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9 mag 2011



La nascita? Ancora un lusso per pochi Cinquanta milioni di mamme a rischio

Save the Children pubblica la graduatoria del benessere di madri e figli in 164 Paesi In testa la Norvegia, ultimo l’Afghanistan. L’Italia scivola al 21esimo posto



MILANO - La nascita è ancora un «lusso» nella stragrande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo: mille donne e duemila bambini continuano a morire ogni giorno per complicazioni al momento del parto, facilmente evitabili e risolvibili se ad assistere alla nascita ci fosse anche una sola ostetrica. Ma così non è ancora per 48 milioni di donne nel mondo, di cui 2 milioni partoriscono in totale solitudine, senza neanche un familiare. Sono questi alcuni dei dati che danno la misura delle abissali distanze che ancora separano i Paesi industrializzati da quelli del Terzo e Quarto mondo, con la Norvegia in cima alla classifica delle nazioni dove mamme e bambini stanno meglio e l’Afghanistan all’ultimo posto nel mondo per benessere materno-infantile, secondo l’Indice delle madri diffuso dall’associazione Save the Children all’interno del 12esimo «Rapporto sullo stato delle madri nel mondo», una graduatoria del benessere materno-infantile in 164 Paesi stilata sulla base di vari parametri: dagli indici di mortalità infantile e materna, all'accesso delle donne alla contraccezione, dal livello di istruzione femminile e di partecipazione delle donne alla vita politica, ai tassi di iscrizione dei bambini a scuola.

«PICCOLE MAMME»- Alla pubblicazione, che tradizionalmente viene diffusa alla vigilia della festa della mamma per fare il punto sulla condizione delle madri e dei bambini nel mondo, quest’anno Save the Children affianca anche la ricerca «Piccole mamme», un’analisi sulle madri teen ager in Italia. «A guardare i dati e le classifiche si rischia di farsi prendere dallo sconforto perché da un anno all'altro — spiega Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia —. La scala di alcuni problemi rimane grande soprattutto in molti paesi subsahariani e asiatici, per esempio Niger, Ciad, Eritrea, Sudan, Afghanistan, Yemen, dove l'esperienza della maternità e della nascita restano una sfida, a volte mortale, per madre e bambino. E anche guardando a casa nostra non si può nascondere una certa preoccupazione nel vederci scivolare nell’Indice delle madri dal 17esimo al 21esimo posto fra i Paesi industrializzati per benessere materno-infantile, con alcuni indicatori - come la presenza delle donne in parlamento o il ricorso alla contraccezione - che ci vedono al di sotto di alcune nazioni in via di sviluppo».

LA CLASSIFICA MONDIALE - Secondo l’indice della madri, Afghanistan, Niger, Guinea Bissau, Yemen, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Mali, Sudan, Repubblica Centro Africana sono i 10 paesi dove i livelli di salute materno-infantile e le condizioni di madri e bambini sono i peggiori al mondo. All'estremo opposto della classifica, i 10 paesi dove il benessere di madri e bambini è massimo: Norvegia, Australia, Islanda, Svezia, Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Francia. La distanza fra la prima della lista, la Norvegia, e l’ultimo paese in graduatoria, l’Afghanistan, è abissale: in Norvegia ogni parto avviene in presenza di personale qualificato mentre in Afghanistan questo accade solo nel 16% dei parti. Una donna norvegese in media studia per 18 anni e vive fino a 83. L’83% delle donne norvegesi fa uso di contraccettivi e 1 su 175 perderà il proprio bambino prima che compia 5 anni. All’estremo opposto, una donna afghana studia per meno di 5 anni e vive mediamente fino a 45. Meno del 16% di donne ricorre alla contraccezione, 1 bambino ogni 5 muore prima di arrivare al quinto anno di età il che significa che ogni donna, in Afghanistan, va incontro alla perdita di un figlio nell’arco della sua vita. Prendendo in esame altri Paesi in fondo alla classifica, i confronti non sono meno drammatici: 1 donna ogni 14 in Ciad e Somalia rischia di morire durante la gravidanza o il parto. In Italia il rischio di mortalità materna è inferiore a 1 donna ogni 15.000.

LA SITUAZIONE IN ITALIA- Nel confronto fra zona alta e la zona bassa dell’Indice, quest’anno il nostro Paese non è nel gruppo di testa e neanche più nella seconda fila, perché dal 17esimo posto è scesa al 21esimo. «La discesa di qualche posizione non è confortante perché riguarda soprattutto i parametri relativi alla condizione della donna e al suo ruolo e riconoscimento sociale — dice Raffaela Milano, responsabile dei programmi Italia-Europa di Save the Children— . Risulta per esempio in flessione la percentuale delle donne sedute in parlamento (20%) a fronte di percentuali più alte in paesi come lo stesso Afghanistan (28%), Burundi (36%), Mozambico (39%). Stabili appaiono altri indicatori, come quello sull’utilizzo della contraccezione che coinvolge il 41% delle donne italiane. Una percentuale inferiore a quella di paesi come Botswana (42%) Zimbabwe (58%), o ancora Egitto (58%) e Tunisia (52%), e molto distante dall’82% della Norvegia». Save the Children ha voluto puntare i riflettori, in particolare, sulle mamme adolescenti italiane, realizzando la ricerca «Piccole mamme» in collaborazione con le associazioni CAF Onlus di Milano, Il Melograno di Roma e L’Orsa Maggiore di Napoli. Le mamme teen sono quelle di età compresa fra i 14 e i 19 anni. Sono oltre 10.000 in Italia, di cui circa 2.500 minorenni: fra queste ultime il l’82% è costituito da mamme italiane, il restante 18% da mamme straniere. Il 71% delle mamme teen risiede nel Mezzogiorno e nelle isole, in particolare in Sicilia, Puglia, Campania, Sardegna e Calabria. Nell’Italia meridionale e nelle isole i nati da madri minori di 20 anni rappresentano il 3% del totale delle nascite nell’area a fronte dell1,3% nell’Italia nord orientale e nord occidentale, dell’1,1% dell’Italia centrale. Guardando al rapporto fra mamme teen straniere e italiane in 3 città campione (Milano, Roma e Napoli), a Milano si rileva una percentuale più consistente delle prime (pari al 2,62% sul totale delle mamme straniere) rispetto alle seconde (lo 0,97% sul totale delle madri italiane). Anche a Roma il rapporto è più sbilanciato a favore delle mamme straniere (1,82 a fronte dello 0,74 delle madri italiane). A Napoli invece la situazione si ribalta: la percentuale di madri italiane è più alta (3,46%) in confronto a quella delle mamme teen non italiane (1,41%). L'età media in cui le giovani mamme hanno un bambino è di 16-17 anni. Circa il 60% delle mamme adolescenti ha un marito o un compagno, mediamente giovane (fra i 18 e i 21 anni). Solo una piccola parte (il 19%) delle giovani madri ha un lavoro; per quanto riguarda il titolo scolastico, molte si sono fermate alla scuola dell’obbligo o hanno successivamente interrotto gli studi. «Il numero delle mamme adolescenti è rimasto più o meno costante e contenuto negli anni ma non per questo il fenomeno può essere ignorato — spiega Raffaela Milano —. Le mamme adolescenti sono ragazze doppiamente vulnerabili, poiché al delicato momento rappresentato dall’adolescenza si aggiunge l’esperienza della maternità. Il risultato è spesso un sentirsi impreparate e inadeguate sia a livello emotivo, sia sociale ed economico. Talvolta poi la gravidanza precoce si inserisce in un quadro già multiproblematico sia della ragazza che della sua famiglia di origine. Ne consegue la necessità di costruire intorno alla giovane mamma e al suo bambino una rete di supporto, da parte dei servizi sociali e sanitari, prevedendo anche una formazione ad hoc per gli operatori coinvolti, che tenga conto della provenienza non italiana di tante di queste mamme e delle particolari dinamiche culturali e familiari in cui esse vivono».

L’ANALISI DI THE LANCET E IL RAPPORTO AMREF - A corroborare i dati di Save the Children, uno studio sulla mortalità neonatale appena pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet che mette in rilievo il preoccupante dato sul lento calo dei decessi. Ogni giorno 7.200 bambini, nel mondo, muoiono poco dopo aver visto la luce. Nel 2009 sono morti 2,6 milioni di bimbi entro il primo anno di vita, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Nel 1995 si erano registrati 3 milioni di casi, nel 2009 si è arrivati a 2,6 milioni. Una sottile percentuale al ribasso, solo l'1,1% all'anno. Il 98% delle morti si verifica nei Paesi a basso e medio reddito ma anche quelli sviluppati non sono immuni dal fenomeno. Nelle zone ricche del pianeta, il rapporto con quelle povere è di 1 caso a 320. Cinque, le principali ragioni di mortalità: complicazioni del parto, infezioni materne in gravidanza, disturbi della madre (soprattutto ipertensione e diabete), restrizione della crescita fetale e anomalie congenite. Secondo un'analisi dell'Oms, adottando alcune misure di prevenzione sulle madri e sui bambini si potrebbe salvare oltre un milione di neonati all'anno. Quasi la metà delle morti neonatali, 1,2 milioni, avviene quando la donna è in travaglio. Si tratta di episodi direttamente connessi con la mancanza di assistenza qualificata in un momento critico per madri e bambini. Due terzi dei casi avviene nelle zone rurali, dove il personale ostetrico e i medici non sono sempre disponibili per le cure essenziali durante il parto e per le emergenze, come la necessità di effettuare un parto cesareo. Il 66% dei decessi, in base all'analisi di Lancet, riguarda soli 10 Paesi: Afghanistan, Bangladesh, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia, Nigeria, Pakistan e Repubblica Unita della Tanzania. Secondo Amref (African Medical and Research Foundation), ogni giorno muoiono mille donne per complicanze legate al parto, il 99% nei paesi poveri e la metà concentrate nell'Africa Sub-sahariana, dove è a rischio una futura mamma ogni 31. «Donne e neonati poveri — sottolinea Amref — muoiono molto più degli altri perchè non hanno accesso all'assistenza sanitaria di base che in altre parti del mondo è scontata, gratuita e accessibile a tutti e passa in primis per la disponibilità di ostetriche per l'assistenza al parto. Peraltro, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che sono necessarie 334 mila ostetriche per assicurare l'accesso universale a personale ostetrico qualificato entro il 2015 e si calcola che almeno il doppio siano quelle necessarie per assicurare l'accesso a un pacchetto completo di servizi di salute sessuale e riproduttiva».

