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29/dic/2011


Alimentazione, Donna
29/12/2011 - intolleranze e disturbi psicologici
Celiachia aumenta rischio depressione e disturbi alimentari

L'intolleranza al glutine pare sia anche causa, nelle donne, di possibile depressione e disturbi del comportamento alimentare


Chi soffre di celiachia, e in particolare le donne, pare sia più soggetto a sviluppare depressione e disturbi alimentari. Lo studio

La celiachia è un disturbo che si va diffondendo sempre più. Si contraddistingue da una reazione negativa al glutine contenuto in alcuni tipi di alimenti – in genere cereali. Questa intolleranza è causa di diversi tipi di sintomi, tra cui dolori addominali, costipazione, riduzione dell’appetito, diarrea, nausea e vomito.
Se questo già di per sé non bastasse, oggi, un nuovo studio pubblicato su Chronic Illness suggerisce che chi ne soffre è più esposto al rischio di sviluppare la depressione e disturbi del comportamento alimentare. I soggetti più colpiti tuttavia pare siano le donne.

Lo studio che ha messo in evidenza come la celiachia possa anche essere un fattore di rischio, per le donne, di cadere in depressione e soffrire di disturbi alimentari, è stato condotto dai ricercatori statunitensi della Pennsylvania State University, coordinati dal professor Josh Smyth.
I ricercatori hanno così coinvolto 177 donne con un’età superiore ai 18 anni – con diagnosi di celiachia - a cui è stato chiesto di rispondere a una serie di domande, via web, basate sulle proprie esperienze fisiche, emozionali e comportamentali.

Nello specifico, il team di scienziati ha indagato a fondo sui livelli di osservanza di una dieta senza glutine; valutato i vari sintomi della celiachia, come sintomi fisici interferissero con le funzioni fisiologiche, le esperienze vissute e la gestione delle situazioni di stress. In più, i sintomi della depressione clinica, e la frequenza dei pensieri e dei comportamenti associati al mangiare e all’immagine corporea di sé.

«E' facile notare come le persone che non riescono a gestire la malattia provano spesso malessere e, di conseguenza, sono più stressati e hanno tassi più alti di depressione – spiega Smyth – Tuttavia i ricercatori [fino a oggi] non avevano attentamente esaminato se le persone che sono invece in grado di gestire la celiachia presentino un rischio maggiore per questi problemi».
L’attenzione dei ricercatori è dunque stata rivolta a coloro che erano in grado di seguire una dieta adeguata al problema per verificare se, nonostante ciò, fossero a rischio depressione e problemi legati al comportamento alimentare.

«Abbiamo scoperto che la maggior parte delle partecipanti ha frequentemente aderito a una dieta priva di glutine – fa notare Smyth - e questo maggior rispetto della dieta era legato a una maggiore vitalità, più bassi livelli di stress, diminuzione dei sintomi depressivi e maggior salute generale emotiva. Tuttavia, anche coloro che gestivano la loro malattia molto bene hanno riportato tassi più elevati di stress, depressione e una serie di questioni raggruppati intorno l’immagine corporea, il peso e la forma, rispetto alla popolazione generale».
In sostanza, anche se gestita correttamente, la malattia può essere fonte di stress che, a sua volta, può essere fonte di problemi psicologici legati all’immagine di sé e sintomi depressivi.
[lm&sdp]

28/dic/2011



Ecco la dieta per il giorno critico, il 27 dicembre
DOPO L’ABBUFFATA, NIENTE DIGIUNO
Due menù disintossicanti, a scelta

Passeggiate sì, digiuni no. Dopo due giorni consecutivi d’abbuffate, sono questi alcuni dei suggerimenti utili per sbloccare una situazione,quanto mai prevedibile,che sta interessando un po’ tanti tubi di scarico. Quel senso fastidioso cioè di ripienezza che fa girare dall’altra parte alla sola vista d’una tavola imbandita. In pratica,ironia della sorte, quella che soltanto 48 ore fa rappresentava per molti un agognato desiderio, una bramosia della gola attesa quasi un anno.
Qualcuno,scoprendo l’acqua calda,dirà soddisfatto: “Ora mi metto a digiuno. Vedrai che mi passerà”. Lodevole iniziativa,certo, quella della contrapposizione. Sfugge un particolare. Il nostro organismo è come un motore, se non metti il carburante, non parte. I guai comincerebbero prima che non si dica. Dunque?
Dunque,per affrontare il giorno più critico, il 27 Dicembre, ecco alcune ipotesi di meù – sturalavandini. Due opzioni a colazione, una salata ed una invece dolce: un succo d’arancia con toast al prosciutto cotto. Latte scremato,caffè,miele ( là dove non sussistano controindicazioni), che funge in particolare da antibiotico naturale e cinque biscotti secchi. A chi poi piacesse,a metà mattina,indicato è uno yogurt.
Pranzo:altrettante opzioni. Passato di verdure,legumi e patate,senza pasta o – in alternativa –passato di zucca ( verdura invernale facilmente reperibile). Oppure 80 grammi di pasta o riso,condito con pomodoro crudo ed un cucchiaino di formaggio.
Sera: carne bianca alla griglia o bollita oppure pesce al forno o cotto al vapore,verdure di stagione,rape,rapini, bietole,condite con limone ( digestivo per eccellenza). Infine da bere, soltanto acqua, no ad alcool e dolciumi. Non cimane infine che auguravi buona digestione, ricordandovi di fare esperienza perché a breve sarete messi di nuovo alla prova con il cenone di fine anno.

GIAN UGO BERTI

Fuori pasto
I trucchi (scientifici)
per resistere alle dolci tentazioni
I metodi per riuscire a non eccedere con le golosità delle feste




MILANO - Volete qualche serio consiglio per evitare di protrarre gli eccessi calorici anche dopo Natale? Il primo arriva da una rivista scientifica, Appetite. In pratica, quando si prova l’irresistibile voglia di mangiare un cioccolatino o un bel pezzo di torrone, si dovrebbe provare a sostituire l’immagine del dolcetto in questione con un'altra altrettanto piacevole, ma che non abbia nulla a che fare con il cibo, per esempio la spiaggia di un mare esotico, richiamandone alla mente il colore e il rumore. L'importante è che l'immagine sia talmente viva (nello studio i partecipanti venivano addestrati in proposito) da riuscire a far sbiadire quella del cibo desiderato.

