneficio antinfiammatorio, soprattutto per gli adulti attivi». I livelli di antiossidanti contenuti in questo tipo di ciliegia pertanto si mostrano come una soluzione naturale e gradevole per combattere i dolori causati, in questo caso preso in oggetto dallo studio, dall’artrite da usura delle articolazioni che è spesso causa di lesioni e dolori anche molto forti. La capacità antiossidante e antinfiammatoria delle visciole è stata paragonata agli effetti di ben più noti farmaci antidolorifici. Già precedenti studi avevano suggerito come le visciole fossero un alimento funzionale con molte proprietà benefiche. In particolare, uno studio della Università degli Studi di Medicina Integrativa del Michigan, e di cui abbiamo dato notizia, suggeriva che le ciliegie possono «offrire vantaggi come la riduzione dei fattori di rischio per le malattie cardiache e l’infiammazione». Insomma, non lasciamoci sfuggire l’occasione di assaporare un bel po’ di rosse e dolci ciliegie. [lm&sdp]

27 mag 2012

studio dell'Agenzia di sicurezza sanitaria alimentazione, ambiente e lavoro Francia: allarme per diete pericolose Rischi per eccesso di proteine o lipidi e carenza di fibre o vitamine. Nel 95% dei casi si riprende peso subito dopo
(Corbis) MILANO - È allarme diete dimagranti in Francia dove uno studio dell'Agenzia di sicurezza sanitaria alimentazione, ambiente e lavoro ("Valutazione dei rischi legati alle pratiche alimentari dimagranti") denuncia i rischi sulla salute legati all'eccesso di proteine e agli squilibri nutrizionali. L'Agenzia ha passato al setaccio una quindicina di diete alimentari tra le più seguite, come la Atkins, la Dukan, la Montignac, la californiana, Weight Watchers. Tutte, secondo gli esperti francesi, comportano uno squilibrio importante a livello nutrizionale nelle vitamine, nei minerali e nei macronutrienti (lipidi, glucidi e proteine). Secondo l'Anses in oltre l'80% delle diete l'assunzione di proteine è superiore all'apporto consigliato, fino agli eccessi del noto "regime Dukan", molto in voga in Francia. Altre diete, invece, sottolineano gli esperti, propongono un apporto eccessivo di lipidi. L'assunzione di fibre, invece, in tre diete su quattro è inferiore alle quantità consigliate dai dietologici, soprattutto nelle prime settimane di dieta. Deboli sono spesso gli apporti in calcio, vitamine C e D, e in ferro, soprattutto per le donne. I RISCHI - I rischi per la salute sono legati in particolare all'eccesso di proteine o di lipidi o alla carenza di vitamine e fibre e nel 95% dei casi si riprende peso subito dopo. Inoltre si rischia di sviluppare disturbi nel comportamento alimentare. Le restrizioni ripetute possono provocare l'osteoporosi e fratture alle ossa. Nelle giovani, problemi all'ovulazione. L'Anses mette al bando anche le diete per i bambini, che possono disturbare la crescita normale, e alle quale si ricorre per una "drammatizzazione" dell'obesità infantile che impone restrizioni alimentari non giustificate. Le diete più a rischio, sostengono gli studiosi, sono quelle povere di glucidi, come l'Atkins o la stessa Dukan. Queste possono accrescere i rischi di malattie cardiovascolari e di certi tipi di tumore, anche se - precisa l'Anses - il legame di causa ed effetto non è stato ancora accertato. La morale è che bisogna mangiare tutto e in modo equilibrato. E che, in caso di sovrappeso, invece di lanciarsi in un regime drastico e talvolta inefficace, oltre che deprimente, meglio rivolgersi a uno specialista e farsi consigliare un'alimentazione su misura, adatto al proprio stile di vita. Ecco dunque le diete sotto accusa: DIETA DEL DOTTOR ATKINS: è una dieta bassa in glucidi, iperlipidica e ipocalorica. L'assenza di fibre (apporto 10 volte inferiore al fabbisogno) può sviluppare tumori al colon. Debole anche l'apporto di ferro, calcio e magnesio, mentre si assumono troppo sodio e troppe proteine (il doppio rispetto alla norma). Ci possono essere effetti «probabili» su reni e fegato e conseguenze sul sistema cardiovascolare (non accertate). REGIME DEL DOTTOR DUKAN: è una dieta iperproteica (apporto almeno 3 volte superiore al normale) e ipocalorica (nella prima fase). L'eccesso di sodio comporta un aumento della pressione arteriosa e il rischio di malattie cardiovascolari. Effetti probabili sui reni, rischi di tumori al colon e aterotrombosi. DIETA DEL DOTTOR FRICKER: iperproteica (apporto doppio alla normale) e ipocalorica. Carenza di ferro, calcio e vitamina C nella fase 3. DIETA MONTIGNAC: assunzione di "glucidi cattivi" per due mesi (es. pane bianco). Carenza di ferro per le donne, di fibre, di calcio, di magnesio e vitamine D. DIETA DISINTOSSICANTE AL LIMONE (Lemon detox): a base di limone e sciroppo di acero. Dieta iperglucidica e estremamente ipocalorica (solo 574 kcal al giorno contro le 1.800 consigliate per le donne e le 2.200 per gli uomini). Carenze in ferro, calcio, sodio, lipidi e proteine. I rischi sulla salute sono di diversi tipi. (Fonte: Ansa)