LE CAMPAGNE DI SOSTEGNO - Save the Children rilancia la campagna Every One con lo slogan «Siamo tutti mamme» (www.savethechildren.it) per finanziare soluzioni a basso costo, semplici e sperimentate che garantiscano la salute delle madri prima, durante e dopo il parto e abbattano così la mortalità materna e infantile sia al momento della nascita che nei primi mesi e anni di vita del bambino. Fino al 25 maggio è di nuovo possibile contribuire alla campagna Every One, donando 1 euro con un sms al 45599 da cellulare personale TIM, Vodafone, Wind, 3, Coopvoce e Tiscali; 2 o 5 euro chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb, Teletu e Tiscali. Sarà possibile sostenere Every One in anche in tutti i negozi OVS d’Italia, acquistando una shopper direttamente alle casse e fino al 28 maggio si potrà effettuare con facilità una donazione per la campagna di Save the Children in tutte e 45 mila le ricevitorie SISAL sul territorio nazionale. Con i fondi raccolti Save the Children continuerà a sostenere programmi di salute e nutrizione nei 36 paesi in cui si sta dispiegando la campagna, in 6 dei quali – Egitto, Etiopia, Mozambico, Malawi, Nepal, India – i programmi sono direttamente sostenuti da Save the Children Italia. Con Every One, Save the Children si sta impegnando concretamente a salvare 2 milioni e 500.000 bambini entro il 2015, a raggiungere con programmi di salute e nutrizione circa 50 milioni di donne in età fertile e bambini, e a mobilitare 60 milioni di sostenitori in tutto il mondo. Amref lancia invece una raccolta di fondi legata alla Festa della mamma. Con lo slogan «Nessuna donna dovrebbe rischiare la vita per dare la vita», l’organizzazione no profit propone di festeggiare la propria madre donando una visita ginecologica, un corso premaman o un vaccino a una mamma africana (www.occasionidelcuore.it).

Ruggiero Corcella

8 mag 2011




7 mila pazienti in Italia
TALASSEMIA: PIU’ SANI,PIU’ LONGEVI
Malattia genetica ed ereditaria del sangue. In aumento i casi d’importazione dai Paesi extra-comunitari

ROMA - Sta cambiando l’identikit delle persone affette da talassemia ( settemila casi in Italia). Nell’ultimo decennio l’età media di sopravvivenza è cresciuta di dieci anni. E’ migliorata,inoltre, la qualità di vita. Merito va alle trasfusioni più sicure, alle nuove terapie chelanti, all’applicazione diagnostica sempre più diffusa della risonanza nucleare magnetica che svela i pericolosi accumuli di ferro nell’organismo. In una visione generazionale, cominciano a vedersi i primi nonni di bambini talassemici.
I casi comunque aumentano nel nostro Paese, perché prende corpo la “talassemia di ritorno”. Un aumento di questa condizione genetica ed ereditaria del sangue è infatti previsto in seguito al massiccio flusso immigratorio. Medio Oriente, Sud-Est Asiatico,India e bacino del Mediterraneo sono infatti zone dove i pazienti si contano molto numerosi. L’impatto di questi flussi è concentrato soprattutto nelle regioni del nord - Italia, dove l’incremento dei malati è di circa il 40%.
A causa di un difetto genetico del sangue, cala il livello dell’emoglobina con difficoltà nel trasporto dell’ossigeno ai tessuti e riduzione del volume dei globuli rossi. Nel corso della “Giornata Mondiale”, come si è detto a Roma nell’incontro promosso dalla Fondazione “Giambrone” e da Novartis, passi avanti emergono con i nuovi farmaci per bocca come il deferasirox, che sostituisce la terapia sottocutanea con il problema dell’accumulo di ferro negli organi e nelle articolazioni. Anche la risonanza magnetica è di aiuto nel controllo per immagini del decorso clinico.
Non è ancora una malattia superata, come vogliono invece far credere i media che spesso la considerano normale – ha detto Franco Mansi, vice – presidente della Fondazione – perché non è così. Tanti giovani sono infatti costretti a sottoporsi a continue trasfusioni, controlli e ad assumere farmaci chelanti del ferro.
E’ importante dunque potenziare la rete assistenziale e mantenere sotto stretto controllo le complicazioni della malattia legate soprattutto alle continue trasfusioni causa di danni a cuore,fegato e ghiandole endocrine. Oggi, tutti i casi italiani sono inseriti in forma anonima e criptata all’interno del Web Thal, un programma computerizzato sviluppato 13 anni fa dai Centri di Torino,Genova, Milano,Cagliari e Brindisi

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

6 mag 2011



Ictus

Quei segnali del corpo
che possono salvare la vita

In gran parte dei casi sfuggono i campanelli
d'allarme. Tre studi ora rilanciano l’importanza
della tempestività dell’intervento

MILANO -Se chiedi a qualcuno di sorridere e all’improvviso non riesce a farlo, chiama subito il 118. Potresti salvargli la vita e il futuro, perché permetteresti ai medici di somministrargli in tempo utile, cioè entro tre ore, la cura che può cambiare il suo destino, sciogliendo il trombo che impedisce al sangue di irrorare una parte del cervello, prima che il danno sia irreversibile. Pochi purtroppo riconoscono i campanelli d'allarme dell’ictus quando non si manifesta in maniera eclatante e meno ancora sono quelli che in questi casi sanno esattamente che cosa fare: chiamare l'ambulanza. Lo hanno verificato due studi delle Università di Oxford e del Michigan appena pubblicati su Stroke. Un terzo studio, concluso nelle province di Lecco, Como, Sondrio e Varese, prova che un intervento mirato può migliorare in breve le cose. «È facile sottovalutare i sintomi di quelli che vengono chiamati mini ictus o TIA, attacchi ischemici transitori» spiega Peter Rothwell, dell'Università di Oxford. «Su mille pazienti registrati nell'Oxford Vascular Study per questi disturbi — aggiunge —, sette su dieci non si erano resi conto di quel che stava capitando loro; meno della metà ha cercato aiuto entro le prime tre ore dall'insorgenza dei sintomi e il 30% ha addirittura aspettato più di 24 ore. La maggior parte dei pazienti, poi, si è rivolta in prima battuta al proprio medico di famiglia, invece di chiamare un’ambulanza». Più spesso è chi sta vicino al malato a prendere sotto gamba l'episodio, o a fare la scelta sbagliata.

NIENTE AUTO:SUBITO L'AMBULANZA - «La più comune è quella di caricare in macchina la persona e portarla in pronto soccorso, — dice Elio Agostoni, responsabile della Stroke unit all'Ospedale di Lecco — invece di chiamare il 118. Ma l'ambulanza impiega meno tempo per arrivare in ospedale, sa qual è il centro più vicino e attrezzato e può metterlo in allerta». Eppure la gente non lo sa.


I SEGNI - Un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan ha chiesto in un’intervista telefonica come si sarebbero comportati gli interlocutori davanti ad alcuni ipotetici scenari: un amico o un familiare che abbia uno i più di questi segni:

1) improvvisamente fa fatica a parlare;
2) ha la vista annebbiata;
3) perde la sensibilità o sente intorpidita una parte del corpo;
4) ha la febbre alta;
5) si fa male a una gamba.

COME SI REAGISCE - Degli oltre 4.800 cittadini che hanno risposto, poco più di uno su quattro (il 27,6%) ha riconosciuto tutti e tre i casi riconducibili a un possibile ictus (disturbi della parola, difficoltà motorie e visive) e solo il 17,6% di chi ha riconosciuto i sintomi avrebbe reagito nella maniera giusta, cioè chiamando subito l'ambulanza. «Un gravissimo errore non farlo, comune anche in Italia — commenta Agostoni —. Nelle province settentrionali della Lombardia, con oltre 2 milioni di abitanti e 22 strutture di pronto soccorso, un anno fa solo il 43% delle persone colpite da ictus arrivava con le ambulanze del 118». Grazie a un’intensa campagna di informazione e a una nuova organizzazione del servizio, con un percorso più rapido di assistenza, definito da uno specifico «codice ictus», la situazione è stata invertita. «Nei 1.500 casi successivi — prosegue il neurologo —, il 67% dei ricoveri è avvenuto tramite il 118». Ciò ha permesso a un maggior numero di persone di essere trattate con la cura adatta, la trombolisi. «L'obiettivo europeo è che la riceva almeno il 5% dei pazienti —, conclude Agostoni —. In Italia la media è di 1,2, ma col nostro intervento siamo arrivati a 5,6%».

Roberta Villa


studio svedese

Pesce ogni due giorni contro l'ictus

Ancora una conferma che una dieta ricca di pesce fa bene. Ma soprattutto, ancora una raccomandazione a seguire uno stile di vita complessivamente sano



MILANO - La raccomandazione a portare in tavola il pesce almeno tre volte la settimana giunge direttamente dal prestigioso Karolinska Institutet di Stoccolma, passando per le pagine dell’American Journal of Clinical Nutrition. Un consiglio da prendere e portare a casa letteralmente (gli anglosassoni parlano di take home message), anche per chi vive sulle coste del Mediterraneo, meno freddo di quello svedese, ma altrettanto ricco di pesce.

LO STUDIO - I ricercatori svedesi hanno seguito per poco più di un decennio, a partire dalla fine degli anni Ottanta, un ampio gruppo di quasi 35mila donne nate tra il 1914 e il 1948. Alla fine del periodo di osservazione hanno chiesto loro di compilare un questionario molto ricco di informazioni: oltre 350 domande sullo stile di vita e sulla presenza di eventuali malattie croniche, un centinaio sulle abitudini alimentari. Ciò ha permesso di stimare con precisione il consumo settimanale di pesce e perfino di indagare la qualità dei prodotti ittici, in base al contenuto di grasso e di sale naturalmente presente o attribuibile alla conservazione e alla cottura. «Abbiamo così dimostrato chi mangiava pesce almeno 3 volte la settimana era protetta dall’ictus - spiegano i ricercatori -. Le loro probabilità di subire l’evento erano di oltre il 15% inferiore rispetto a quelle di chi lo consumava solo sporadicamente». Gli studiosi hanno poi effettuato analisi statistiche più dettagliate, considerando le diverse caratteristiche del prodotto ittico e giungendo a identificare come particolarmente benefico il pesce magro.

MESSAGGIO SEMPRE VALIDO - Andrea Ghiselli, ricercatore dell’INRAN (Istituto nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione) di Roma commenta: «Andrei cauto nel prendere per buoni tutti i distinguo proposti dallo studio sulle qualità di pesce più o meno raccomandabili per la salute. Anche perché con eccessivi frazionamenti del campione studiato, i numeri si fanno troppo piccoli e la forza della statistica si perde. Quello che resta valido è il messaggio di mangiare pesce per proteggersi dalla malattie circolatorie del cuore e del cervello. Non è una novità, ma un’indicazione che va sempre ribadita.» Un messaggio che è già da anni presente nelle "Linee guida per una sana alimentazione italiana" dell’INRAN e non è difficile da applicare se si segue la dieta mediterranea. «I risultati dello studio dicono anche di più - prosegue Ghiselli -. A un lettore attento non può sfuggire che le donne con salute migliore associavano a un elevato consumo di pesce, una dieta abbondante in frutta e verdura e un introito moderato di alcol; inoltre fumavano meno. Qui emerge l’importanza di uno stile di vita complessivamente sano, più che quella di affidarsi a un solo alimento toccasana».

VINCONO I PRO - L’abbondanza di acidi grassi polinsaturi (PUFA) anche noti come omega-3, fa quindi del pesce uno degli alimenti più preziosi per la salute dell’uomo. «E almeno per ora questo vantaggio non è sopravanzato dai potenziali pericoli, prima fra tutti il timore di introdurre, mangiando pesce, dosi tossiche di mercurio, il temuto inquinante ambientale presente nelle acque. Inoltre lo studio svedese, smentisce il sospetto che troppo pesce faciliti le emorragie cerebrali: i risultati mostrano infatti una riduzione complessiva dei casi di ictus, più marcata però proprio per le forme emorragiche» spiega Ghiselli. Confermata la piena fiducia del consumatore a questo cibo, bisogna però ricordargli che alcune modalità di cottura come le succulente fritture o l’eccessiva salatura a scopo conservativo sono controproducenti nella somma algebrica tra svantaggi e vantaggi.