DISTANZA - Il secondo suggerimento giunge da Psychology and Health. Alcuni ricercatori della Università di Utrecht (Paesi Bassi), partendo dalla osservazione che per favorire il consumo di alimenti salutari, come la frutta, è utile renderli facilmente accessibili, hanno provato a verificare se, nel caso di alimenti da limitare, non potesse funzionare la strategia opposta. E hanno scoperto, dimostrandolo con un test su una ottantina di giovani donne, che anche uno spazio di soli 50 cm poteva fare la differenza. Bastava, infatti, allontanare una ciotola di praline (da 20 cm di distanza a 70 cm) dalla persona che la guardava, per vedere il consumo di dolcetti ridursi. Probabilmente lo sforzo richiesto per raggiungere la ciotola faceva la differenza fra chi realmente voleva mangiare le praline e chi invece poteva farne a meno (e, ovviamente, i risultati sarebbero stati probabilmente migliori togliendo la ciotola dalla vista). Per finire, un altro suggerimento, tratto sempre da Appetite: una breve passeggiata di 15 minuti a passo spedito può aiutare a tenere a freno la voglia di cioccolato. «Sicuramente queste strategie possono aiutarci, — commenta Mariagrazia Strepparava, professore di psicologia clinica alla Facoltà di Medicina di Milano-Bicocca — è però importante che ciascuno di noi capisca quale tecnica gli è più consona. La prima, ad esempio, funziona meglio con le persone dotate di una buona capacità immaginativa visiva. Quanto al movimento, ricordiamo che l'esercizio fisico, in generale, migliora il tono dell'umore: salire sull'autobus una o due fermate dopo rispetto a quella più vicina, è un modo semplicissimo per incrementare l'attività motoria. E questo non solo fa bene al momento, ma può facilmente diventare una sana abitudine e consentirci di aumentare progressivamente le distanze percorse».

Carla Favaro

23/dic/2011

per storie: archeologiaI carboidrati complessi: in Toscana...

per storie:
archeologia


I carboidrati complessi: in Toscana...
: archeologia I carboidrati complessi: in Toscana si cucinavano cereali già 30mila anni fa La scoperta di macine preistoriche rivoluziona...


I PERICOLI DI FUOCHI D'ARTIFICIO, LUCI DELL'ALBERO E CANDELE

Natale meno sicuro per colpa della crisi

Due italiani su tre spendono meno di 30 euro per le decorazioni, uno su tre guarda solo al prezzo basso. Ma crescono i rischi per la sicurezza



Decorazioni natalizie
MILANO - Irresistibili luminarie natalizie: lucine per l'albero, decorazioni luminose da appendere fuori dalla finestra, candele rosse e dorate in giro per casa. Fanno subito festa e rallegrano lo spirito, ma in tempi di crisi si risparmia ovviamente anche sulle decorazioni acquistandole in negozi non specializzati e cercando quelle al prezzo più basso. Il rischio? Mettersi in casa luci poco sicure, che possono provocare incidenti domestici non di poco conto.

INDAGINE – Lo rivela un'indagine GfK Eurisko commissionata da Underwriters Laboratories, un'azienda indipendente che valuta la sicurezza di prodotti e materiali, condotta intervistando 800 adulti. I dati raccolti dipingono italiani molto attenti al portafoglio (e forse non ci si poteva aspettare altro, di questi tempi): il 65 per cento non è disposto a spendere più di 30 euro per le decorazioni e le acquista in negozi non specializzati, uno su tre dichiara che il prezzo basso è il principale criterio di scelta al momento dell'acquisto. Per fortuna c'è una maggiore attenzione quando si parla di regali per i bambini, visto che il 70 per cento degli intervistati afferma che comprando i doni per i più piccoli farà attenzione agli standard di sicurezza e di qualità dei prodotti. L'inevitabile tendenza al risparmio per le decorazioni preoccupa però gli esperti: se ciò che si acquista non risponde a specifici requisiti di sicurezza, infatti, diventano più probabili gli incidenti. E tuttora, stando ai dati dell'indagine, le festività natalizie sono il periodo dell'anno in cui si registra l'incremento più consistente di accessi al pronto soccorso per incidenti domestici: tra i prodotti più spesso coinvolti spiccano i fuochi d'artificio (47 per cento dei casi), le luci dell'albero (30 per cento) e le candele (27 per cento). Dati confermati dal monitoraggio del Dipartimento di Emergenza e Accettazione del Bambino Gesù di Roma, secondo cui gli incidenti domestici rappresentano circa il 4 per cento degli accessi al pronto soccorso pediatrico fra metà dicembre e gennaio.

CONSIGLI – Per evitare guai e festeggiare un Natale in sicurezza basta seguire qualche semplice raccomandazione che è sempre opportuno ripetere, visto che gli incidenti continuano a verificarsi. Prima di tutto, al momento dell'acquisto da un rivenditore conosciuto e di provata esperienza bisogna verificare che la decorazione abbia almeno un marchio di sicurezza (meglio se non c'è solo il marchio CE, ma anche una ulteriore certificazione indipendente). Poi è bene ispezionare le luci decorative, vecchie e nuove, prima di attaccarle alla spina: non ci devono essere fili scoperti o prese rotte, bisogna rispettare il voltaggio raccomandato per non sovraccaricare il sistema elettrico, meglio non collegare più di tre dispositivi elettrici insieme. Le luci non devono mai passare sotto i tappeti o vicino a fonti di calore; l'albero deve essere lontano almeno un metro da camini o altre fonti di calore e, se è vero, deve essere bagnato spesso perché gli aghi secchi sono potenzialmente pericolosi, prendendo fuoco più facilmente. Attenzione anche alle candele: vanno tenute lontano da materiali infiammabili e devono essere sempre spente quando si lascia la stanza.

BAMBINI – Importante anche seguire alcune regole-base quando si scelgono i regali per i bambini: molti degli incidenti che coinvolgono i più piccoli infatti sono provocati da doni inadeguati, poco sicuri o utilizzati in maniera sbagliata. Gli esperti del Bambino Gesù di Roma, che hanno stilato due “vademecum” per i regali di Natale ai tempi della crisi (il primo per doni sicuri, , un secondo per doni “a misura di bambino”), sottolineano infatti che fra i circa 300 bimbi che hanno dovuto assistere al pronto soccorso durante le festività dello scorso anno si erano verificati soprattutto casi di ferite da giocattoli rotti, traumi da giochi appuntiti o taglienti, infortuni da congegni elettrici o trasformatori, ingestione di piccoli pezzi o pile. «Tenere alta la guardia per individuare il giocattolo giusto resta un imperativo, perché scelte fatte con leggerezza possono rivelarsi un serio pericolo per l'incolumità del bambino», spiegano i pediatri del Bambino Gesù. Le raccomandazioni più importanti? Fare attenzione ai marchi di qualità e conformità alle norme europee, evitare giocattoli che rompendosi possono creare schegge taglienti o piccoli pezzi facili da inghiottire, verificare sempre che i materiali di cui è fatto il gioco siano di alta qualità, scegliere prodotti adeguati all'età del bambino e sempre forniti di istruzioni chiare, in italiano.

Elena Meli

18/dic/2011


LO SPECIALISTA RISPONDE

Per quali motivi può «andare giù» la voce?