14 mag 2012

Intestino a posto per combattere le infezioni estive

Intestino a posto per combattere le infezioni estive Il pericolo di infezioni batteriche da patogeni come l'E coli si può combattere agendo sui batteri buoni dell'intestino + Salviamo le nostre vacanze proteggendo l’intestino La flora batterica intestinale “buona” è uno dei mezzi più efficaci per contrastare le infezioni batteriche, potenzialmente letali, come quella del famigerato Escherichia Coli salito alla ribalta delle cronache lo scorso anno Ricordate il “batterio killer”? Quello divenuto tristemente famoso lo scorso anno e che ha tenuto banco nelle notizie per un bel po’ di mesi? Era il famigerato E. coli, un batterio che si annida nella carne, nell’acqua contaminata, nel latte e così via. Il miglior modo per difendersi è ovviamente evitare il contatto con cibi contaminati, tuttavia a volte può capitare di assumerli senza saperlo. In questo caso si rischia di contrarre l’infezione che può avere conseguenze anche gravi. Esiste però un altro modo per prevenire l’infezione senza dover per forza analizzare tutto il cibo che si assume e, di questo modo, ce ne parlano i ricercatori statunitensi dell’Università del Michigan - Health System. Secondo gli autori dello studio, infatti, un intestino a posto con tutti i suoi batteri buoni in efficienza può aiutarci a fermare le possibili infezioni. La possibilità che un batterio invasore possa avere la meglio su di noi è determinata da una questione genetica, fanno notare gli scienziati. Tuttavia, la flora batterica intestinale efficiente potrebbe essere in grado di intervenire prima che i batteri invasori abbiano il tempo di riprodursi e attecchire. «Più di 1.000 specie di batteri vivono nel nostro intestino, in una popolazione simbiotica chiamata il microbiota – spiega l’autore principale dello studio Gabriel Nunez a Science – Questi risultati dimostrano che questi, chiamati anche batteri commensali, competono con i batteri patogeni in un modo in precedenza non compreso, e che gli agenti patogeni utilizzano un set specifico di geni per competere con i commensali prima di lasciare temporaneamente il corpo. Capire questo ci offre i potenziali obiettivi per la prevenzione e il trattamento». In questo studio, per esempio, si comprende come i batteri nocivi competono con i nostri batteri commensali per ottenere certe sostanze nutritive di cui necessitano per sopravvivere. Il suggerimento è che rimuovendo alcuni elementi nutritivi e, per contro, stimolarne altri potrebbe essere d’aiuto nel combattere l’infezione. Questo fattore potrebbe altresì favorire un uso più mirato degli antibiotici nella lotta alle infezioni da E. coli, nel caso che queste si siano sviluppate, concludono gli autori. [lm&sdp]