Maria Rosa Valetto

4 mag 2011



Pratolina è la tipica margheritina dei prati, con i petali bianchi soffusi di rosa. Il suo nome è Bellis
perennis dal latino bellus che significa grazioso. In Inghilterra si chiama Daisy che deriva da
Day's eye, occhio del giorno, in quanto al tramonto si chiude, per riaprirsi all'alba.
In Scozia si chiama Bairwort, erbe dei bimbi, che in quel paese usano fare ghirlande.
In Germania è detta Marienblumchen, fiorellino di Maria, che secondo una leggenda, si punse
un dito mentre cuciva e il sangue diede colore alle pratoline.
Nella mitologia nordica il fiore è sacro a Ostara, dea della primavera.
Il re di Francia S. Luigi, portava un anello con i tre simboli che più amava: Il crocifisso per la
religione, il giglio per la Francia, la margherita per la moglie, Margherita d'Anjou.
Il suo secreto la rende inappetibile agli animali e facendola macerare in acqua se ne ricava un
liquido che agisce come antiparassitario.

Parietaria (Fam. Mirtaceae) così chiamata perché nasce sui muri e sulle pareti esterne delle vecchie
case. Fra le piante medicinali, è già elencata da Dioscoride Pedanio, il famoso medico
naturalista di Anazarba, vicino a Tarso in Cilicia, vissuto nel I secolo d.C., la cui opera in
cinque volumi ci è giunta fino a noi. In essa sono raccolte tutte le nozioni farmacologiche del
tempo, fra cui 600 piante. Da Dioscoride è indicata contro le erisipole, le infiammazioni,
l'amigdalite (infiammazione delle tonsille), contro la tosse. Plinio il Vecchio, il grande
naturalista romano, racconta che uno schiavo di Pericle, caduto dall'alto di un tempio, fu
guarito da questa pianta che Minerva gli aveva mostrato in sogno.

3 mag 2011


Non solo anziani: aumenta fra i giovani il pericolo disidratazione
Quei due milioni di italiani
che non hanno sete (d'acqua)
Dal collasso all'obesità: cosa si rischia. I nuovi studi
Salute Non solo anziani: aumenta fra i giovani il pericolo disidratazione




(Ansa)
MILANO - Il 5% degli italiani, circa 2 milioni di persone di età compresa tra i 18 ed i 64 anni, non beve acqua. Né di rubinetto né minerale. Lo afferma una ricerca GfK Eurisko. Un dato di per sé molto preoccupante, se si considera il ruolo vitale dell'acqua. Il corpo umano, infatti, ne è composto in media per il 60%. In media, perché il quantitativo di acqua nelle cellule, e tra una cellula e l'altra, varia a seconda dell'età: 75-80% nel neonato, 40-50 nell'anziano. E varia da organo a organo, di più laddove è alta l'attività metabolica: cervello (85%), sangue (80), muscoli (75), pelle (70), tessuto connettivo (60) e ossa (30). Il tessuto con il minor quantitativo di acqua è quello adiposo, il grasso, con il 20%. I soggetti obesi hanno una percentuale di acqua inferiore a quella delle persone con un peso normale. E bere acqua contrasta cellulite e accumuli anti-estetici. Lo stesso pianeta Terra, considerate le percentuali del prezioso liquido che lo ricopre e lo perfonde, dovrebbe chiamarsi Acqua. Salata per lo più, ma pur sempre acqua.

Elemento prezioso, chiave di prevenzione, di benessere, di lunga vita. È quanto rammenta, e ribadisce, il Consensus Paper scientifico «Idratazione per il benessere dell'organismo» firmato da Umberto Solimene, idrologo medico dell'università di Milano, e da Alessandro Zanasi, idrologo e docente in malattie dell'apparato respiratorio dell'università di Bologna. Insieme hanno tirato la somma di recenti studi nazionali e internazionali sulle proprietà salutari del cosiddetto oro blu. Da cui un dogma: una corretta idratazione è fondamentale per il naturale svolgimento delle reazioni biochimiche e dei processi che assicurano la vita. Dal trasporto dei nutrienti alla regolazione del bilancio energetico, dalla funzione detossicante alla regolazione della temperatura corporea, all'equilibrio idrico. E aggiunge Solimene: «Favorisce i processi digestivi, è fonte di sali minerali e svolge un ruolo importante come diluente delle sostanze ingerite, inclusi i medicinali».

In generale è importante mantenere un buon bilancio idrico, che significa compensare adeguatamente la perdita di acqua, tenendo conto che la quantità introdotta con gli alimenti non è sufficiente e che quindi è fondamentale berla. Quando il bilancio idrico si fa negativo si parla di disidratazione, letteralmente cattiva idratazione. E si rischia. Una diminuzione dell'acqua corporea del 2% rispetto al totale, per esempio, è già in grado di alterare la termoregolazione e di influire negativamente sul sangue, rendendolo più viscoso: il cuore si affatica e si può arrivare, in casi estremi, al collasso. Con una diminuzione del 5% si hanno crampi muscolari, con una del 7 si possono avere allucinazioni e perdita di coscienza. Una disidratazione vicina al 20% del peso corporeo risulta addirittura incompatibile con la vita.

Ma che cosa fa «perdere» acqua al nostro corpo? L'assunzione insufficiente di liquidi, l'esposizione ad un clima secco e ventilato, non necessariamente caldo, l'attività fisica intensa e prolungata, gli episodi ripetuti di vomito e diarrea, le ustioni.
E, allora, quanto bisogna bere al giorno per stare bene? Dice Zanasi: «Per gli sportivi, per esempio, la quantità di acqua necessaria va definita in base al tipo di attività svolta, alla durata e alle condizioni climatiche: si va da 1 litro e mezzo a 3 litri al giorno. Per un sedentario sono sufficienti 1,2-2,5 litri. Chi svolge attività fisica e vive in un ambiente caldo, invece, può aver bisogno di bere anche 6 litri di liquidi al giorno. E più intensa è l'attività, più cresce il bisogno». Per alcuni soggetti, come le donne in gravidanza, l'acqua è poi particolarmente importante: va assicurata l'omeostasi di due organismi. O come i bambini: il loro sviluppo dipende da quanto bevono ogni giorno.

Fondamentale, infine, sapere che cosa contiene l'acqua. Quali minerali e quali oligoelementi. Sarebbe importante avere un'etichetta con quantità e residui anche per quella del rubinetto. Non basta sapere che è potabile.

Mario Pappagallo

Se bebe' dorme di piu' cresce di statura
Studio ricercatrice Universita' Atlanta su rivista Sleep
ANSA) - ROMA, 1 MAG - Quando i bebe' fanno tanti riposini e dormono piu' ore del solito vuol dire che il loro corpo si sta allungando, cresce di statura. Lo dimostra uno studio condotto da Michelle Lampl, della Emory University di Atlanta. I risultati saranno pubblicati sulla rivista Sleep. Dallo studio emerge che un aumento complessivo medio giornaliero di 4-5 ore di sonno e anche un aumento del numero di dormitine e' legato a un aumento di statura entro le 48 ore in cui il sonno extra e' stato registrato.

Genetica: in dna è scritta quantità alcol che si consuma


ROMA - Non solo l'alcolismo ha a che fare con una serie di mutazioni del Dna, ma anche la quantita' di alcol che si consuma, pur senza diventare dipendenti, e' 'scritta' in parte nei geni. Lo ha scoperto uno studio internazionale, a cui ha partecipato anche l'Italia, pubblicato dalla rivista Pnas.

I ricercatori hanno studiato le abitudini nei confronti del bere e il Dna di piu' di 26mila persone provenienti da 12 popolazioni europee, indagando piu' di 2,5 milioni di polimorfismi a singolo nucleotide (Snp), cioe' variazioni nell'espressione di singoli geni, sospettate di avere un ruolo nel consumo di alcolici.

Tra queste una variazione in un gene chiamato Auts2 ha mostrato di avere un effetto sulla sensibilita' all'alcol: "Abbiamo trovato l'espressione di questa variazione in diverse aree del cervello implicate nei meccanismi di rinforzo positivo, che spingono cioe' a ripetere una azione sulla base di un evento piacevole - scrivono gli autori - i nostri risultati indicano che questa caratteristica del Dna influenza il consumo di alcol".

Il risultato e' stato confermato con un esperimento su moscerini della frutta e topi geneticamente modificati, in cui al variare del livello di espressione del gene aumentava o diminuiva la sensibilita' all'alcol.

2 mag 2011


La mezza eta' e' quella delle responsabilita'

ROMA- La mezza eta' e' quella delle responsabilita' e dei doveri, e non certo della felicita'. Lo conferma uno studio dell'universita' di Maastricht, secondo cui la curva che definisce lo stato d'animo e' fatta 'a U', con un declino che inizia verso la fine dei vent'anni.

L'analisi, che verra' presentata questa settimana alla Royal Economic Society annual conference di Londra ha registrato che non si ricomincia a essere felici prima di aver superato abbondantemente i 50 anni, quando ormai iniziano a diminuire le aspettative sul futuro: "La diminuzione dopo i 20 anni e' cosi' profonda - spiega Bert van Landeghem, uno degli autori, al Daily Telegraph - che la sua entita' e' paragonabile a quella dopo aver perso il lavoro".

Il fatto che a 60 anni si sia felici quanto a 20 pero', avverte l'esperto, non implica che la vita sia migliore: "Un 25enne e un 65enne sono sicuramente d'accordo sul fatto che la vita migliore sia quella del primo - continua l'esperto, che ha 29 anni - ma il 65enne potrebbe comunque essere piu' felice, perche' ha imparato ad esserlo con quello che ha".

Questo studio conferma diverse altre ricerche in questo campo, che sono arrivate a piazzare addirittura dopo gli 80 anni il momento di 'picco' della felicita', come afferma ad esempio uno studio su oltre 370mila persone presentato recentemente dal'American National Academy of Sciences.