Sforzi, virus, reflusso e tumori all'origine della «disfonia»



Ci sono diverse possibili cause per l'abbassamento di voce
I disturbi della voce, in termini tecnici disfonie, si presentano con una varietà di sintomi: dalla voce rauca, soffiata, debole, alla sua completa assenza. In gran parte dei casi la disfonia è causata da sforzi nel parlare, ma può essere anche la spia di patologie più serie. «Un terzo delle persone usa la voce come strumento di lavoro e, se la usa troppo e male, rischia la disfonia — spiega Claudio Albizzati, responsabile del Servizio di Otorinolaringoiatria Multimedica di Milano —. Insegnanti, telefonisti, cantanti, attori e politici sono più a rischio. Le possibilità di disturbi della voce aumentano anche se si fuma, si abusa di alcolici, si lavora in un ambiente rumoroso (che rende necessario alzare la voce), nonché in seguito all'assunzione di alcuni farmaci».

Perché va giù la voce?
«A volte abbassamento o raucedine sono il segnale di un problema psicologico, ma nella maggior parte dei casi la voce va giù per un abuso vocale, che può favorire la comparsa di noduli a livello delle corde vocali. La laringite virale è un'altra classica causa di disfonia, che può essere secondaria anche a bronchiti e polmoniti. Sono inoltre sempre più comuni anche i casi legati al reflusso gastroesofageo (che arriva a irritare le corde vocali), più rari i casi in cui la disfonia è il segnale di un tumore della laringe della tiroide, del polmone, del cervello o di un ictus».

Come bisogna comportarsi?
«Se la voce non torna normale in 2-3 settimane è bene farsi visitare da un otorinolaringoiatra. Per la diagnosi è fondamentale un'accurata indagine della storia del paziente per un corretto inquadramento (epoca di insorgenza e modalità d'esordio del disturbo, attività professionale, ambiente lavorativo, affezioni del tubo digerente, precedenti interventi per un tumore del polmone o della tiroide, traumi, fumo, alcol). Poi si esaminano le corde vocali con la fibroscopia flessibile, procedura che può essere eseguita in ambulatorio. I fibroscopi permettono di evidenziare alterazioni anatomiche (polipi, tumori, ecc.) e/o funzionali (noduli da sforzo, paralisi delle corde vocali, ecc.). In alcuni casi, per avere informazioni più dettagliate, si possono eseguire laringoscopia con ottica rigida e stroboscopia».

Quali sono le cure?
«Innanzitutto, l’igiene della voce: non gridare, respirare correttamente, cercare di parlare in ambienti dove non ci sia rumore di fondo. Ovviamente se la disfonia è il segnale di altre malattie bisogna curarle. Particolare attenzione è necessaria nel caso di reflusso laringofaringeo, spesso non riconosciuto e trattato a dovere. Una volta accertata la presenza di questa condizione si ricorre ai farmaci del caso, oltre, ovviamente alla dieta ed ad altri accorgimenti sullo stile di vita. È inoltre utile eseguire la fibroscopia sia prima sia durante la terapia per vedere lo stato di corde vocali e laringe».

Antonella Sparvoli
16 dicembre 2011 | 9:36

13/dic/2011


Kamut: un mito da sfatare
Massimo Angelini, tratto da http://www.donnagnora.it/DonnanoniGnora.aspx

Ha buone proprietà nutrizionali ed è eccellente per la pastificazione, ma non è stato “risvegliato” da una tomba egizia e non è adatto ai celiaci. Inoltre viene coltivato e venduto in regime di monopolio, ha un costo eccessivo, e una pesante impronta ecologica. Luci ed ombre del Kamut – o meglio, del Khorasan: un tipo di frumento che tra l’altro abbiamo anche in Italia.

“Kamut” non è il nome di un grano, ma il marchio commerciale (come “Mulino Bianco” o “McDonald’s”) che la società Kamut International ltd (K.Int.) ha posto su una varietà di frumento registrata negli Stati Uniti con la sigla QK-77, coltivata e venduta in regime di monopolio e famoso in tutto il mondo grazie ad un’operazione di marketing senza precedenti.
C’è chi chiama questa varietà il “grano del faraone” perché si racconta che i suoi semi sono stati ritrovati intorno alla metà del secolo scorso in una tomba egizia ed inviati nel Montana, dove dopo migliaia di anni sono stati “risvegliati” e moltiplicati.

Il frumento prodotto e venduto con il marchio Kamut è coltivato negli Stati Uniti (Montana) e nel Canada (Alberta e Saskatchewan), sotto lo stretto controllo della famiglia Quinn, proprietaria della società K.Int.; in Italia è importato solo da aziende autorizzate e può essere macinato solo da mulini autorizzati. Tutti i prodotti che portano il marchio sono preparati e venduti sotto licenza della K.Int e sotto il controllo della Kamut Enterprises of Europe.
Il marketing decisamente efficace che è alla base del successo del Kamut ha fatto leva su tre aspetti: la suggestiva leggenda del suo ritrovamento, l’attribuzione di eccezionali qualità nutrizionali ed una presunta compatibilità per gli intolleranti al glutine. Parliamone.

Il Frumento orientale o Grano grosso o Khorasan – lo chiamiamo col suo nome tramandato, comune e “pubblico”, mentre Kamut è un nome di fantasia registrato – è una specie (Triticum turgidum subsp. turanicum) appartenente allo stesso gruppo genetico del frumento duro: presenta un culmo (fusto) alto anche 180 cm; ha la cariosside (chicco) nuda e molto lunga, più di quella di qualunque altro frumento; è originario della fascia compresa tra l’Anatolia e l’Altopiano iranico (Khorasan è il nome di una regione dell’Iran); nel corso dei secoli si è diffuso sulle sponde del Mediterraneo orientale, dove in aziende di piccola scala è sopravissuto all’espansione del frumento duro e tenero.

L’invenzione commerciale del ritrovamento
Dunque, per trovare il Khorasan in Egitto non era (e non è) davvero necessario scomodare le tombe dei faraoni; senza contare che un tipo di Khorasan era (e, marginalmente ancora è) coltivato anche tra Lucania, Sannio e Abruzzo: è laSaragolla, da non confondere con una omonima varietà migliorata di frumento duro ottenuta da un incrocio e registrata nal 2004 dalla Società Produttori Sementi di Bologna. Inoltre non bisogna dimenticare che la germinabilità del frumento decade dopo pochi decenni, per quanto ideali siano le condizioni di conservazione. Tutto questo porta ariconoscere nella storia del presunto ritrovamento del Khorasan/Kamut solo una fantasiosa invenzione commerciale, eleborata per stimolare il desiderio di qualcosa di puro, antico ed esotico. E, a onor del vero, la stessa K.Int. ha preso le distanze salla leggenda che, prealtro, ormai non ha più bisogno di essere incoraggiata.
Dai dati oggi disponibili, di fonte pubblica e privata, tra gli elementi di maggiore caratterizzazione del Khorasan ci sono un elevato contenuto proteico, in generale superiore alla media dei frumenti duri e teneri, e buoni valori di beta-carotene e selenio; per le altre componenti qualitative e nutrizionali non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri frumenti.