La paura dei ragni si può vincere

Paura dei ragni: si può vincere La paura dei ragni si potrebbe superare grazie alle tecnologie moderne come la realtà aumentata La cosiddetta aracnofobia, ossia la paura dei ragni e consimili è più diffusa di quello che si può pensare. In particolare, i ragni sono i popolatori degli incubi di molte donne – ma non disdegnano neanche gli uomini. Ora, per tutti coloro che tremano di paura o ribrezzo al solo pensiero di vedere otto, pelose, zampette transitare nei paraggi, i ricercatori del Canterbury University's human interface technology laboratory (Hit Lab) hanno ideato un metodo basato sulla “realtà aumentata” che permetterebbe di superare questa paura. La tecnica è stata denominata “Virtual spider technology” e permette di sperimentare un approccio in tutta sicurezza con un aracnide – quello oggetto della propria paura: che sia un ragno, uno scorpione o altro essere appartenente alla specie. Per mezzo della realtà aumentata si possono proiettare dei ragni “virtuali”, ma eccezionalmente reali, con cui si può interagire. Per esempio, si può vedere camminare sul proprio tavolo un ragno e “toccarlo” senza essere a rischio. Oppure lo si può tranquillamente lasciar gironzolare sulla propria scrivania e passare tra un libro e l’altro, il porta penne e via discorrendo, in modo da familiarizzare con la sua presenza. Imparando a conoscerlo meglio e osservandone comunque la perfezione e le caratteristiche di natura si può superare la paura che, spesso, deriva proprio da una non conoscenza. La “Virtual spider technology” utilizza la tecnologia Microsoft Kinect camera. Al momento la tecnica è in fase di sviluppo e migliorie in quanto è stata testata unicamente mediante la visualizzazione su uno schermo di computer; il prossimo passo è quello di poterne usufruire utilizzando degli appositi occhiali in grado di restituire un effetto decisamente realistico. «Altri ricercatori hanno sovrapposto ragni virtuali su un ambiente reale, ma non vi era alcuna interazione – spiega il coautore dello studio, dottor Andreas Duenser a Stuff.co.nz – Noi siamo in grado di rendercelo molto più realistico e interattivo e potenzialmente più efficace ai fini del trattamento ». Il concetto di base, da cui sono partiti i ricercatori è proprio quello su cui si basano molte terapie per combattere le fobie: ossia esporre gradualmente le persone alle paure di cui soffrono o all’oggetto della paura, in modo che la conoscenza e lo sperimentare determinate situazioni favorisca il superamento della paura stessa. Le fobie possono essere molto invalidanti per le persone che ne soffrono, spiegano gli autori dello studio. Ci sono tuttavia stati importanti riscontri dall’utilizzo di applicazioni di realtà virtuale nel trattamento delle fobie. Realtà virtuali che hanno creato ambienti completamente virtuali immersivi, fa notare Duenser, hanno avuto successo nel trattamento di condizioni come lo stress post-traumatico nei veterani di guerra. A questo proposito l’Hit Lab prevede di sviluppare una realtà virtuale basata su un simulatore di terremoto al fine di trattare i disturbi da stress post-traumatico indotti da situazioni destabilizzanti come l’esperienza di un terremoto. In ogni modo, aspettiamo i ragni virtuali per adottarne uno… [lm&sdp]