29 apr 2011




Un costante “fai da te” può evitare guai
MELANOMA : CONTROLLA I TUOI “NEI”
6 mila casi l’anno in Italia. La regola dell’’ABCD. La predisposizione familiare,il tipo di pelle

Molti dei 6 mila casi di melanoma (tumore maligno della pelle, in progressivo aumento)potrebbero essere evitati, se la diagnosi fosse quantomeno tempestiva. Il miglior giudizio, al di là del medico, è quello della persona stessa. Un’efficace e costante osservazione ( come l’autopalpazione del seno per la mammella ), è infatti in grado d’insospettire. Lo spiega , alla vigilia dello Skin Cancer day ( celebrato il 4 maggio prossimo in tutto il mondo),il dott. Giovanni Bagnoni, responsabile dello specifico settore all’Unità Operativa di Dermatologia all’Ospedale di Livorno.
NEI : REGOLA DELL’ABCD – E’ semplice quanto efficace. Ogni persona dovrebbe periodicamente osservare i propri nei, secondo quanto segue. “A” sta per asimmetria, cioè tracciando una linea divisoria a metà, le due parti hanno estensione diversa. “B”, vuole invece mettere in evidenza che il bordo del melanoma non appare lineare,bensì spigoloso. “C” precisa che il colore non è uniforme e può presentare contemporaneamente più colori. “D”,infine, è la lettera che identifica il sollevamento rispetto alla superficie della pelle, come una specie di rigonfiamento. In presenza anche solo di uno di tali punti, è bene parlarne subito col medico di fiducia.
DOV’E’ IL PERICOLO – Il melanoma è pericoloso perché colpisce lo strato più profondo della pelle ed il rischio di diffondersi all’intero organismo. Rispetto ai comuni nei, i melanomi presentano una forma irregolare, superano la lunghezza di sei millimetri, possono sanguinare e dare prurito.
SOLE AMICO E NEMICO – La causa principale, nel contesto di una predisposizione familiare,è l’esposizione non corretta ai raggi del sole od anche sorgenti di luce artificiali con i lettini abbronzanti. La difesa naturale ai raggi è l’atmosfera terrestre. Non sono da sottovalutare i raggi UVA e UVB, i raggi solari che filtrano dall’atmosfera
PELLI A RISCHIO – Sono le persone con carnagione molto chiara, bionde o con capelli rossi, con molti nei, molte lentiggini, con sistema difensivo compromesso quali i malati di aids, soggetti che assumo farmaci immunosoppressori ( es. trapiantati d’organo).
CHE FARE,NEL SOSPETTO - L’esame chiesto dal medico è la biopsia, cioè l’asportazione di un frammento del neo e la sua analisi di laboratorio. Se il risultato fosse positivo occorre verificare lo stadio del tumore, così se avesse intaccato le ghiandole linfatiche.
SI PUO’RIFORMARE – Il rischio di un nuovo melanoma è tanto maggiore quanto quello per il tumore precedente.
PREVENZIONE – Prendere il sole nella fasce meno pericolose escludendo quella 12 – 15. Impiegare le opportune protezioni solari, soprattutto in chi lavori all’aperto, ricorrendo anche all’uso del cappello. No a lettini e lampade abbronzanti.

GIAN UGO BERTI

(riproduzione vietata)

20 apr 2011



salute

Il polso dei piccoli obesi predice
gli ictus e gli infarti che avranno da grandi

Uno studio della Sapienza potrebbe far compiere grandi passi avanti nel campo della prevenzione


Il polso può predire
MILANO- La circonferenza del polso nei bambini sovrappeso ed obesi predice il rischio di infarto e ictus da adulti. Un test predittivo risultato più efficace del classico indice di massa corporea (Bmi). La scoperta è italiana ed è stata pubblicata dalla rivista scientifica Circulation: Journal of the American Heart Association.

LO STUDIO - Lo studio é stato effettuato su 477 bambini e adolescenti, tra i 10 e i 12 anni, in sovrappeso ed obesi. In tutti i soggetti sono stati valutati i livelli di insulina in circolo, il grado di insulino-resistenza e l’indice di massa corporea (Bmi). Numerosi studi hanno dimostrato che le alterazioni che portano alle malattie cardiovascolari, causate da un restringimento delle arterie, cominciano nell’infanzia. L’insulino-resistenza, una condizione in cui l’organismo produce insulina ma quest’ultima mostra una ridotta capacità di utilizzare lo zucchero, è una condizione metabolica per lo sviluppo delle malattie cardiovascolari in età adulta. I ricercatori hanno inoltre valutato, in 51 soggetti, la sezione trasversale dell'osso a livello del polso con la risonanza magnetica nucleare. L’analisi del sottogruppo di bambini valutati con la risonanza magnetica ha messo in evidenza che ciò che predice il rischio di insulino-resistenza e quindi il rischio cardiovascolare è la componente ossea e non quella rappresentata dal grasso sottocutaneo.

IL POLSO - La circonferenza del polso sarebbe espressione dei livelli di insulina e di insulino-resistenza nella misura del 20% circa, mentre l’aggiunta del Bmi come marcatore di insulino-resistenza aggiunge soltanto l’1% nella stima del rischio. Quindi l’associazione tra circonferenza del polso ed insulino-resistenza è significativamente maggiore rispetto a quella con il Bmi. Lo studio è stato condotto da un pool di ricercatori dell’università “Sapienza” di Roma e del “Polo Pontino”. Spiega Raffaella Buzzetti, diabetologa dell’università Sapienza, che ha coordinato la ricerca: «Abbiamo trovato una stretta correlazione fra la circonferenza del polso, la componente ossea e l'insulino resistenza nei bambini over size. Abbiamo scoperto così un nuovo marker clinico di insulino-resistenza, molto semplice da misurare, che dipende dal tessuto osseo e non da quello adiposo». Si apre una nuova prospettiva nella diagnosi del rischio di incorrere in patologie di tipo cardiovascolare. Spiega l’endocrinologo Andrea Lenzi: «Fino ad oggi era l'eccesso di grasso, soprattutto quello accumulato a livello dell'addome e dei fianchi, a rappresentare l'indicatore principale per determinare il rischio cardiovascolare. Con questo metodo clinico, invece, i medici possono prevedere con più facilità il tipo di rischio già nei bambini con chili di troppo e stimolare migliori strategie educative per prevenire le patologie cardiovascolari, con maggiore successo rispetto a ciò che si riesce a fare quando l’età è adulta». Ossia, a danni già fatti.

Mario Pappagallo

19 apr 2011


IL CASO


«Drogata di solarium» fin da bambina

La storia di una giovane inglese torna a far parlare di divieto ai lettini solari per i minorenni.




Tanoressia: una droga
MILANO – La tintarella come una droga, come una malattia, perché loro, i forzati della pelle nera a tutti i costi, non si percepiscono mai abbastanza scuri e si espongono a ore e ore di sole vero o artificiale. Negli Stati Uniti se ne parla già da tempo e la chiamano «tanoressia», dall’unione della parola tan, abbronzatura, all’anoressia. Ora anche in Gran Bretagna il problema torna alla ribalta con la storia di un’adolescente raccontata dal quotidiano Daily Mail: una ragazzina inglese 17enne si ritrova a fare i conti la forma più aggressiva di tumore della pelle, un melanoma, e confessa ai medici che dall’età di 12 anni rinuncia alla mensa scolastica diversi giorni alla settimana per utilizzare i soldi risparmiati al solarium. E in Italia? Secondo le più recenti statistiche la sindrome compulsava da sole sarebbe una vera e propria malattia che interessa più di 10 milioni di connazionali, fra adulti e giovani. E se sono circa un milione e mezzo i ragazzi italiani fra i 14 e i 18 anni che fanno almeno una lampada abbronzante all’anno, fra questi 700mila sono da catalogarsi come «lettino-dipendenti», perché ne fanno più di una al mese.


LA STORIA - «È una delle pazienti più giovani che abbiamo visto qui e non mi è parsa del tutto consapevole di quanto abbia messo la sua vita in pericolo - ha riferito al Daily Mail Susan Waterfield, responsabile dell’Istituto specialistico di dermatologia di Middlesbrough -. Sua madre invece era sconvolta, non sapeva che sua figlia usava i lettini solari, tantomeno con questa frequenza». E il fenomeno non sarebbe isolato: «Abbiamo avuto un aumento di casi di melanomi maligni - spiega Waterfield -. Il più giovane prima di questo caso era un 21enne, ma vediamo soprattutto molti trentenni e tutti ammettono di fare sessioni abbronzanti sin da giovanissimi». I britannici tornano così a parlare del divieto, che dovrebbe entrare in vigore a breve, di utilizzo dei lettini solari per i minori di 18 anni, con multe salate (fino a 20mila sterline) per i trasgressori. Una soluzione, quella della proibizione per i minorenni, già adottata dal Brasile e recentemente proposta anche in Italia. Soprattutto dopo il verdetto emesso nel 2009 dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della Sanità : le lampade abbronzanti sono cancerogene e, soprattutto se l’abitudine al lettino solare inizia da giovanissimi, aumentano notevolemente i rischi di tumore cutaneo, anche di una forma aggressiva come il melanoma.

SOLE AMICO, SERVE SOLO BUON SENSO – Attenzione, però: se il valore del sole come alleato della salute è stato più volte scientificamente provato, al contrario non è stata dimostrata una correlazione diretta fra i raggi ultravioletti e l’insorgenza di un melanoma (che fra l’altro è un tumore più frequente in zone del corpo normalmente meno esposte alla luce, come il tronco). Cosa significa? «Significa che, come per ogni cosa, il troppo stroppia e anche per l’esposizione ai raggi ultravioletti (naturali del sole o artificiali nei solarium) basta ricorrere alla moderazione, tenendo presente che se il livello di radiazioni emanate dal sole a mezzogiorno nel mese di luglio è pari a 50 Watt quello di un lettino abbronzante è dieci volte superiore, circa 500 Watt: uno shock per i melanociti, cioè le cellule responsabili dell’abbronzatura» sintetizza Nicola Mozzillo, direttore del Dipartimento melanoma e vice direttore scientifico dell’Istituto tumori Fondazione Pascale di Napoli. I raggi solari sono invece un toccasana certo per chi soffre di psoriasi e un’esposizione solare moderata e costante può essere un antidepressivo naturale grazie alla stimolazione del rilascio di endorfine. E ancora, la vitamina D (che l’organismo sintetizza in gran parte proprio grazie all’azione dei raggi ultravioletti assorbiti dalla pelle) è un prezioso fortificante delle nostre ossa che agisce anche contro malattie infettive, autoimmuni e cardiovascolari. «Bisogna solo evitare le ore più calde, prendere il sole gradualmente e utilizzare una crema protettiva per evitare le scottature – conclude Mozzillo -. Le ustioni non vanno prese alla leggera perché, fra i principali fattori di rischio di alcuni tumori cutanei (quelli epiteliali, cioè carcinomi basali e spinocellulari), c’è proprio l’eccessiva esposizione al sole in età infantile e giovanile, insieme a pelle e occhi chiari e a un elevato numero di nei. Frequenti e ripetute scottature potrebbero, in questi casi, portare al formarsi di lesioni precancerose».