Glutine: non ne è né privo né povero
Bisogna, infatti, chiarire che, come ogni frumento, il Khorasan è inadatto per l’alimentazione dei celiaci, perché contiene glutine (e non ne è né privo né povero, come, poco responsabilmente, una certa comunicazione pubblicitaria afferma o lascia intendere) e ne contiene in misura superiore a quella dei frumenti teneri ed a numerose varietà di frumento duro.

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Kamut: glutine secco 15,5%, glutine/proteine 94,5%

Frumento duro: glutine secco 12,5%, glutine/proteine 87,5%

Farro dicocco: glutine secco 14%, glutine/proteine 79%

Frumento tenero: glutine secco 13,4%, glutine/proteine 80,6%

Farro spelta: glutine secco 17,1%, glutine/proteine 93%

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Detto ciò, il Khorasan è certamente un frumento rustico, con ampia dattabilità ambientale, eccellente per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a procedimenti di miglioramento genetico o ad una pressione selettiva troppo spinta, e proprio per questo motivo pare sia più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celiachia: ma questo è proprio ciò che si può dire dei farri e delle “antiche” varietà di frumento duro e tenero. Se la sua coltivazione è biologica (come permette la sua rusticità e come, per i propri prodotti, assicura il disciplinare del marchio Kamut), si può dire che senz’altro è un prodotto salutare, senza però scadere in esagerazioni né in forzature incoraggiate dalla moda e dal marketing del salutismo.

Costi elevati, per il portafoglio e per il Pianeta
Restano ancora tre aspetti che gettano un’ombra sul prodotto a marchio Kamut (ma non sul Khorasan!):

è il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;

è il costo eccessivo del prodotto finito (dall’80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico), poco giustificabile a sostanziaòe parità di valori qualitativi e nutrizionali, dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso ed ai costi di propaganda, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell’eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute;

è la pesante impronta ecologica legata allo spostamento di un prodotto perlopiù coltivato dall’altra parte del Mondo che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga (migliaia di chilometri), e che, solo per questo fatto, non è compatibile con la filosofia della decrescita e con l’attenzione al consumo locale, fatto se possibile a “chilometro zero”.

Note
Per i dati riferiti in questo articolo sono stati consultati i siti dell’Associazione Italiana Celiachia (www.celiachia.it), dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (www.inran.it), della Kamut International (www.kamut.com), dell’United States Department of Agricolture (www.usda.gov), dell’Insitute Sciwentifique de Recherche Agronomique (http://grain.jouy.inra.fr), l’articolo di A. R. Piergiovanni, R. Simeone, A. Pasqualone, “Composition of whole and refine meals of Kamut under southern Italian conditions” su Chemical Engineering Transactions, 2009, vol. 17: 891-896. Alcuni dati sonostati indicati da Oriana Porfiri (comunicazione personale).
Fonte: aam Terra Nuova, marzo 2010, n°248, pagg.73-76

12/dic/2011


Medicina
01/12/2011 - includere il pesce nella dieta per prevenire la demenzaPiù pesce, meno Alzheimer
una buona quantità di pesce alla dieta potrebbe aiutare a prevenire l’Alzheimer. Lo studio
lLa dieta è importante nella prevenzione di molti disturbi e anche di malattie abbastanza serie. Il pesce, per esempio, sia che lo si cucini al forno o alla griglia, sembra essere importante nella prevenzione del decadimento cognitivo lieve o MCI e della malattia di Alzheimer. Questo, per lo meno, è quanto rivela un nuovo studio condotto dall’Università di Pittsburgh – Medical Center e l’Università di Pittsburgh – School of Medicine (Usa).

«Questo è il primo studio a stabilire una relazione diretta tra consumo di pesce, struttura del cervello e rischio di Alzheimer – spiega il coordinatore dello studio, dottor Cyrus Raji – I risultati hanno mostrato che le persone che consumavano pesce al forno o alla griglia, almeno una volta alla settimana, avevano una migliore conservazione del volume della materia grigia nella risonanza magnetica, soprattutto in aree cerebrali a rischio malattia di Alzheimer».

A oggi, la malattia di Alzheimer è ritenuta una malattia incurabile ad andamento progressivo che distrugge le abilità cognitive e la memoria. Mentre nella MCI, la perdita di memoria è presente ma in misura totalmente minore rispetto all’Alzheimer.
Secondo recenti statistiche, soltanto in Europa, soffrono di Alzheimer oltre sette milioni di persone e l’Italia e uno dei paesi con la più alta incidenza (più di 1 milione soltanto nella nostra Penisola).
Per questo studio sono stati selezionati dal Cardiovascular Health Study 260 soggetti cognitivamente nomarli, di cui sono state rilevate tutte le informazioni sull’alimentazione e sul consumo di pesce, utilizzando il questionario del National Cancer Institute americano.

Durante lo studio 163 pazienti consumavano pesce da una a quattro volte la settimana. Tutti sono stati sottoposti alla risonanza magnetica del cervello in 3D. E’ stata utilizzata una tecnica denominata morfometria basata sui Voxel, che serve a creare una mappatura del cervello allo scopo di misurare il volume della materia grigia. Questo ha reso possibile comprendere i rapporti tra consumo settimanale di pesce e struttura cerebrale. In seguito, i dati sono stati elaborati per determinare se la conservazione del volume della materia grigia poteva essere associata al consumo di pesce e rischio Alzheimer.
Oltre ai controlli eseguiti per età, sesso, istruzione, obesità, attività fisica, razza eccetera, è stato rilevato nei singoli volontari anche la presenza o l’assenza dell’ApoE4 (apolipoproteina E4). Quest’ultimo è un gene collegato al rischio di Alzheimer – tuttavia, anche il volume della materia grigia è cruciale per il mantenimento di un cervello sano. Più il volume è elevato, più il cervello è in salute: perché quando si riduce il volume significa che le cellule cerebrali stanno diminuendo, spiegano i ricercatori.

Dai risultati dello studio, presentati al Radiological Society of North America annual meeting, si è potuto rilevare un collegamento tra consumo di pesce al forno o alla griglia e volume di materia grigia.
Maggiore era il volume nelle sedi dell'ippocampo e nella corteccia frontale – in relazione al consumo di pesce – minore era il rischio di MCI o di malattia di Alzheimer di quasi cinque volte.
«Il consumo di pesce al forno o alla griglia sostiene molto i neuroni nella materia grigia del cervello rendendoli più grandi e più sani – continua il dottor Raji – Questa semplice scelta di vita aumenta la resistenza del cervello al morbo di Alzheimer e ne riduce il rischio».

