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28 mar 2011



Contaminazione Il protocollo dell'ospedale Niguarda

Quattro esami raccomandati
per chi rientra dal Giappone

Tranquillizzanti i risultati sui primi pazienti esaminati: livelli di radioattività non preoccupanti

MILANO - Almeno quattro gli esami medici raccomandati a chi rientra dal Giappone con il rischio di una contaminazione radioattiva: un test per captare eventuali tracce di radiazioni sul corpo, il monitoraggio della tiroide e una doppia analisi delle urine (una eseguita a spot, l'altra nell'arco delle 24 ore). Sono i controlli previsti dal protocollo messo a punto dall'ospedale Niguarda di Milano. È una procedura che, con ogni probabilità, sarà recepita a livello italiano dal ministero della Salute guidato da Ferruccio Fazio.

Dieci finora gli italiani visitati al Niguarda di rientro da Tokyo (20 i controlli eseguiti, invece, al Careggi di Firenze e a Pisa). Si sono presentati volontariamente al Pronto soccorso. Gli specialisti coinvolti vanno dal medico nucleare al fisico sanitario. Il primo è un laureato in Medicina che si è specializzato nei meccanismi biologici responsabili dell'accumulo di sostanze radioattive nell'organismo, il secondo ha seguito studi in Fisica: il suo ruolo, di solito, è quello di monitorare le apparecchiature che emettono radiazioni (come Tac e Pet) e tenere sotto sorveglianza chi le maneggia. Le indagini cliniche sono precedute da un questionario. Del resto, per le valutazioni mediche è fondamentale individuare il luogo di soggiorno in Giappone e in particolare la distanza da Fukushima, la città dove i reattori nucleari sono finiti fuori controllo. Essere stati a più di 100 chilometri, come i viaggiatori di ritorno da Tokyo, fa ovviamente correre meno rischi. E non va trascurato neppure il tempo di permanenza in zone pericolose.

I macchinari utilizzati hanno nomi che spaventano solo a pronunciarli. Per scoprire la presenza di eventuali isotopi radioattivi - e, dunque, una contaminazione esterna - viene usato un contaminametro superficiale. La sua forma assomiglia a quella di un ferro da stiro. È l'apparecchio spesso visto in mano ai medici nelle foto che rimbalzano dal Giappone. Poi c'è il rivelatore a scintillazione, un cannocchiale ipertecnologico per il monitoraggio della tiroide, la ghiandola più affamata di iodio (indispensabile per produrre l'ormone tiroideo). Per le analisi delle urine, invece, c'è lo spettrometro gamma ad alta risoluzione. È un enorme contenitore di piombo in grado di misurare la presenza di frazioni di Becquerel che segnalano un'eventuale contaminazione radioattiva. «Sulla base delle attuali conoscenze scientifiche è probabile che non si siano verificate conseguenze sullo stato di salute in seguito all'incidente nucleare verificatosi a Fukushima - si legge nel modulo consegnato ai pazienti -. Verosimilmente non saranno necessari interventi sanitari specifici da attivare a breve termine. Non sussistono rischi per familiari e conviventi».

Ma i risultati dei (primi) esami medici che dicono? «Sono lievemente alterati solo i valori delle urine - spiega il direttore sanitario del Niguarda, Giuseppe Gianduso -. I pazienti stanno espellendo dall'organismo la radioattività assorbita in Giappone. Ma in una quantità minima, che non comporta pericoli per la salute».

Simona Ravizza

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