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

18 apr 2011



SINDROME DI PENELOPE:COLPITE 50 MILA DONNE

FIRENZE – Sono circa 50 mila le donne anziane in Toscana affette dalla Sindrome di Penelope. Il dato è emerso dal congresso dell’associazione italiana di psicogeriatria a gardone Riviera. Se una persona anziana viene ricoverata in ospedale ,per un problema improvviso ed acuto, quando è dimessa sviluppa nel tempo depressione, affaticamento ed ansia. Ciò avviene in una donna su 5, uno su tre negli uomini, così come per il sintomo dolore. Un disturbo intenso che interferisce con le attività quotidiane.
Come Penelope,la moglie di Ulisse, sono donne con età superiore ai 75 anni, malate di nostalgia del tempo passato, che non guariscono dal dolore fisico perché lo alimentano con il malessere psicologico. Dalla difficoltà a camminare,alla stanchezza all’ ipertensione, i disturbi più comuni. Importante,dunque,è la diagnosi precoce.
GIAN UGO BERTI

16 apr 2011



Si celebra la “Giornata mondiale”
EMOFILIA: PROGRESSI CON L’ECOGRAFIA
Consente una diagnosi precoce della presenza di sangue articolare . E’ l’80% dei 6 mila casi d’emofilia in Italia

MILANO – In occasione della “Giornata Mondiale dell’Emofilia” che si celebra il 17 aprile, si parla di una grossa novità: l’ecografia,come tecnica per la diagnosi di una delle più comuni e gravi complicazioni della malattia ( affezione congenita del sangue causa di difficoltà alla coagulazione, 6000 casi in Italia), quella a carico delle articolazioni in cui va a formarsi una raccolta liquida, con dolore ed impotenza funzionale.
Ed, a dimostrazione dell’importanza della scoperta, nei 18 Centri specialistici nazionali che hanno aderito all’iniziativa,verranno effettuati controlli ecografici gratuiti. Il tutto fa parte del progetto HEAD US ( Haemophilia Early Detection with Ultrasound),promosso da Pfizer e patrocinato dall’Associazione Italiana Centri dell’Emofilia (AICE) e dalla Federazione delle Associazioni Emofilici (FEDEMO). Un progetto – come si è detto nella presentazione a Milano, cui era presente il campione di volley,Luigi Mastrangelo,testimonial d’eccezione della campagna), volto a promuovere l’uso dell’ecografia come il necessario complemento della visita e delle indagini effettuate dallo specialista.
Si tratta di un esame non invasivo(ultrasuoni) che permette d’identificare – prima della tradizionale radiografia - lesioni articolari anche sotto il millimetro di dimensione, che attaccano la cartilagine e la membrana sinoviale.
L’artropatia colpisce l’80% dei pazienti emofilici,compromettendo la capacità di movimento e la vita di relazione ( maggiormente interessate sono caviglia,ginocchio e gomito): la prevenzione precoce, una corretta profilassi,insieme alla pratica di uno sport a basso impatto come il nuoto e la ginnastica, possono prevenire tale complicazione, in grado di condurre all’intervento di protesi ortopedica.
Alla manifestazione erano presenti Pier Mannuccio Mannucci, presidente AICE, Carlo Martinoli e Massimo Morfini, delle Università di Genova e Firenze.
MALATTIA DEI NOBILI
Trasmessa dalle donne e presente negli uomini (con rare eccezioni),l’emofilia ha preso corpo attraverso la consanguineità e dunque i matrimoni in cerchie ristrette di popolazione, come la nobiltà di un tempo.
Il difetto risiede in uno dei fattori della coagulazione – VIII nella forma A,IX nella B – con successive emorragie sia esterne in caso di tagli,ferite e traumi,sia interne.
Terapia – Infusione del fattore mancante che viene somministrato quale fattore plasmatico altamente purificato o ricombinante, grazie all’ingegneria genetica. La cura è al bisogno o segue fasi costanti, a scopo preventivo.
Per un problema di sensibilizzazione, nel tempo un terzo dei pazienti può evidenziare una scarsa risposta alla cura, con differente qualità di vita. Nei bambini,però,per un più difficile accesso venoso la profilassi può creare un problema.
Iniziando la profilassi sin dai primi mesi di vita, oggi i pazienti possono arrivare all’età adulta senza mai presentare un episodio emorragico. Il paziente vorrebbe guarire perché ,pur conducendo vita normale, è pur sempre un malato e la consapevolezza di doversi sempre sottoporre ad una cura. Vive inoltre molto male la propria situazione, perché la presenza di una malattia genetica viene percepita come una tara.
GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

(Ansa)Roma, 13 aprile 2011 - Sbarca in Italia un nuovo contraccettivo ormonale sottocutaneo. Lo impianta il ginecologo nel braccio della donna, dove rimane posizionato e attivo per tre anni, e se si cambia idea basta rimuoverlo. La novità è stata presentata a Roma.

Nessun rischio, quindi, di dimenticare di assumere la pillola: a partire da maggio sarà disponibile questo piccolo ‘bastoncino’ di due millimetri di diametro e 4 cm di lunghezza che il medico inserisce sotto la cute del braccio.

"Il ginecologo, appositamente istruito - ha detto Chiara Benedetto, ordinario di ostetricia e ginecologia e direttore del Dipartimento di discipline ginecologiche e ostetriche dell’Università di Torino - ha a disposizione uno speciale applicatore. Il primo atto che compie è inserire il dispositivo sotto la cute, nella parte interna del braccio, in modo che possa essere rilevato dalla donna in qualunque momento. E qui rimane per 3 anni".

"Se in questo periodo la paziente decide di non avere più bisogno di contraccezione, torna dal ginecologo e fa rimuovere l’impianto sottocutaneo con un’anestesia locale, senza lasciare cicatrici".

13 apr 2011


LA STORIA

Stanchezza cronica: il giallo del virus
«nato» in laboratorio


Una patologia senza spiegazioni,
una scoperta stupefacente, un mix di linee cellulari


MILANO - Sembrava fatta. Sembrava che i ricercatori avessero finalmente scoperto il colpevole della sindrome da stanchezza cronica: un virus chiamato Xmrv, lontano cugino di quello dell'Aids. Non è così e c'è di più: il microrganismo non esiste in natura, ma sarebbe il prodotto accidentale di manipolazioni sulle cellule. Ecco come la storia di un virus, cominciata cinque anni fa, si è rapidamente trasformata in un giallo da laboratorio. Il primo capitolo nasce nel marzo del 2006, quando un ricercatore americano dell’Ohio University, Robert Silverman scrive, sulla rivista PLoS Pathogens , di una scoperta stupefacente: per la prima volta documenta la presenza di un virus, l'Xmrv appunto, nei tessuti di certi tumori alla prostata.

La pubblicazione fa discutere: il virus era conosciuto, ma soltanto perché poteva provocare leucemie nel topo (Xmrv significa appunto: Xenotropic murine leukemia virus- related virus : cioè virus correlato alla leucemia murina virale). Il fatto che possa giocare un ruolo anche nei tumori umani è intrigante e se così fosse davvero, la ricerca sarebbe da Nobel. L'Xmrv andrebbe ad aggiungersi ad altri quattro retrovirus (si chiamano così perché si inseriscono nel Dna delle cellule umane e le sfruttano per la loro moltiplicazione) capaci di infettare l'uomo e cioè: l'Hiv 1 e 2, agenti dell'Aids, e l'Htlv 1 e 2, responsabili di certe forme di leucemia. Il secondo capitolo arriva dopo tre anni. Nell'autunno del 2009, Judy Mikovits, un’immunologa del Whittemore Peterson Institute a Reno, nel Nevada, pubblica uno studio che dimostra uno stretto legame fra il virus Xmrv e la sindrome da stanchezza cronica.

Una notizia che fa scalpore e circola su tutti i mass media, tanto più che il lavoro è stato pubblicato su una delle più autorevoli riviste, Science. La ricercatrice ha trovato il virus nel 67% dei campioni di sangue prelevati da persone malate e solo nel 3-4% di quelle sane. Per spiegare i sintomi sono state fatte varie ipotesi (vedi box in alto accanto al disegno). Ultimo imputato l'Xmrv che ha fatto sperare in nuove soluzioni terapeutiche. La stanchezza cronica interessa, infatti, molte persone: sarebbero 300 mila in Italia, soprattutto giovani. Il terzo capitolo, lo scrivono, nei successivi 24 mesi, gruppi di ricercatori, al di là e al di qua dell'Atlantico, che tentano di riprodurre i risultati della Mikovits. Ed ecco il colpo di scena: i gruppi europei (in Francia, Gran Bretagna, Spagna e Olanda) non riescono a trovare il virus, che sembra presente solo negli Usa. Intanto nasce il sospetto del conflitto di interesse: il Whittemore Peterson Institute ha venduto a un'azienda la licenza per mettere a punto il test per la ricerca del virus e il sito Web indirizza addirittura i navigatori al sito dove possono acquistarlo per 549 dollari. Con il quarto capitolo si arriva ai primi mesi di quest'anno.
In marzo, la rivista Retrovirology pubblica un lavoro di ricercatori dell'University College di Londra e della Oxford University che, confrontando il Dna del virus del topo con quello isolato nei pazienti senza trovare differenze, arrivano alla conclusione che il virus non causa la malattia, ma è il risultato di una contaminazione di laboratorio. I virus, infatti, passando dall'animale all'uomo, si evolvono e mutano le loro caratteristiche. Sempre in marzo a Boston, in occasione della 18ma Conferenza sui retrovirus, l' affaire sembra avviarsi a una conclusione. Vinay Pathak del National Cancer Institute americano dimostra che l'Xmrv non è un vero virus, ma è una chimera accidentalmente creata in laboratorio. Per capire che cosa è avvenuto, occorre fare un passo indietro fino agli anni Novanta. Allora, nei laboratori della Case Western Reserve University a Cleveland, in Ohio, si tentava di creare una linea di cellule cancerose da studiare in laboratorio. Per farlo, i ricercatori avevano più volte trapiantato cellule umane di cancro prostatico nei topi. La linea cellulare (chiamata 22 Rv1), che avevano ottenuto, ha fatto il giro di molti laboratori negli Stati Uniti. Studiando tutti i passaggi che sono serviti per produrre questa linea cellulare, Vinay Pathak scopre, con un collega, due virus, entrambi somiglianti al Xmrv, ma non uguali.

Per farla breve: l'Xmrv è la somma di questi due virus. Un mélange genetico, insomma, che non esisteva in natura e che ha fatto la sua comparsa fra il 1993 e il 1996. Ma come era finito il virus nel laboratorio dell'esperta di stanchezza cronica a Reno? Lo svela lei stessa, martedì 29 marzo 2011, durante un seminario organizzato dalla New York Academy of Science: alcuni dei suoi campioni di sangue, prelevati da persone affette da stanchezza cronica, sono stati esaminati nel laboratorio di Robert Silverman, protagonista del capitolo numero uno, il ricercatore che aveva isolato il virus dai tumori della prostata umani e che il 17 marzo aveva dichiarato al Chicago Tribune che aveva sempre utilizzato la famosa linea cellulare 22Rv1. Quindi, la contaminazione da parte del virus chimera era proprio partita dal suo laboratorio: ecco spiegato il perché il virus è stato trovato sia in tumori umani della prostata, sia nei casi di stanchezza cronica. Fine della storia? Non ancora. Il quinto capitolo, tutto da scrivere, dovrà chiarire perché i campioni di sangue delle persone con sindrome da stanchezza risultano più "contaminati" dal virus rispetto a quelli di soggetti sani. E dovrà accertare se incidenti di laboratorio di questo tipo potranno succedere di nuovo. La fantascienza ci ha sempre creduto.

Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
10 aprile 2011

10 apr 2011




La malattia che rese
Enrico VIII un despota

Scoperte le cause della difficoltà a procreare e della «metamorfosi» del sovrano inglese


Enrico VIII
MILANO- Enrico VIII, re d'Inghilterra e fondatore della Chiesa anglicana, era il Brad Pitt del suo tempo. Affascinante, attraente per il gentil sesso e anche cortese, per essere un membro della famiglia Reale. Così era descritto da giovane. Poi tutto è cambiato: a quarant'anni ha cominciato a essere ingordo, tanto da diventare obeso, ad avere problemi di salute e a soffrire di disturbi psichici. Diventò un tiranno e fece addirittura giustiziare due delle sue mogli. Ora i bioarcheologi e gli antropologi cercano di "riabilitare" la sua immagine, con le prove della genetica. Perché alla base del comportamento del sovrano ci sarebbero almeno due difetti del suo Dna (anzi, uno non è un vero e proprio difetto) che spiegano non soltanto le modificazioni del suo comportamento, ma anche il fatto che non abbia lasciato eredi maschi, nonostante le sei mogli e le molte amanti. E il perché sia diventato un despota. Catrina Banks Whitley e Kyra Kramer della Southern Methodist University a Dallas hanno analizzato la discendenza del sovrano, ipotizzando che Enrico VIII potesse avere un particolare gruppo sanguigno, incompatibile con quelli delle donne che aveva sposato. Così Caterina di Aragona e Anna Bolena, le sue due prime mogli, erano andate incontro ad aborti ripetuti, avevano dato alla luce bambini morti o sopravvissuti pochi giorni dopo la nascita.