I risultati, infine, evidenziano anche un miglioramento della memoria durante il lavoro «Abbiamo trovato elevati livelli di memoria nelle persone che hanno mangiato pesce al forno o alla griglia su base settimanale, anche tenendo conto di altri fattori come l’istruzione, età, sesso e attività fisica».
Di contro, mangiare pesce fritto non ha mostrato, durante lo studio, un aumento del volume cerebrale o la protezione contro il declino cognitivo.
Insomma pesce sì, ma solo al forno o alla griglia, ribandendo il motto di un tempo: “Il pesce fa bene alla memoria” che, a quanto pare, funziona.
[lm&sdp]

Medicina
12/12/2011 - poche ore di luce e ricordi dietro a certe manifestazioni depressiveFestività natalizie, in regalo la depressione

La scarsità di ore di luce e le festività possono scatenare in qualcuno sentimenti depressivi - + Con l’arrivo dell’autunno, 12milioni di italiane perdono il sorriso e la libidoIl periodo di festività invernali a qualcuno potrebbero portare un regalo sgradito: malinconia e depressione. Parla l’esperto
Dovrebbe essere uno dei periodi più lieti e felici dell’anno, quello delle festività natalizie. Eppure proprio questo periodo potrebbe portare uno sgradito regalo: la depressione.
Questo, per lo meno, è quanto ritiene il dottor Erik Nelson, professore di psichiatria e neuroscienze comportamentali, specializzato nei disturbi dell’umore e depressione presso il dipartimento di Salute Psichiatrica dell’Università della California a Clifton.

«Questo è il periodo dell’anno in cui le giornate sono brevi e l’assenza di luce nel tardo pomeriggio può davvero influenzare alcune persone che provano un abbassamento acuto del loro stato d’animo – spiega Nelson – Inoltre, le festività possono svolgere un ruolo nella depressione. Alcune persone potrebbero avere ricordi dolorosi legati alla perdita di persone care o di un’infanzia triste. Questi sono ricordi che portano con sé un grande significato emotivo e psicologico, e le feste tendono a tirarli fuori».

Ecco dunque che la persona afflitta da melanconia e depressione durante questo periodo necessità di un approccio diverso. Secondo Nelson è molto importante determinare cosa abbia scatenato questo sentimento prima di prescrivere un ciclo di trattamento. È noto infatti come nel periodo invernale alcune persone siano colpite dal cosiddetto disturbo affettivo stagionale (SAD). In questi casi, spesso basta una terapia a base di luce, senza dover per forza ricorrere agli psicofarmaci, spiega l’esperto.
Se dunque i sintomi sono passeggeri e coincidono con la stagione “buia” o le festività si può ricorrere a trattamenti specifici non prolungati o più dolci. Se tuttavia i sintomi persistono nel tempo, allora bisogna sospettare qualcosa di più e se tutto ciò interferisce con il normale svolgere della vita, allora bisogna chiedere aiuto, sottolinea lo psichiatra.

Alcuni dei sintomi tipici della SAD, per esempio, sono le alterazione dell’appetito e del peso, una persistente stanchezza, la difficoltà di concentrazione, il bisogno eccessivo di dormire e, infine la perdita d’interesse per le attività prima ritenute piacevoli e un umore depresso.
«Ci sono moltissimi fattori che possono influenzare l’umore di una persona in questo periodo dell’anno, ed è utile per valutare la causa che potrebbe determinare il miglior corso di trattamento come la luce terapeutica, i farmaci, la psicoterapia o le terapie comportamentali che possono essere condotti», spiega Nelson ricordando che per i sintomi di minore entità o episodici spesso basta anche solo stare di più all’aria aperta e godere delle ore di luce.
[lm&sdp]

08/dic/2011


Egg Timer: Separate Biological Clocks Govern Female Fertility and Life Span
A new study finds that separate sets of genes control bodily and reproductive aging processes

By Carrie Arnold | December 5, 2011



As a biological feat, it was the equivalent of an 80-year-old woman giving birth: Because of a mutation, Coleen Murphy's worms were still fertile and laying eggs right up until the end of their lives. The worms' impressive performance adds weight to the evidence that the biological clock that rules reproduction is separate from the one that grants us the traditional threescore and 10.

In a new study, Murphy, a molecular biologist at Princeton University, showed that long-lived bodily, or somatic, cells in Caenorhabditis elegans, a one-millimeter nematode commonly used as a model for aging studies in labs, activate genetic pathways completely separate from those found in long-lived egg, or oocyte, cells. Murphy presented her work at the American Society for Cell Biology in Denver on December 5.

"Investigators of aging in humans have been interested in studying somatic aging, and they've been interested in looking at the effects of age on fertility, but, in general, there haven't been any people trying to tie those two lines of investigation together," saysTerry Hassold, a reproductive biologist at Washington State University in Pullman who was not involved in the study. "That's an extremely important aspect of Murphy’' work, because it will help those of us that study human reproduction think about it in a different way."

Longevity researchers have long turned to C. elegans to learn more about the human aging process. Although it may seem unlikely that the 959-celled roundworms have much in common with humans, many genetic pathways were conserved during the course of evolution. As a result, many of the genes and proteins that regulate various processes are almost identical in C. elegans, mice (another animal model) and humans. Their reproductive cycles are similar, too. Middle-aged human females and C. elegans (which live two- to three-weeks) generally show few outward signs of senescence halfway through their lives. The oocytes of both the women and the worms, however, age much more rapidly, effectively ending the ability to reproduce during the second half of life, a relatively unique phenomenon in the animal kingdom.

Most mutations in C. elegans affect both life span and reproduction, which had led scientists to believe that body cells and female reproductive cells aged according to the same clock. But in Murphy's worms, a mutation in a gene known as transforming growth factor beta (TGF-β) enabled the production of high-quality eggs right up to the day they died.

While completing her postdoc, Murphy began to study C. elegans mutants that could live and reproduce twice as long as normal worms. These long-lived worms had mutations that decreased the production of a protein known as insulinlike growth factor 1 (IGF-1), which helps drive cellular growth and division. The TGF-β mutants that Murphy also studied could reproduce far longer than wild-type (nonmutant) worms—but, unlike the IGF-1 mutants, they didn’t actually live any longer. Their oocytes might have been young, but their bodies were decrepit.

"Worms, like humans, have to be in good enough shape to actually be pregnant and have kids successfully. If they're not in good enough shape, then they die while they’re trying to lay the eggs or give birth," Murphy says. "I think there are more parallels to human reproduction and the post-reproductive life span than we anticipated."

Ritalin and Other Cognitive-Enhancing Drugs Probably Won’t Make You Smarter
By Gary Stix | December 7, 2011 | 2







Ritalin
On Monday, I put up a post on whether we would ever be able to upload our brains into a computer, merging ourselves into the great digital Singularity that would provide us with eternal life—and virtually infinite sensory powers and intelligence. The take home: This is akin to a cargo cult-like religion. Don’t hold your breath (or freeze your brain) in anticipation.