La meditazione fa bene alla salute

Stare bene: nuove conferme scientifiche sull’efficacia della meditazione Ancora una volta è stato dimostrato scientificamente che la meditazione fa bene + Più meditazione, meno stress La meditazione è stata ancora una volta correlata a un migliore stato di benessere, salute fisica e mentale. Lo studio Le persone che praticano la meditazione stanno bene: sia in salute fisica che mentale. Ma soprattutto meglio di chi non la pratica. Ecco quanto emerge chiaro in un nuovo studio condotto dall’Università di Sydney. Sebbene l’area che ha mostrato maggiori e significative differenze nella promozione della salute fosse quella mentale, coloro che praticano la meditazione da almeno due anni sono stati trovati essere più in salute del 10 percento, rispetto al resto della popolazione generale. Questo è uno dei vantaggi evidenziati nell’articolo riportante i risultati dello studio pubblicato su Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine (eCAM). «Abbiamo scoperto che il profilo di salute e benessere delle persone che avevano meditato per almeno due anni era significativamente più alto nella maggior parte delle categorie salute e benessere rispetto alla popolazione australiana – spiega nel comunicato US il dottor Ramesh Manocha, psichiatra e principale autore dello studio – La parte maggiormente marcata è stata una forte correlazione tra la frequenza dello sperimentare il silenzio mentale e una migliore salute mentale. Questa definizione si basa su quella che è la forma di meditazione praticata per secoli». Il professor Manocha, insieme ai colleghi Deborah Black e Leigh Wilson della Faculty of Health Sciences, ha basato lo studio sui dati inerenti alla salute della popolazione ricavati dal federal government's National Health and Wellbeing Survey. Per raffrontare ed esaminare gli effetti della meditazione, i ricercatori hanno coinvolto più di 350 persone provenienti da tutta l’Australia che avessero meditato per almeno due anni. «Ci siamo concentrati sulla definizione di meditazione come quale silenzio mentale – aggiunge Manocha – e intervistato gli esercitanti la meditazione Sahaja Yoga che praticano una forma di meditazione finalizzata al raggiungimento di questo stato, piuttosto che il rilassamento o la mindfulness, metodi che di solito sono oggetto di altre forme [di meditazione]». Ai partecipanti, i ricercatori hanno domandato quante volte avessero sperimentato il “silenzio mentale”, almeno per qualche minuto. Alla domanda, i meditatori hanno risposto che nel 52 percento dei casi hanno sperimentato il silenzio mentale per più volte al giorno; il 32 percento dei partecipanti invece ha dichiarato di averlo sperimentato da una a due volte al giorno. «La nostra analisi ha mostrato rapporto molto piccolo su tutti tra la frequenza con cui la persona che meditava standosene fisicamente seduta e i punteggi di salute mentale. Tuttavia, il rapporto era chiaramente in relazione a quanto spesso essi hanno sperimentato lo stato di silenzio mentale – sottolinea Manocha – Il vantaggio per la salute sembra essere collegato a questo aspetto più di ogni altra caratteristica dello stile di vita meditativo. In altre parole, la qualità rispetto alla quantità». Ecco dunque che non basta sedersi per “meditare” o atteggiarsi a tal guisa, ma è l’effettiva capacità di raggiungere il silenzio mentale – a mettere a tacere la cosiddetta “mente scimmia”, che non sta mai ferma. «Mentre ci aspettavamo che ci sarebbero state alcune differenze tra i meditatori e la popolazione in generale non ci aspettavamo che i risultati fossero così pronunciati – continua il professor Manocha – Abbiamo ripetuto componenti di grandi dimensioni del sondaggio più volte per confermare i nostri risultati e abbiamo ottenuto gli stessi risultati». «Questo è uno dei primi studi a valutare gli impatti a lungo termine della meditazione sulla salute e il benessere. Quando prendiamo l’evidenza di questo studio, insieme ai risultati di nostri altri studi clinici, creano forti presupposti per l’uso della meditazione come una strategia di prevenzione primaria, soprattutto in salute mentale», conclude Manocha. Che dire di altro?

7 mag 2012

Dalle api, la nuova arma contro i tumori

Dalle api, la nuova arma contro i tumori Dalle api, la propoli: una sostanza che si è rivelata utile nella lotta ai tumori Dalla propoli, un principio attivo in grado di fermare la crescita del tumore. Lo studio La propoli è una sostanza resinosa elaborata dalle api che serve per isolare e proteggere l’alveare. Ha proprietà sfruttate da secoli in medicina popolare contro i malanni della stagione fredda come raffreddori, mal di gola, o allergie e altri disturbi. Oggi, però, la propoli è stata oggetto di uno studio che la eleva al rango di rimedio antitumorale. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Cancer Prevention Research e riportano gli effetti dell’estratto di propoli a base di estere feniletilico dell’acido caffeico (o CAPE) sul cancro della prostata in modelli animali. I ricercatori, guidati da Richard B. Jones, assistente professore al Ben May Department for Cancer Research e l’Institute for Genomics and Systems Biology, hanno così scoperto che trattando i topi con il CAPE, il tumore alla prostata si riduce. «Se si alimentano giornalmente i topi con il CAPE, i loro tumori smetteranno di crescere. Dopo parecchie settimane, se si interrompe il trattamento, il tumore inizia a crescere di nuovo al suo ritmo originale – spiega Jones – Così non si uccide il cancro, ma fondamentalmente si potrà bloccare a tempo indeterminato la proliferazione del cancro alla prostata». Il test è durato 6 settimane, e ha mostrato che nei topi con cancro della prostata umano vedevano ridurre il tasso di crescita del volume del tumore della metà. Tuttavia, come accennato, quando il trattamento con il CAPE è stato interrotto la crescita del tumore è ripresa alla velocità iniziale. In questo, i ricercatori vedono un’attività in grado di bloccare la divisione cellulare, piuttosto che un’azione atta a uccidere le cellule cancerose. Da qui, la possibilità di tenere a bada la crescita del tumore in modo da poterlo trattare con le cure tradizionali e avere maggiori probabilità di successo. «Pare che il CAPE interrompa sostanzialmente la capacità delle cellule tumorali di avvertire che c’è del possibile nutrimento [per loro] – fa notare Jones – Si fermano tutte le segnature molecolari che suggerirebbero che questo nutrimento c’è, così le cellule non hanno più una risposta proliferativa alla nutrizione». In sostanza le cellule non crescono perché ritengono manchi a esse il nutrimento necessario. Ecco dunque un altro rimedio naturale che potrebbe trovare il suo spazio nell’essere di complemento, molto utile, nella cura dei tumori.