ANTIGENI DI SUPERFICIE - Secondo gli studiosi, il sovrano era portatore di un gruppo di antigeni (proteine) sulla superficie dei globuli rossi, chiamati Kell: si tratta di antigeni che si comportano più o meno come il fattore Rh del sangue. Se un uomo positivo per questi antigeni genera un figlio con una donna negativa, alla prima gravidanza non succede nulla, nel senso che il neonato nasce sano. Successivamente, però, la donna produce anticorpi anti-Kell che aggrediranno il feto nel caso di gravidanze successive. Oggi si può correre ai ripari, ma un tempo non si sopravviveva a questi scherzi della genetica. Enrico VIII aveva quasi 18 anni quando sposò la ventitreenne Caterina d’Aragona: la loro primogenita nacque morta. Il secondo, un maschio, sopravvisse soltanto 52 giorni. Seguirono altre quattro gravidanze, ma tre dei figli nacquero morti o morirono subito dopo la nascita. L'unica superstite, nata da questo matrimonio, fu Maria (il perché fosse nata sana sarebbe spiegato dal fatto che aveva ereditato dal padre uno dei cromosomi senza il gene Kell). «Il gene che codifica per l'antigene Kell — spiega Paolo Vezzoni, ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche, all'Istituto Humanitas di Milano — si trova sul cromosoma 7 ed è dominante, nel senso che basta ereditare un solo gene mutato per diventare Kell positivi, mentre se non si eredita si è negativi». La seconda moglie fu Anna Bolena e, sottolineano i ricercatori, le sue gravidanze furono un esempio da "manuale di alloimmunizzazione Kell", cioè di come l'organismo della madre "accetti" il primo figlio e "rigetti" i successivi, come fossero un trapianto. La prima gravidanza portò, infatti, alla nascita di una femmina sana, tutte quelle che seguirono, nel tentativo di dare un erede maschio al sovrano, si risolsero in una lunga serie di aborti.[

LE AMANTI - Altrettanto sfortunato fu il Re con le sue amanti: il numero preciso degli aborti subiti dalle sue partner, legittime e illegittime, è difficile da determinare, ma si stima che Enrico VIII abbia dato inizio ad almeno 11 o 13 gravidanze: di tutte, soltanto quattro portarono alla nascita di bambini che sopravvissero all'infanzia. Una mortalità troppo elevata per poter essere giustificata dalle cattive condizioni sanitarie dell'epoca o dalla malnutrizione. E nemmeno l'ipotesi più in voga che vorrebbe attribuire alla sifilide non solo i disastri riproduttivi, ma anche il cambiamento di personalità del re, sembra reggere, secondo i ricercatori americani. Con il loro lavoro, pubblicato su The Historical Journal, infatti, non solo attribuiscono i "reali" disastri riproduttivi a un'incompatibilità immunitaria fra marito e moglie, ma ipotizzano che i disturbi mentali e il decadimento fisico (da quell'uomo atletico ed energico che era, Enrico VIII si trasformò in un individuo paranoico, immobilizzato da un eccesso di peso e da ulcere alle gambe) siano da attribuire alla sindrome di Mc Leod, una malattia a esordio tardivo che può manifestarsi nelle persone positive per gli antigeni Kell. Per avere una conferma di queste teorie adesso i ricercatori vorrebbero riesumare il corpo del sovrano, sepolto nella cappella di San Giorgio al castello di Windsor. Ma per questo ci vuole l'autorizzazione dell'attuale Casa Reale.

from THE TIME


Facebook , un elisir di memoria
per gli anziani

Secondo uno studio, gli over 65 con i social network
stimolano i ricordi, mentre si riducono ansia e stress


Anziani al computer
MILANO - Facebook elisir di memoria quando comincia ad abbandonarci: è questo l'effetto che il popolare social network ha fra gli over 65, dove continua a raccogliere fan. Sono infatti oltre un milione e mezzo gli anziani con un profilo facebook, e a questi si aggiungono un altro milione di internauti dai capelli bianchi che si tengono in contatto con parenti e amici via Skype, o guardano i video dei nipotini lontani su Youtube. Il tutto con positivi effetti sulla salute. A raccontare questo fenomeno in crescita è l'Associazione italiana di psicogeriatria (Aip), in corso a Gardone Riviera.

LO STUDIO Uno studio condotto in due residenze sanitarie assistite, in provincia di Cremona e di Brescia, ha dimostrato che collegarsi quotidianamente a Facebook per un'ora ha un effetto benefico sulla memoria, conservandola attiva perchè stimolata, e migliora l'umore. «Negli ultimi anni il numero di anziani che si è avvicinato al web è cresciuto dell'80% - spiega Marco Trabucchi, presidente Aip - Anzi, gli anziani sono la fascia di utenti cresciuta di più. Basti pensare che gli over 65 iscritti a Facebook o MySpace sono circa l'8% del totale». Un fenomeno in parte spiegabile, perchè si avvicina alla rete una quota sempre maggiore di anziani con un più elevato livello di istruzione. Quattro su 10 si fanno insegnare i segreti della rete dai nipoti, cosa che contribuisce a rinsaldare i rapporti. «I risultati del progetto nelle rsa - continua Trabucchi - sono incoraggianti, perchè dimostrano che internet e le nuove tecnologie tengono viva la curiosità culturale degli anziani, migliorano le prestazioni cognitive e mantengono giovane il cervello, stimolando l'attenzione, la memoria, la percezione».

MENO ANSIA E STRESS Inoltre l'uso della rete riduce i sintomi di ansia, stress e depressione ed è un valido aiuto nel creare reti di supporto per gli anziani con disabilità che avrebbero altrimenti relazioni sociali molto limitate. Il mondo virtuale è per loro un'occasione di condivisione, di trasmissione, di scambio e di aggiornamento, un mezzo per interagire con gli altri ed essere più autonomi. Benefici che sono più efficaci in chi, per vicende personali, ha maggiormente ridotto i propri contatti sociali e nelle donne. Per loro è un ritorno alla vita. emozioni. «Il prossimo passo - conclude Trabucchi - è rendere possibili le videochiamate con Skype nelle rsa: queste possono essere molto utili soprattutto nei pazienti con demenza, perchè la visione del volto di un familiare può favorire il riconoscimento dell'interlocutore e migliorare le capacità di comprensione rispetto a una semplice telefonata» (Fonte: Ansa)

8 apr 2011


Ricerca anti-crisi: lo shopping allunga la vita
Un gruppo di ricerca di Taiwan mette in evidenza che l'attività (fisica e relazionale) svolta nel fare compere può essere benefico: così sembra dallo studio condotto su quasi 2000 persone

Washington, 7 aprile - La notizia farà felici schiere di donne e uomini dediti allo shopping, come pure i commercianti in questa fase di contrazione dei consumi: andare almeno una volta al giorno a fare spese allunga la vita. Lo assicura uno studio durato dieci anni e pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health.

I ricercatori del Taiwan’s National Health Research Institutes hanno studiato le abitudini di 1.865 persone sopra i 65 anni, tutte in buona salute, dal 1998 al 2008. Di queste il 17 per cento andava a fare compere una volta al giorno, il 22 per cento tra due e quattro volte alla settimana, il 13 per cento una volta alla settimana e il 48 per cento meno frequentemente. Nelle persone del primo gruppo la probabilità di morte nel periodo studiato è risultata inferiore del 27 per cento, e la ‘terapià è risultata essere più efficace per gli uomini, con una percentuale del 28 per cento, mentre per le donne si è fermata al 23 per cento.

''Lo shopping coinvolge diverse dimensioni del benessere personale - scrivono gli autori - sia dal punto di vista della salute che della coesione sociale, e potrebbe quindi aumentare la longevità''. Secondo gli esperti l’effetto potrebbe essere lo stesso anche senza l’acquisto: ''Un viaggio al supermercato o al centro commerciale implica un contatto sociale - hanno continuato - e un pò di esercizio, che potrebbero essere sufficienti ad assicurare l’effetto''. (AGI)

7 apr 2011





MAMMELLA:NOVITA’ NELLE CURE

Un passo avanti nella cura del tumore al seno ( 10 nuovi casi al giorno in Toscana). Si tratta di una novità che interessa la fase più delicata ovvero la presenza di metastasi (le sue ripetizioni a distanza rilevabili nel 30% dei casi), grazie ad innovative tecniche che consentono il trasporto del farmaco dentro ogni cellula malata.
Il tumore – si è detto ad un incontro stampa sull’argomento promosso, a Roma,da Celgene – non è soltanto una massa come si riteneva fin’ora, bensì un insieme di cellule alterate. Cambia dunque radicalmente il meccanismo d’azione anche con molecole già in uso, quali i “taxani”.
Il primo segreto è la riduzione delle dimensioni delle molecole del farmaco che diviene più piccolo di un globulo rosso e vengono rivestite dal loro trasportatore, come una “navicella spaziale”, una molecola d’albumina umana. Secondo vantaggio è la possibilità di non utilizzare altre sostanze alternative, causa di reazioni allergiche ed evitare così il ricorso al cortisone.
Su queste basi agisce il Paclitaxel, con la possibilità di aumentare le dosi di terapia e dunque potenziarne l’effetto. Terzo, la capacità d’accelerare i tempi della seduta che,dalle quattro ore attuali con cadenza trisettimanale, scende ad una soltanto, a medesimi intervalli.
In tal senso si sono espressi i proff. Paolo Marchetti e Francesco Cognetti di Roma e Sabino De Placido di Napoli. Per le donne che affrontano la fase più difficile della battaglia contro il tumore al seno – è il loro messaggio – l’attenzione alla qualità della vita è un principio fondamentale: l’aggiustamento personalizzato della dose,tempi brevi d’infusione ed effetti indesiderati mitigati rappresentano vantaggi significativi per una paziente con neoplasia in fase avanzata, spesso costretta a fronteggiare non solo gli effetti della malattia, ma anche la pesantezza delle cure ed i loro eventuali riscontri collaterali.
Non esiste un unico trattamento standard di terapia e per individuare il più adeguato occorre considerare i fattori prognostici, eventuale stato della menopausa, presenza di altre malattie, dolore, previsti effetti indesiderati,non ultime, le preferenze della paziente.
GIAN UGO BERTI



Alcol più caffeina,
il risultato non cambia

Gli effetti delle due sostanze non si annullano:
i pericoli rimangono, soprattutto al volante


Gli energy drink possono
esser «ingannevoli»
MILANO - Ancora una volta viene smentita la teoria cara ai consumatori più giovani, anche perché alimentata strumentalmente da messaggi pubblicitari equivoci, che l'aggiunta di caffeina all'alcol «metta la ali» e contrasti gli effetti negativi sulla capacità di condurre autoveicoli. Le nuove e ulteriori prove, pubblicate su Addiction, provengono da una ricerca statunitense coordinata dalla Boston University School of Medicine.