On Tuesday, I received notice of a new study with a title that addresses, in a sense, a similar question from a more real-world perspective: “Why Aren’t We Smarter Already: Evolutionary Trade-Offs and Cognitive Enhancements.”

The two psychologist authors—Thomas Hills of the University of Warwick and Ralph Hertwig of the University of Basel—start their article in Current Directions in Psychological Science—by invoking the current fascination with pharmaceutical enhancement of our cognitive skill set, whether of memory, our ability to focus, or the speed with which we process information.

They cite one of the best exemplars of this fascination: a 2008 essay entitled “Toward Responsible Use of Cognitive-Enhancing Drugs”— that appeared in our sister publication Nature, and which was co-signed by its editor Philip Campbell. (Scientific American and Nature are part of Nature Publishing Group.) The authors of the Nature paper concluded that cognitive enhancers “should be viewed in the same general category as education, good health habits, and information technology.”

In their critique, Hill and Hertwig question whether such a comparison is apt. A calculus course is not subject to evolutionary pressures, as are cognitive faculties like memory or attention. The class feedback form at the end of the semester is not the same as natural selection working on the gene pool.

So, if evolution is the driver, why then haven’t we evolved to possess the traits that Provigil or Ritalin endow us with? Why can’t we go without sleep for 48 hours to master Mandarin characters for the HSK proficiency test or to memorize the Friedel-Krafts alkylation reaction for the Orgo II final?

The answer, of course, has to do with the evolutionary tradeoffs. Too much memory, attention or willpower, instead of making us into uber-geeks, might drive us the way of the wooly mammoth. Our gift as a species—what brought us on an evolutionary track from the Flintstones to Steve Jobs and the iPhone 4S (Hmmm. Is Jobs the best example?)—relates to our capacity to allocate just enough cognitive resources to the task at hand to get the job done.

Those who can’t engage in this mental balancing act run into problems. People with too much working memory—the mental scratchpad that lets you recall a telephone number while dialing—may have difficulty hearing their own name in the chatter of a cocktail party or even remembering a phone number if they are hustled from one room to the next too quickly. The laser-like attention that allows them to store a multitude of facts in mental RAM diverts them from registering the world around them and they seem to become disoriented when brought back from their introspecting. Back in the day, they might have ended up as dinner for a saber-tooth tiger.

Most of today’s cognitive enhancers improve our ability to focus—but most benefits accrue to those with attention deficits. They allow the child with ADHD to learn the multiplication tables, but for those with average attention spans or better, these drugs can sometimes usher in comic mishaps.

Instead of cramming for the HSK, as you might have intended, you are liable to get sidetracked into the most mundane of trivialities: you might get up from your textbooks for a drink of water and spend the next two days replacing the leaky plumbing in your kitchen sink. The focus of attention “sticks” to whatever is in front of your face and a friend with a verbal crowbar has to pry you away.

The Hills and Hertwig paper suggests that any putative cognitive enhancer must be carefully optimized with methods from the psychological sciences to, say, balance attention against “perseveration,” staying too long on a given task. The graphs would calculate when any gains start to bump up against diminishing returns. For most of us in the center or the right end of the Bell Curve, the upside to enhancement probably flattens out pretty quickly. The other tradeoffs the authors consider are primarily physiological. The reason, for instance, we don’t have bigger brains, with a corresponding increase in cognitive capacity, is that women’s pelvises would have had to get larger. A bigger pelvis could make running or climbing trees tough. Again, from the standpoint of Paleolithic living: good for the saber tooth, bad for Homo S.

After reading the paper, I asked Hills via e-mail about the Flynn Effect, the observation that IQ has improved steadily in recent decades in the general population. He replied that the Flynn Effect only proves his point: “The gains in intelligence are dominantly in the lower half of the distribution. The smarter folks do not appear to be getting smarter.
” The message for many of us is that we are probably nearing our sweet spot. Things are about as good as they get.

05/dic/2011



geriatria

La «sindrome da frigo vuoto»
mette in crisi un milione di over 65

Pochi soldi per fare la spesa, e alla dieta quotidiana mancano in media 300 calorie. Aumenta così il rischio di ricoveri

La crisi economica morde anche gli anziani, lasciandoli sempre più spesso con il frigo vuoto: in Italia un milione di over 65 non mangia a sufficienza e ogni giorno introduce 300 calorie in meno di quante gliene servirebbero. Purtroppo però nutrirsi poco e male fa salire la probabilità di ricoveri in ospedale e aumenta perfino il rischio di morire, come segnalano i dati della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, che cura il nuovo forum del Corriere dedicato agli anziani

CRISI – Tanto per cambiare, anche stavolta tocca dare gran parte della colpa ai soldi che non ci sono: secondo l'indagine PASSI d'Argento, promossa dal Ministero della Salute e dalle Regioni con il supporto dell'Istituto Superiore di Sanità e presentata durante l'ultimo congresso SIGG, il 69 per cento degli anziani italiani ammette di non riuscire ad arrivare a fine mese. E così si taglia sulla lista della spesa: il carrello resta vuoto e non si portano a casa cibi nutrienti ma costosi come carne e pesce. Un'indagine discussa durante il congresso dei geriatri, infatti, rivela che ogni giorno mancano all'appello dell'alimentazione degli anziani circa 300 calorie, per lo più derivanti da proteine nobili. Ma tutto questo ha un prezzo: la malnutrizione accresce del 25 per cento il rischio di doversi ricoverare in ospedale e incide negativamente anche sulla mortalità. «Non solo: aumenta il rischio di infezioni, piaghe da decubito, depressione, deterioramento cognitivo – aggiunge Niccolò Marchionni, presidente SIGG –. Per questo riconoscere la malnutrizione dell'anziano è fondamentale, sia a casa che in ospedale: in clinica la percentuale di anziani malnutriti arriva al 65 per cento».

ALIMENTAZIONE – «Valutare lo stato nutrizionale dell'anziano è importante come misurare la pressione o valutare altri segni obiettivi – prosegue il geriatra –. Una volta stabilito che la dieta dell'anziano è inadeguata, bisogna modificarla adattandola alle sue esigenze e difficoltà: vivere soli, avere pochi mezzi economici, soffrire di disturbi orali o di malattie reumatiche o neurologiche accresce moltissimo la probabilità di malnutrizione. Occorre tenere conto di tutti questi fattori per poi prescrivere se necessario integratori o diete arricchite dei nutrienti di cui si è carenti: un passo fondamentale per garantire davvero la salute dell'anziano». E se al primo posto fra i motivi che impediscono agli over 65 di mangiare bene e in modo sano c'è la scarsità di risorse economiche, al secondo arriva la poca cura dell'igiene orale: lo studio PASSI ha dimostrato che il 16 per cento degli over 65, ovvero circa due milioni di persone, ha problemi della masticazione che richiederebbero l'intervento dell'odontoiatra. Eppure pochi vanno dal dentista: otto milioni non l'hanno fatto, nell'ultimo anno.