27 apr 2012

Ecco perchè se non ti lavi i denti puoi morire

Scoperto il meccanismo che può provocare un attacco di cuore a causa di una cattiva igiene orale La carie, spauracchio per invitare a lavarsi i denti, passa decisamente in secondo piano se confrontata col il rischio di morire a causa di un attacco di cuore. Sì, perché se da diverso tempo la scarsa igiene orale è stata sospettata di essere collegata al rischio di malattie cardiache, ora pare sia stato scoperto il nesso, o la causa. Uno studio condotto dall’Università di Bristol (Uk) ha permesso di scoprire che dietro alla possibilità di avere un attacco di cuore o un ictus c’è un comune batterio – lo stesso che causa la carie e la malattie gengivali – che può diffondersi nel sangue e contribuire a formare dei coaguli che possono provocare infarto e ictus. Due eventi che sono tra le cause principali di morte in Europa. Come può questo batterio (della famiglia degli Streptococchi) passare nel sangue e provocare questi disastri? Di norma, pare si limiti a sostare nella bocca e provocare i danni che gli competono, spesso però a causa di un possibile sanguinamento delle gengive si apre la strada al suo ingresso nel sangue, con il rischio di cui accennato prima. Questi batteri sono piuttosto perniciosi e intelligenti: forzano le piastrine del sangue per legarsi e creare sulla propria superficie una proteina, detta PadA, che crea loro uno scudo protettivo. Forti di questo scudo protettivo, creato con la complicità involontaria delle piastrine, i batteri passano indenni agli attacchi del sistema immunitario e degli antibiotici… immaginiamo quindi il disastro che possono combinare. Da ultimo, ma non ultimo, il rischio di infarto e ictus. Il professore di microbiologia orale Howard Jenkinson ha dimostrato per la prima volta come un singolo batterio possa attivare le piastrine a suo piacimento per diffondersi nel sangue. «Quando le piastrine si aggregano insieme racchiudono completamente i batteri. Ciò fornisce una copertura di protezione non solo dal sistema immunitario, ma anche dagli antibiotici che potrebbero essere usato per trattare l’infezione», ha spiegato Jenkinson sulle pagine del Telegraph. «Purtroppo, come aiuta i batteri, l’aggregazione piastrinica può causare piccoli coaguli di sangue, escrescenze sulle valvole cardiache o infiammazione dei vasi sanguigni che possono bloccare l’afflusso di sangue al cuore e al cervello», ha poi aggiunto. Se ancora avevate dei dubbi sull’utilità di mantenere un’igiene orale corretta pensando che, tanto, la carie, il tartaro o la placca fossero problemi di poco conto, di fronte alla possibilità di lasciarci le penne, forse è il caso di utilizzare più spesso spazzolino, filo interdentale e ogni mezzo per eliminare i batteri. I risultati di questa ricerca verranno presentati oggi al MON, la conferenza autunnale della Society for General Microbiology’s.