LO STUDIO Le prestazioni di un test di guida simulata sotto l'effetto dell'alcol non vengono migliorati dall’aggiunta di caffeina alla bevanda incriminata. Per giungere a questi risultati 130 giovani di 21-30 anni, non alcolizzati ma avvezzi agli eccessi del sabato sera – il consumo smodato e occasionale meglio noto come binge drinking – sono stati divisi in 4 gruppi cui erano somministrate birra o birra analcolica con aggiunta o meno di caffeina fino a raggiungere un tasso di alcol nel sangue di 1,2 g/l, elevato ma non di raro riscontro tra chi abbia alzato il gomito (il limite per la guida legale per la guida e di 0,5 g/l). La capacità di attenzione e i tempi di reazione, parametri fondamentali per il controllo al volante, erano costantemente compromessi dall’alcol e non venivano ripristinati neppure parzialmente dall’azione eccitante della caffeina.

UN PERICOLOSA INGANNEVOLE ECCITAZIONE In Italia più che le birre con caffeina vanno molto i mix tra superalcolici e bevande già pronte, i cosiddetti energy drink. Oltre a un contenuto di caffeina equivalente a quello di un espresso e almeno triplo di una bevanda alla cola – ma i giovani protagonisti delle happy hour ne buttano giù 3 o 4 l’uno dopo l’altro – sono integrati da altri eccitanti come la taurina. Emanuele Scafato direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità si è spesso pronunciato contro questo preoccupante consumo: «Il messaggio sugli energy drink deve essere molto preciso: una persona ubriaca alla guida resta tale anche se forse con un po’ più di tono ma si tratta una sensazione illusoria per quanto attiene alla sicurezza sulla strada. Tocca agli adulti filtrare ogni tipo di equivoco e disinformazione su questo concetto, ma la chiarezza è anche nell’interesse dei produttori di bevande. E va anche sottolineato che i giovani sono i più a rischio per le modalità del bere episodico ma eccessivo che facilmente determina concentrazioni ematiche di alcol molto elevate».

TUTTO IL MONDO È PAESE Anche la Food and Drug Administration (FDA), l'ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, si è pronunciata nel novembre 2010 contro i prodotti alcolici con caffeina aggiunta, contenuti in lattine coloratissime e graficamente accattivanti e dai nomi evocativi, chiamate nel gergo giovanile «black out in lattina». L’invito ai produttori è stato quello di ritirare o modificare la composizione di queste bevande in quanto «pericolose per la salute». Secondo le sue abitudini la FDA ha poredisposto anche un documento informativoper il pubblico. Ma oltre al divieto al commercio o alle avvertenze ai consumatori, secondo Scafato: «E’ importante una buona informazione. In tutti i locali dove si distribuiscono bevande alcoliche sono esposte le tabelle predisposte dall’Istituto Superiore di Sanità che indicano le quantità di bevande con cui si raggiungono concentrazioni a rischio. E chiunque può rilevare che oltre alle quantità assunte hanno un’influenza notevole l’età, il sesso, il peso corporeo. Inoltre è necessario un cambiamento culturale: i giovani devono capire che ci si può emozionare e divertire anche senza sostanze e senza doping, alcol o caffeina che siano.»




Maria Rosa Valetto

4 apr 2011


dossier

Generazione Alzheimer


I dieci sintomi premonitori


1. Perdita di memoria che compromette la capacità lavorativa. E' normale, di quando in quando, dimenticare un compito, una scadenza o il nome di un collega, ma la dimenticanza frequente o un’inspiegabile confusione mentale a casa o sul lavoro può significare che c’è qualcosa che non va.

2. Difficoltà nelle attività quotidiane. Una persona molto impegnata può confondersi di tanto in tanto: per esempio dimenticare qualcosa sui fornelli accesi o non ricordare di servire parte di un pasto. Il malato di Alzheimer potrebbe preparare un pasto e non solo dimenticare di servirlo ma anche scordare di averlo fatto.

3. Problemi di linguaggio. A tutti può essere capitato di avere una parola “sulla punta della lingua”, ma il malato di Alzheimer può dimenticare parole semplici o sostituirle con parole improprie rendendo quello che dice difficile da capire.

4. Disorientamento nel tempo e nello spazio. E’ normale dimenticare che giorno della settimana è o quello che si deve comprare, ma il malato di Alzheimer può perdere la strada di casa, non sapere dove è e come ha fatto a trovarsi là.

5. Diminuzione della capacità di giudizio. Scegliere di non portare una maglia o una giacca in una serata fredda è un errore comune, ma un malato di Alzheimer può vestirsi in modo inappropriato, indossando per esempio un accappatoio per andare a fare la spesa o due giacche in una giornata calda.

6. Difficoltà nel pensiero astratto. Compilare un libretto degli assegni può essere difficile per molta gente, ma per il malato di Alzheimer riconoscere i numeri o compiere calcoli può essere impossibile.

7. La cosa giusta al posto sbagliato. A chiunque può capitare di riporre male un portafoglio o le chiavi di casa. Un malato di Alzheimer, però, può mettere questi e altri oggetti in luoghi davvero singolari, come un ferro da stiro nel congelatore o un orologio da polso nel barattolo dello zucchero, e non ricordarsi come siano finiti là.

8. Cambiamenti di umore o di comportamento. Tutti quanti siamo soggetti a cambiamenti di umore, ma nel malato di Alzheimer questi sono particolarmente repentini e senza alcuna ragione apparente.

9. Cambiamenti di personalità. Invecchiando tutti possiamo cambiare la personalità, ma un malato di Alzheimer la può cambiare drammaticamente: da tranquillo diventa irascibile, sospettoso o diffidente.

10. Mancanza di iniziativa. E' normale stancarsi per le faccende domestiche, il lavoro o gli impegni sociali, ma la maggior parte della gente mantiene interesse per le proprie attività. Il malato di Alzheimer lo perde progressivamente: in molte o in tutte le sue solite attività. Utilizzato con il consenso dell’Alzheimer Association - USA



Per la «generazione Alzheimer»
serve un piano d'emergenza

Il nostro Paese non è pronto ad affrontare il prevedibile aumento del numero dei malati nei prossimi decenni


(Coerbis)
MILANO - Se il costo delle cure per la demenza fosse il bilancio di una nazione, questa sarebbe la 18esima al mondo per valore economico, 604 miliardi di dollari, pari all'1% del Pil mondiale. Secondo il Rapporto mondiale di Alzheimer Disease's International, pubblicato a settembre 2010, oggi nel mondo le persone affette da demenza sono 35,6 milioni: ebbene questo numero è destinato a raddoppiare nel 2030 e triplicare nel 2050. In Europa è previsto un aumento del 34% in questo decennio. Negli Stati Uniti hanno fatti i loro conti e hanno pubblicato, a gennaio, un'analisi chiamata Generation Alzheimer report: calcola, per esempio, che dei 10 milioni americani che quest’anno compiono 65 anni uno su 8 si ammalerà di demenza e che, tra quelli che supereranno gli 85 anni, i malati saranno 1 su 2. Risultato: oggi negli Usa si spendono 172 miliardi di dollari, nel 2050 serviranno più di mille miliardi.

Queste sono le cifre che giustificano il termine emergenza, senza timore di essere accusati di allarmismo. Meno di un mese dopo il rapporto sulla Generazione Alzheimer, Obama ha avviato una legge (National Alzheimer's Project Act) per coordinare ricerca, cure e assistenza pubblica e privata. In altri Paesi europei (Danimarca, Scozia e Inghilterra, Finlandia e Portogallo) sono partiti piani governativi per affrontare l’emergenza e strutture evolute sono presenti in Francia, Spagna e Germania. E in Italia? Noi in verità eravamo partiti bene, con il progetto Cronos, avviato nel 2000, che prevedeva l'istituzione sul territorio di circa 700 Uva (Unità di valutazione Alzheimer) che avevano il compito di individuare i malati, valutarne il grado di compromissione, mettere a punto le terapie possibili e fornire i farmaci per i primi mesi, collaborando poi con i medici di famiglia. L’obiettivo era quello di creare una rete di centri di riferimento specialistici.

«Il progetto Cronos è stato sicuramente un passo avanti per i malati e le loro famiglie», dice Gabriella Salvini Porro, presidente della federazione Alzheimer Italia, la principale associazione che si occupa delle demenze. «È stata una reale opportunità anche se l'integrazione tra assistenza e terapia non è stata sufficiente. In pratica si è troppo spesso prescritto solo farmaci e non ci si è presi cura in modo globale del malato». Ora però, compiuti dieci anni, il Progetto appare indebolito, sfaldato: attualmente le Uva dovrebbero essere 503, ma mostrano una grande disomogeneità. E non si sa nemmeno esattamente quali e dove sono, anche perché in alcune regioni hanno cambiato nome e funzioni e spesso mancano elenchi ufficiali.

«Non si capisce come le famiglie possono individuare il centro di cura dove portare il congiunto», ha denunciato in un recente convegno Nicola Vanacore dell'Istituto superiore di Sanità. Anche per questo in Lombardia è stato condotto un censimento (e una valutazione) delle strutture che si occupano dei malati con demenza, condotto dall'Istituto Mario Negri e dalla federazione Alzheimer Italia, con l'obbiettivo di realizzare una banca dati online. Inoltre, ha aggiunto Vanacore, «accanto a realtà d'avanguardia c'è un 25 per cento di Uva che sono aperte un solo giorno alla settimana e un 8 per cento in cui è presente, quando può, un solo medico». È il tipico ritratto della sanità italiana: da una parte centri di vera eccellenza (e alcuni lo erano già da prima del progetto), che hanno cercato di sviluppare i propri compiti verso l’assistenza ai malati e alle loro famiglie, dall'altra strutture burocratiche e vaste aree del Paese scoperte. «I finanziamenti con cui sono nate le Uva servivano praticamente solo per i farmaci, tranne una piccola parte per la ricerca», ricorda Giuseppe Magnani del dipartimento dei disturbi della memoria dell’Istituto di neurologia del San Raffaele di Milano. «Per il resto hanno dovuto arrangiarsi con le strutture e il personale esistente, tenendo conto che i pazienti con demenza richiedono molto impegno e molto tempo. E che serve personale specializzato, per esempio gli psicologi. E così ci sono quelli che si sono dati da fare, soprattutto per trovare le risorse, altri che si sono limitati al minimo. Ora servirà ben altro: è necessario rifinanziare, potenziare i centri, dare loro maggiori risorse». Perché anche i migliori oggi sono ricompensati con un enorme carico di lavoro e una domanda crescente, che resta spesso insoddisfatta.

Serviranno dunque, di fronte all’emergenza della «generazione Alzheimer», nuove risorse per ridare vigore ed estendere la rete di orientamento. Serviranno più soldi per la ricerca specifica, anche se l’emergenza arriverà probabilmente troppo presto per i tempi lunghi della scienza. Serviranno quindi soprattutto massicce risorse per un piano nazionale di assistenza. In Italia il costo dei pazienti non autosufficienti, in generale, ricade per la maggior parte sulle famiglie, perché, rispetto all'Europa, sono meno diffusi i servizi di assistenza domiciliare e residenziale. I circa 600mila pazienti italiani affetti da demenza, per i quali servono, si calcola, circa 60mila euro all'anno ciascuno (calcolando anche i mancati guadagni sia dei malati sia di chi li assiste), sono ancora più «abbandonati» degli altri. Sono i malati più scomodi, e saranno sempre di più, di cui nessuno vuole farsi carico.