DENTISTA – Di nuovo, molti non possono permetterselo. Però da una ricerca presentata al congresso SIGG condotta dalle università di Brescia e Milano si scopre che un altro non secondario motivo è la paura del dentista, che evidentemente non passa neanche invecchiando: la maggioranza teme il dolore, l'anestesia e il trapano così tanto da rimandare continuamente l'appuntamento dall'odontoiatra o da cambiare dentista spesso nella ricerca di qualcuno che sappia lenire i timori. «L'approccio con cui l'odontoiatra si rivolge all'anziano è emerso come un elemento di estrema importanza – dice Marchionni –. Se infatti il paziente si sente pienamente compreso sta già meglio, controlla di più le sue paure. E questo aiuta a tornare di nuovo dal dentista in caso di disturbi o per i controlli di routine, evitando il ricorso a trattamenti in emergenza più rischiosi e dolorosi. Oltre naturalmente ad aiutare a mantenere una bocca in salute, elemento essenziale per potersi nutrire in maniera adeguata».

CASE PER ANZIANI – Aumentare le attenzioni nei confronti degli anziani per farli stare meglio è quindi essenziale, sempre, e finalmente sembra che in molti lo abbiano capito: i dati aggiornati sulle Residenze Sanitarie Assistenziali italiane presentati al congresso SIGG indicano infatti un deciso cambio di rotta rispetto al passato, quando spesso le cronache hanno registrato i casi di case per anziani ben al di sotto degli standard minimi. Le 1500 RSA presenti nel nostro Paese, che ospitano circa 300mila anziani, sono oggi sempre più spesso simili ad “alberghi a cinque stelle”: «Oltre la metà offrono camere doppie, ampi spazi comuni, una palestra per favorire la mobilità e la riabilitazione fisica degli ospiti – racconta il geriatra –. Sono inoltre in continua crescita le case per anziani che offrono tecniche di cura alternative che si stanno dimostrando estremamente efficaci per garantire agli anziani un elevato grado di benessere: laddove vengono messi in atto programmi di arte, danza, musicoterapia o pet therapy, l'equilibrio psichico e l'umore degli anziani migliorano in oltre il 90 per cento dei casi, e migliorano anche parametri di salute fisica come la pressione arteriosa o la frequenza cardiaca», conclude Marchionni.

Elena Meli5 dicembre 2011 | 16:05

03/dic/2011




Il mito dell’Alzheimer
Tratto dal libro: “Il mito dell’Alzheimer”, dottor Peter Whitehouse
Articolo pubblicato da "Effervescienza", inserto della rivista mensile “Biolcalenda”, ottobre 2011

“Se inizialmente un’idea non sembra assurda,
non c’è nessuna speranza che si realizzi”
Albert Einstein

Un po’ di storia
La malattia di Alzheimer ha preso il nome dal medico tedesco Alois Alzheimer che per primo ne studiò un caso (la signora Auguste D. moglie dell’impiegato delle ferrovie Carl D.). Ma non è tutto perché l’uomo che dovrebbe passare alla storia come il vero padre dell’Alzheimer è il medico psichiatra Emil Kraepelin, direttore della Reale clinica psichiatrica di Monaco.
Fu proprio Kraepelin che offrì ad Alzheimer l’opportunità di far parte del suo gruppo a Heidelberg, nominandolo successivamente suo assistente.

Nel 1910 Emil Kraepelin coniò ufficialmente il termine Alzheimer Krankheit (malattia di Alzheimer).
Creando l’AD, Kraepelin aveva conquistato un territorio diagnostico molto importante per il suo laboratorio. Secondo alcuni storici nel consolidare l’esistenza della malattia giocò un ruolo importante la diatriba tra Kraepelin e Sigmund Freud.

La teoria di Freud rivoluzionò lo studio delle nevrosi attribuendo i sintomi delle malattie psichiatriche ai misteriosi lavorii dell’inconscio, e ipotizzando la cura attraverso la terapia psicoanalitica. Queste teorie erano in netto contrasto con la concezione organicistica delle malattie mentali sostenuta da Kraepelin e Alzheimer. Per loro le malattie avevano una base esclusivamente organica che poteva essere accertata con mezzo scientifici.

Si venne così a creare una profonda divisione tra la psichiatria a base organica e la psichiatria freudiana. Ognuna di queste due correnti cercava il riconoscimento nell’ambito medico, perché la posta in gioco era elevata.
La determinazione di Kraepelin a far sì che la malattia di Alzheimer fosse classificata come patologia organica è appunto il tentativo strategico di conquistarsi il riconoscimento, oltreché non perdere il suo orgoglio di scienziato e naturalmente la sua eredità di studioso.
Quando Kraepelin incluse l’AD nel suo testo Psychiatrie, diede avvio a una storia lunga 100 anni durante la quale, da un singolo paziente bollato in modo molto approssimativo, siamo arrivati all’attuale pandemia che coinvolge 25 milioni di persone.

La malattia di Alzheimer sarebbe potuta rimanere rara e insignificante se, nella seconda metà del XX secolo nei paesi industrializzati non fosse aumentata progressivamente l’attesa di vita media. L’invecchiamento della popolazione, associato alla proliferazione di nuovi strumenti tecnologici che promettevano di prolungare la vita. Stimolò l’interesse per la ricerca neurologica e gerontologica.
Nei primi anni Settanta i neuro scienziati, ben consapevoli dell’enorme interesse dell’invecchiamento, cercarono di ottenere maggiori finanziamenti.
Il loro lavoro avrebbe dovuto concentrarsi su qualcosa di molto concreto e attuale, qualcosa di terrificante e incurabile: una malattia che giustificasse l’impiego di enormi risorse, la malattia del secolo. L’Alzheimer si adattava in maniera perfetta allo scopo.
Nel 1974 viene fondato il National Institute on Aging (NIA, Istituto nazionale sull’invecchiamento) e sotto la guida dello psichiatra clinico Robert Butler, inizia subito a promuovere l’AD come suo principale ambito di ricerca, consentendo ai fondi federali di essere convogliati ai ricercatori.

Lo stesso Butler dichiarò: “decisi che dovevamo rendere il termine (malattia di Alzheimer) una parola di uso comune. Sapevo che questo sarebbe stato l’unico modo per far convergere i diversi settori della ricerca in un unico filone che diventasse priorità nazionale. Io chiamo questa strategia la politica sanitaria dell’angoscia”.
Nel 1976 il dottor Robert Katzman in un editoria scrisse che negli Stati Uniti l’AD si collocava al quarto o quinto posto tra le cause più frequenti di morte e sollecitò il paese ad investire di più.
Nel 1979 a Washington fu creata l’Alzheimer’s Disease ad Related Disorder (ADRDA, Associazione per la malattia di Alzheimer e i disturbi correlati).
Nel 15 settembre 1983 la Camera dei rappresentanti propose il mese di novembre come Mese Nazionale dell’Alzheimer.