Luce e infarto

la luce intensa attiva una proteina che favorisce il metabolismo del cuorePrevenire e trattare l’infarto con la luce La luce intensa, come quella diurna, pare possa ridurre i possibili danni da infarto del miocardio Gli attacchi di cuore possono essere prevenuti, o trattati per ridurne i danni quando già subiti, anche esponendosi alla luce intensa, come quella diurna solare. Lo studio Per prevenire o trattare gli attacchi di cuore oggi ci sono diverse soluzioni, come gli anticoagulanti, l’aspirina e così via. Ma, della luce, ancora non se ne era sentito parlare. E, invece, secondo un nuovo studio l’esposizione a una luce intensa come quella diurna potrebbe ridurre il rischio di attacco di cuore o ridurne i danni nel caso se ne sia già stati vittime. Ad aver messo “in luce” che la luce può avere effetti benefici sulla salute del muscolo più importante del nostro corpo sono i ricercatori Tobias Eckle e Holger Eltzschig della Scuola di Medicina dell’Università del Colorado, negli Stati Uniti. «Lo studio suggerisce che la luce intensa, o anche solo luce del giorno, potrebbe ridurre il rischio di avere un attacco di cuore o di subirne i danni – commenta il dottor Eckle, professore associato di anestesiologia, cardiologia, e biologia cellulare e dello sviluppo presso la UC – Per i pazienti, questo potrebbe significare che l’esposizione a luce diurna all’interno dell’ospedale potrebbe ridurre i danni causati da un attacco di cuore». La domanda da cui sono partiti gli scienziati dell’UC era incentrata su quale poteva essere la connessione tra la luce e l’infarto miocardico. E, una delle risposte che si è ipotizzata è il ritmo circadiano, ossia quella sorta di orologio biologico caratterizzato un ciclo periodico pari a 24 ore e influenzato dall’alternarsi di luce – per l’appunto – e buio. A regolarne l’attività sono alcuni ormoni e proteine nel cervello. Quello che è però stato preso in considerazione dagli autori di questo studio è che le proteine in questione si trovano anche in altri organi del corpo come, per esempio, nel cuore. Le scoperte fatte da Eckle e Eltzschig sono state di recente pubblicate su Nature Medicine. In particolare, gli autori hanno identificato una proteina chiamata "Period 2" che, a quanto sembra, gioca un ruolo cruciale nell’allontanare i danni al cuore a seguito di un infarto del miocardio. Una complicazione caratteristica di questo evento è la carenza o il mancato afflusso di ossigeno al cuore. Questo fatto costringe il muscolo cardiaco a supplire questa carenza o mancanza attingendo al glucosio, anziché al consueto combustibile: i grassi. Se però non sono possibili modifiche nel metabolismo del cuore, avviene che le cellule cardiache muoiono e il cuore stesso ne resta gravemente danneggiato. Il ritmo circadiano allora entra in gioco proprio in virtù di questo evento grazie all’azione della proteina Period 2 che risulta fondamentale nel promuovere il cambio di carburante – ossia dal grasso al glucosio – in modo che il metabolismo del cuore si modifichi in modo più efficiente, riducendo o prevenendo del tutto i possibili danni correlati. Lo studio in questione, condotto su modello animale, ha mostrato come la luce intensa abbia attivato la proteina Period 2 e abbia ridotto al minimo i danni causati dall’attacco di cuore. Il prossimo passo, come sempre, sarà quello di dare avvio a studi clinici sull’uomo per stabilire come la luce possa modificare il metabolismo cardiaco, grazie all’attivazione della Period 2, per prevenire i possibili e gravi danni che il cuore può subire.

18 apr 2012


Per ritrovare il sonno perduto ci vogliono le ciliegie

Le ciliegie contengono buone quantità di melatonina, in grado di regolare i cicli sonno-veglia

Mangiare ciliegie per dormire bene la notte, suggerisce un nuovo studio australiano

Ci sono ciliegie e ciliegie. Quelle che possono beneficiare di determinate condizioni climatiche, per esempio dove c’è una buona esposizione solare, pare siano un concentrato benefico di melatonina.
La melatonina, lo sappiamo, è una sostanza naturale di norma prodotta dalla ghiandola pineale. È un ormone che ha il preciso compito di regolare i cicli sonno-veglia. Per cui si comprende che se questi sono regolati e l’ormone è presente in quantità adeguate, viviamo meglio di giorno e dormiamo meglio di notte.

Senza dunque doversi per forza riempire di sonniferi per poter dormire o restare tutta la notte a contare pecore nell’inutile speranza di prendere sonno, c’è qualcosa di molto semplice che potremmo fare: mangiare ciliegie – tenuto conto poi che siamo proprio a ridosso della stagione.
Ma, come dicevamo all’inizio, non tutte le ciliegie sono uguali – per cui ci sono quelle più o meno ricche di melatonina. Quelle dello studio, guarda caso, conterrebbero livelli di melatonina ben 30 volte superiori alle ciliegie che crescono nell’emisfero boreale (il nostro, per intenderci).