Riccardo Renzi
03 aprile 2011

31 mar 2011


> Nervi a fior di pelle, scosse, bruciori: manca l'endorfinaNervi a fior di pelle, scosse, bruciori: manca l'endorfina
I modi per alleviare il dolore profondo al centro degli studi nella 'Settimana del cervello': dalle nevralgie del trigemino al classico fuoco di Sant'Antonio


, 25 marzo 2011 - Pensate ai fachiri. Grazie alla concentrazione e al training riescono a regolare l’attività di strutture cerebrali implicate nei sistemi di controllo del dolore, che per noi sono irraggiungibili, al punto da rilasciare una grande quantità di endorfine in modo da consentire loro di camminare sui chiodi o sui carboni ardenti senza problema. Basta questo per capire come la soglia di percezione del dolore sia un fenomeno soggettivo, legato alla sfera emotiva della persona.

Ci sono tuttavia casi in cui il dolore perde le sue capacità di 'segnalare' qualcosa che non funziona, e diventa un sintomo per l’organismo che si sgancia dalle normali modalità di controllo. Questo si verifica in caso di dolore neuropatico, che può svilupparsi in seguito a numerose patologie come l’infezione da herpes zooster (il classico Fuoco di Sant’Antonio), in alcune forme di diabete avanzato o anche per nevralgia del trigemino.

Questa e altre forme di dolore sono state tra gli argomenti portanti della 'Settimana Mondiale del Cervello', iniziativa dedicata a sollecitare la consapevolezza nei confronti della ricerca in tutto il mondo, promossa e organizzata dalla Società Italiana di Neurologia (Sin).

Il dolore neuropatico può colpire diverse parti del corpo, nasce per un errore del sistema nervoso sensitivo (in pratica i nervi continuano a far percepire un dolore acuto anche in assenza dello stimolo che lo determina) e si manifesta in diversi modi. In alcuni casi la parte che fa male è percorsa da bruciore, a volte invece si ha percezione di una scossa elettrica, in altri casi il fastidio si localizza sulla pelle, come una bruciatura oppure si mantiene come uno sgradevole compagno di viaggio a livello profondo.

Lo 'sfasamento' del sistema nervoso deputato alla percezione del dolore può addirittura comportare la comparsa di allodinia, ovvero l’insorgere di forti dolori anche dopo uno stimolo che normalmente non dà problemi. Per questo è sufficiente il semplice passaggio di un lenzuolo ruvido sul piede di una persona diabetica a stimolare forti dolori. Più comune in questi casi è invece l’iperalgesia ovvero una maggiore sensibilità al dolore.

Per quanto riguarda la cura, fondamentale è la diagnosi precisa del dolore che spesso non risponde ai comuni antidolorifici: può capitare che lo specialista punti alla correzione del meccanismo alterato delle cellule deputate alla trasmissione del dolore e al controllo delle 'scariche anormali' da esse prodotte per affrontare all’origine il dolore neuropatico.

28 mar 2011



Contaminazione Il protocollo dell'ospedale Niguarda

Quattro esami raccomandati
per chi rientra dal Giappone

Tranquillizzanti i risultati sui primi pazienti esaminati: livelli di radioattività non preoccupanti

MILANO - Almeno quattro gli esami medici raccomandati a chi rientra dal Giappone con il rischio di una contaminazione radioattiva: un test per captare eventuali tracce di radiazioni sul corpo, il monitoraggio della tiroide e una doppia analisi delle urine (una eseguita a spot, l'altra nell'arco delle 24 ore). Sono i controlli previsti dal protocollo messo a punto dall'ospedale Niguarda di Milano. È una procedura che, con ogni probabilità, sarà recepita a livello italiano dal ministero della Salute guidato da Ferruccio Fazio.

Dieci finora gli italiani visitati al Niguarda di rientro da Tokyo (20 i controlli eseguiti, invece, al Careggi di Firenze e a Pisa). Si sono presentati volontariamente al Pronto soccorso. Gli specialisti coinvolti vanno dal medico nucleare al fisico sanitario. Il primo è un laureato in Medicina che si è specializzato nei meccanismi biologici responsabili dell'accumulo di sostanze radioattive nell'organismo, il secondo ha seguito studi in Fisica: il suo ruolo, di solito, è quello di monitorare le apparecchiature che emettono radiazioni (come Tac e Pet) e tenere sotto sorveglianza chi le maneggia. Le indagini cliniche sono precedute da un questionario. Del resto, per le valutazioni mediche è fondamentale individuare il luogo di soggiorno in Giappone e in particolare la distanza da Fukushima, la città dove i reattori nucleari sono finiti fuori controllo. Essere stati a più di 100 chilometri, come i viaggiatori di ritorno da Tokyo, fa ovviamente correre meno rischi. E non va trascurato neppure il tempo di permanenza in zone pericolose.

I macchinari utilizzati hanno nomi che spaventano solo a pronunciarli. Per scoprire la presenza di eventuali isotopi radioattivi - e, dunque, una contaminazione esterna - viene usato un contaminametro superficiale. La sua forma assomiglia a quella di un ferro da stiro. È l'apparecchio spesso visto in mano ai medici nelle foto che rimbalzano dal Giappone. Poi c'è il rivelatore a scintillazione, un cannocchiale ipertecnologico per il monitoraggio della tiroide, la ghiandola più affamata di iodio (indispensabile per produrre l'ormone tiroideo). Per le analisi delle urine, invece, c'è lo spettrometro gamma ad alta risoluzione. È un enorme contenitore di piombo in grado di misurare la presenza di frazioni di Becquerel che segnalano un'eventuale contaminazione radioattiva. «Sulla base delle attuali conoscenze scientifiche è probabile che non si siano verificate conseguenze sullo stato di salute in seguito all'incidente nucleare verificatosi a Fukushima - si legge nel modulo consegnato ai pazienti -. Verosimilmente non saranno necessari interventi sanitari specifici da attivare a breve termine. Non sussistono rischi per familiari e conviventi».

Ma i risultati dei (primi) esami medici che dicono? «Sono lievemente alterati solo i valori delle urine - spiega il direttore sanitario del Niguarda, Giuseppe Gianduso -. I pazienti stanno espellendo dall'organismo la radioattività assorbita in Giappone. Ma in una quantità minima, che non comporta pericoli per la salute».

Simona Ravizza

26 mar 2011


Lo sostiene il Ministro della Salute, Ferruccio Fazio
TUBERCOLOSI ED IMMIGRAZIONE: ITALIA PREOCCUPATA PER IL NORD – AFRICA
Nella “Giornata mondiale contro la TBC” un disegno di legge di Ignazio Marino,presentato a Roma. 7.500 nuovi casi all’anno, 1 su tre non conosciuto

ROMA – C’è viva preoccupazione per un aumento dei casi tubercolosi in Italia, con il progressivo arrivo di immigrati dal Nord - Africa. Lo ha detto a chiare lettere il ministro della Salute, Ferruccio Fazio,intervenendo alla Giornata Mondiale contro la TBC,a Palazzo Giustiniani a Roma.
Sono 7.500 i nuovi casi all’anno nel nostro Paese, di cui però un terzo solo stimato e dunque fonte di ulteriori contagi per mancanza dei necessari controlli. Oltre al Nord – Africa, l’altra area critica di provenienza è l’Est Europa e soprattutto la Romania.
Nell’incontro promosso da Stop TB Italia Onlus e Fondazione Lilly, si è parlato del nuovo disegno di legge in proposito ( primo firmatario Ignazio Marino).
Tra i punto salienti, l’ istituzione di un Fondo per finanziare corsi d’aggiornamento per medici di medicina generale e della continuità assistenziale, per il personale del Servizio Sanitario Nazionale e per tutti colore che,a diverso titolo,intervengono nei processi di prevenzione,diagnosi e cura, per realizzare specifici programmi di ricerca e di formazione idonei a migliorare le conoscenze cliniche al fine dell’aggiornamento delle misure e delle strategie,avvalendosi della collaborazione delle associazioni qualificate già operanti nel settore e lo svolgimento di campagne e programmi d’informazione sulle modalità d’insorgenza, prevenzione,diagnosi e cura.
Necessario,inoltre,è creare un sistema di sorveglianza regionale. In quelle a popolazione superiore ai due milioni di abitanti, prevedere più laboratori provinciali, individuando quello di riferimento che espleti tutti i livelli di approfondimento diagnostico.
Dare la possibilità poi all’Istituto Farmaceutico Militare di produrre gli antibiotici di nuova generazione attivi sui micobatteri tubercolari resistenti ai comuni prodotti specifici.
Garantire infine il permesso di soggiorno e l’iscrizione al Servizio Sanitario nazionale per i clandestini malati, lungo l’intero periodo delle cure.

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

24 mar 2011



L'INDAGINE

Eiaculazione precoce
le cause nell'adolescenza

Secondo uno studio del San Camillo, la disfunzione sessuale nasce da errate abitudini



ROMA- L'eiaculazione precoce in età adulta può avere origine da errati comportamenti in adolescenza. Masturbarsi in bagno, infatti, sembra avere un'influenza sull'insorgere, anni dopo, di questo disturbo. Lo ha appurato uno studio condotto all'Ospedale San Camillo di Roma su 200 pazienti, metà con eiaculazione precoce e metà sani. Il risultato è inequivocabile: coloro che si masturbavano prevalentemente in bagno da adolescenti, nella maggior parte dei casi da grandi non avevano il controllo della riflesso eiaculatorio ed avevano un tempo di latenza intravaginale inferiore ai due minuti. Coloro invece che avevano la possibilità di masturbarsi nel loro letto, senza fretta e al riparo da intrusioni, nella maggioranza dei casi erano capaci di controllare il riflesso e decidere il momento dell'orgasmo facendo durare il rapporto tutto il tempo necessario per appagare la propria partner.

CONTROLLO - «Il motivo è chiaro anche se molti lo ignorano», spiega l'autore dello studio, l'andrologo Giuseppe La Pera, responsabile dell'ambulatorio del San Camillo specializzato su questo tema: «Esistono dei muscoli che consentono il controllo dell'eiaculazione: lo stimolo viene in modo naturale, ma noi lo possiamo controllare con efficacia e ritardare anche di molto. Un po' come succede quando si deve urinare. Masturbarsi in bagno, in fretta, con uno stato di ansia, impedisce che l'adolescente impari a conoscersi, a scoprire il funzionamento di questi muscoli e a imparare a rallentare l'atto. Cosa che ha modo di fare chi si tocca nel letto. Per questo da grandi si può incorrere nell'eiaculazione precoce. Tra i pazienti che ho interpellato, il 90% di chi soffre di eiaculazione precoce si masturbava in bagno, e appena il 10% nel letto». Questo disturbo raramente viene affrontato clinicamente da chi ne è affetto: «Molti uomini - conclude La Pera - non si rivolgono ai medici, restando nella solitudine familiare per imbarazzo o perchè non sanno che oggi è possibile curare tale condizione» L'eiaculazione precoce è la più diffusa disfunzione sessuale maschile e gli studi epidemiologici indicano che circa il 30% della popolazione maschile non ha il controllo del riflesso eiaculatorio.

Redazione Online
23 marzo 2011