Queste bombe di melatonina crescerebbero dunque in Central Otago, in Nuova Zelanda (nell’emisfero australe pertanto) e sarebbero così ricche di questa sostanza perché, sostengono i ricercatori, lì c’è un Sole "speciale".
A sostenere questa tesi è uno studio commissionato da una nota azienda australe chiamata Fruision, specializzata in rimedi naturali e la fruitgrower Summerfrui. Lo studio, secondo una nota di Stuff.co.nz, avrebbe comparato, tra gli altri, i livelli presenti nelle ciliegie prodotte nei due emisferi. Se pertanto precedenti studi avevano quantificato i livelli di melatonina presenti nelle ciliegie americane come pari a 15 nanogrammi per grammo di prodotto; questo nuovo studio ha quantificato la presenza di melatonina in 500 nanogrammi per grammo di frutti neozelandesi - una bella differenza.
Se poi le ciliegie venivano essiccate, i livelli di melatonina salivano addirittura a 3.100 per grammo di prodotto – ovviamente anche perché la frutta disidratata pesa meno.

I produttori del luogo, supportati dagli studi in questione, ritengono che i frutti cresciti alle loro latitudini siano più salutari. La dottoressa Judy Bragger, della Fruision, sostiene per esempio che i Kiwi – noto prodotto neozelandese – alle loro latitudini sono più esposti ai raggi ultravioletti che non quelli cresciuti in Europa o negli USA. Il risultato è che questi frutti producono più metaboliti, ed quello che pare accada anche con le ciliegie.
«Sono questi secondari metaboliti che producono le ciliegie che hanno un grande impatto sulla promozione della salute umana quando si mangiano», conclude Bragger.

Certo, andare a trovare proprio le ciliegie neozelandesi forse non è così facile, tuttavia anche se le nostre – secondo loro – non contengono questi alti livelli di melatonina ne racchiudono comunque buone dosi. Possiamo pertanto mangiare le ciliegie nostrane e godere dei benefici per la salute in generale e per il sonno… al massimo vorrà dire che faremo lo sforzo di mangiarne qualcuna in più.
[lm&sdp]

14 apr 2012



cocktail chimiciDonne incinte, nel proprio corpo presenti 163 sostanze chimiche, di cui molte vietate

In circolazione nell'organismo delle donne in gravidanza spesso ci sono sostanze estranee e pericolose per la salute di mamma e bambino. Foto: ©photoxpress.com/Anatoly Tiplyashin
cocktail di sostanze chimiche si trovano pericolosamente nell’organismo delle donne in gravidanza. Lo studio
Sono ben 163 le sostanze chimiche trovate nel corpo di un gruppo rappresentativo di donne incinte americane, molte delle quali vietate perché pericolose. Ecco quanto di sconcertante emerge da un rapporto pubblicato su Environmental Health Perspectives, a opera dei ricercatori dell’Università della California a San Francisco (Usa).

Lo studio, il primo ad analizzare una per una le sostanze presenti nel corpo, è stato condotto su 268 donne in stato di gravidanza tra il 2003 e il 2004.
Le analisi condotte hanno rivelato che nella quasi totalità delle donne ci erano tracce di queste sostanze: bifenili policlorurati, pesticidi organoclorurati (di cui il DDT), composti perfluorinati (PFC) che si trovano nel teflon usato per rivestire le padelle antiaderenti, ftalati che compongono la plastica, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e perclorato.

Ma la lista non si esaurisce qui dato che, come accennato, le sostanze trovate nell’organismo delle donne incinte sono quasi 200. Tra le molte altre, fanno notare gli scienziati, vi sono i noti eteri di difenile polibromurato (PBDE) e i composti usati come ritardanti di fiamma e attualmente vietati in diversi stati. Una nota d’eccezione la merita il bisfenolo A (o BPA), che è stato trovato in ben il 96% delle donne studiate. Questa sostanza, utilizzata nella produzione della plastica e che ritroviamo anche all’interno delle lattine alimentari, è stata oggetto di diversi studi in cui si è sempre suggerito che possa causare diversi problemi di salute sia alla donna che al nascituro. Tra questi problemi nello sviluppo cerebrale e un maggiore rischio di sviluppo del cancro.

Ancora una volta, non ci si stancherà mai di consigliare tutte le donne in gravidanza di far attenzione a quali sostanze e prodotti utilizzano durante questo delicato periodo; questo per evitare problemi a se stesse e al feto.
[lm&sdp]

- sostanze chimiche contenute in cosmetici, ambiente, contenitori per alimentiAttenzione agli ftalati, possono portare al diabete

anche minima agli ftalati presenti nei cosmetici e materie plastiche in genere fa aumentare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Il rischio aumenta con l’aumentare dell’età. Lo studio
Anche se i livelli di ftalati assorbiti e presenti nel sangue sono minimi si rischia di sviluppare il diabete di tipo 2, avverte un nuovo studio pubblicato su Diabetes Care. E il rischio aumenta con l’avanzare dell’età.

Gli ftalati sono sostanze chimiche assai diffuse. Ma per capire meglio riprendiamo quanto riportato sul sito web a essi dedicato – e a disposizione per chi vuole approfondire – del Centro Italiano d’Informazione sugli Ftalati all’indirizzo ftalati.info.
“Gli ftalati sono sostanze chimiche organiche prodotte dal petrolio e sono i plastificanti più comuni al mondo. Sono una famiglia di sostanze chimiche usate da oltre 50 anni, principalmente per rendere morbido e flessibile il cloruro di polivinile (PVC). Benché i vari tipi utilizzati oggi abbiano delle similitudini strutturali, ognuno ha prestazioni diverse. Gli ftalati hanno l’aspetto di un olio vegetale chiaro e hanno poco o nessun odore”.
“Non tutti gli ftalati sono utilizzati come plastificanti per il PVC. Alcuni di essi impediscono allo smalto per unghie di sfaldarsi, consentono al profumo di durare più a lungo o rendono più forti e più resistenti alla rottura le impugnature degli attrezzi. Altri aiutano gli adesivi, i sigillanti, i pigmenti delle vernici e molti altri materiali a svolgere meglio la propria funzione”.

Ecco che, come avrete letto, queste sostanze si utilizzano anche in cosmesi e nella produzione di oggetti di uso comune, per cui è facile venirne a contatto e, in qualche modo, assorbirli. Difatti, come evidenziato dallo studio di cui andiamo a trattare, sono stati regolarmente rinvenuti nel sangue delle persone.
Sono i ricercatori svedesi dell’Università di Uppsala ad aver condotto un’analisi revisionale in cui sono state coinvolte oltre 1.000 persone, di ambo i sessi, e di età compresa tra i 70 anni e oltre. I partecipanti facevano parte di un ampio studio detto PIVUS (Prospective Investigation of the Vasculature in Uppsala Seniors).

La dottoressa Monica Lind, professore associato di medicina ambientale presso la Sezione di Medicina del Lavoro e Ambientale dell’Università di Uppsala, insieme al professore di medicina Lars Lind, ha condotto una serie di esami e test che prevedevano l’analisi della glicemia a digiuno e i livelli di insulina. Poi, i campioni di sangue prelevati sono stati sottoposti all’analisi per rintracciare le varie tossine ambientali, comprese le sostanze che si formano quando il corpo entra in contatto con gli ftalati.

Sebbene, le analisi abbiamo mostrato che il diabete era più comune tra i partecipanti che erano in sovrappeso e avevano alti livelli di lipidi nel sangue, i ricercatori hanno scoperto una connessione tra i livelli ematici di alcuni ftalati e una maggiore prevalenza di diabete di tipo 2. I risultati si sono mostrati anche dopo l’aggiustamento dei fattori confondenti come l’obesità, i grassi nel sangue, il vizio del fumo e l’esercizio fisico.
Dai dati raccolti l’impatto degli ftalati si è mostrato dunque evidente, anche se i ricercatori ci vanno cauti. E le persone che mostravano elevati livelli di queste sostanze chimiche nel sangue avevano circa il doppio il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, rispetto a coloro che avevano livelli più bassi. Infine, alcuni ftalati sono stati collegati a un’interruzione nella produzione di insulina da parte del pancreas.

«Nonostante i nostri risultati devono essere confermati da altri studi, supportano l’ipotesi che alcune sostanze chimiche ambientali possono contribuire allo sviluppo del diabete – precisa la dottoressa Lind nel comunicato UU – Tuttavia, per scoprire se gli ftalati sono veramente fattori di rischio per il diabete, sono necessari ulteriori studi che mostrano associazioni analoghe. Oggi, oltre il presente studio, c’è solo un piccolo studio su donne messicane. Ma studi sperimentali su animali e cellule sono anche necessari per osservare quali meccanismi biologici sono alla base di queste connessioni».
Nel frattempo, e a scanso di equivoci, se possiamo evitare il contatto con queste sostanze è senz’altro meglio.
[lm&sdp]