La reinterpretazione dell’invecchiamento cerebrale come malattia a sé stante, e lo stanziamento di enormi quantità di denaro da parte del governo, produssero un entusiasmo che contagiò i ricercatori e i familiari dei pazienti affetti d’AD.
Cambiò la dizione, e il termine “senilità” venne soppiantato dal termine molto più angosciante che non lascia spazio a dubbi: “malattia di Alzheimer”, il nuovo idioma dell’angoscia!
Nel 1984 1985 il NIA aveva istituito in tutto il paese ben dieci Alzheimer’s Disease Research centers.

Nel 1979 il NIA aveva speso per la ricerca sull’AD circa 4 miliardi di dollari; nel 1991 era arrivato a spenderne 155 (37 volte tanto).
Nel 2007 i fondi federali assegnati alla ricerca per la “guerra contro l’AD” erano lievitati a una cifra sbalorditiva di 643 miliardi di dollari.

Celebrità a sostegno
La nascita del nuovo linguaggio popolare intriso di angoscia e terrore fu amplificato quando vennero coinvolti nella “causa” dell’AD personaggi molto popolari: gli attori Rita Hayworth, Charles Bronson e Charlton Heston, il presidente statunitense Ronald Reagan, la Regina dei Paesi Bassi Giuliana, il Primo ministro britannico Wiston Churchill, il pugile campione del mondo Sugar Ray Robinson, ecc.

Cos’è l’Alzheimer?
Ufficialmente la malattia di Alzheimer (AD, Alzheimer Disease) è provocata dalla degenerazione del cervello e dalla perdita di cellule nervose a causa di molteplici fattori, perlopiù ignoti alla medicina.
E’ una malattia degenerativa e progressiva caratterizzata dalla perdita irreversibile di cellule cerebrali. Questa degenerazione porta al rimpicciolimento e all’atrofia di alcune aree del cervello, alla riduzione di alcuni neurotrasmettitori, in particolare l’acetilcolina.
Gli effetti di questa “patologia” sono: deficit di memoria, una compromissione della capacità di apprendere, di ragionare, di formulare giudizi, di riconoscere oggetti, di comunicare; gravi difficoltà nel compiere attività quotidiane; agitazione, ansia, depressione, allucinazioni e insonnia.

La demenza
Il termine oggi molto in voga di “demenza”, deriva dal latino “fuori di mente” e in passato era utilizzato per identificare i dissidenti e devianti di ogni tipo, soprattutto donne anziane che venivano accusate di stregoneria quando manifestavano sintomi di decadimento cognitivo.

Le teorie ufficiali più in voga

Beta-amiloide e grovigli neurofibrillari
I ricercatori pensano che i deficit cognitivi dell’AD siano associati alla presenza nel cervello di alterazioni anatomopatologiche costituite da due formazioni di natura proteica: le placche di proteine beta-amiloide (BAP) e i grovigli neurofibrillari (NFTs), che alla fine distruggerebbero i neuroni a livello cerebrali.
Ma in tutto questo le lacune conoscitive non mancano, per esempio gli scienziati non capiscono come le beta-amiloide uccida i neuroni; non sanno se tali placche sono responsabili della degenerazione o dei semplici marcatori e/o cicatrici di una morte, quindi se sono causa o effetto di tale degenerazione. La proteine beta-amiloide si accumula in TUTTI i cervelli man mano che invecchiano, e tale processo può addirittura iniziare nei ventenni. Risulta pertanto difficile stabilire quale sia il livello soglia oltre il quale l’accumulo di beta-amiloide diventa patologico.

Radicali liberi
I radicali sono atomi o gruppi di atomi che contengono almeno un elettrone spaiato e quindi sono debolmente legati, instabili e altamente reattivi. Si accumulano nel cervello provocando nelle cellule un danno e un deficit che potrebbe contribuire all’AD. Queste molecole reattive si formano nel corpo durante i normali processi biologici che possono essere accelerati da agenti esterni come infezioni, fumo di tabacco, agenti tossici, erbicidi, radiazione solare e inquinanti. I radicali possono anche danneggiare il DNA.

Infiammazioni
Secondo questa teoria l’AD è una conseguenza dell’infiammazione cerebrale che genera metaboliti anomali (piccole molecole prodotte dai processi metabolici) a partire da normali molecole cerebrali.
Per esempio le citochine, che sono normali proteine del sistema immunitario, sono prodotti dall’infiammazione tissutale e possono circolare nel cervello.

Teoria vascolare
Piccoli infarti isolati in aree strategiche del cervello, oppure l’occlusione di multipli vasellini sanguigni, possono provocare demenza riducendo l’apporto di ossigeno al cervello e alterando i circuiti neuronali coinvolti nei processi decisionali, nella memoria.

Teoria infettiva
Secondo gli esperti alcuni virus della famiglia dell’herpes possono provocare demenza, ma solo alcuni studi li hanno messi in relazione con l’AD.

Teoria delle eccitotossine
I neuroni morirebbero per un eccesso di stimolazione da parte di neurotrasmettitori aminoacidi eccitatori (eccitotossine). Dato che il glutammato e altri neurotrasmettitori eccitatori normalmente inducono la scarica elettrica dei neuroni, se sono presenti in eccesso, possono portare i neuroni a scaricare (ed eccitarsi) fino alla morte.

La teoria del diabete
Disturbi del metabolismo del glucosio erano stati descritti nella malattia di Alzheimer già da decenni, e gli scienziati avevano ipotizzato che in un soggetto diabetico o il cervello manca di sufficiente glucosio per funzionare correttamente o lo zucchero presente in eccesso nel sangue produce un danno vascolare che compromette l’irrorazione dei neuroni.
Studi epidemiologici indicavano che le persone affette da AD avevano più frequentemente un diabete concomitante.

Il mito dell’Alzheimer

La malattia di Alzheimer (AD) è un mito creato dalla nostra cultura nel tentativo di fornire un senso a un processo naturale, l’invecchiamento cerebrale, che non possiamo controllare.
Quello che non viene detto alla popolazione è che la cosiddetta “malattia di Alzheimer” (AD) NON può essere differenziata dal normale processo di invecchiamento e che la patologia NON ha mai lo stesso decorso.
Sembra che ogni anno sempre più persone cadano vittime dell’AD. Quotidiani e riviste vorrebbero farci credere che la AD si sta diffondendo nella popolazione a ritmo pandemico.
Naturalmente quello che non viene detto è che non sappiamo come diagnosticare la AD, figuratevi se siamo in grado di stilare il bilancio delle vittime.
Dato che non vi è un singolo profilo biologico dell’AD, ogni diagnosi clinica viene ritenuta “probabile”, e neppure l’esame autoptico è in grado di differenziare la vittima della cosiddetta AD dai soggetti che sono invecchiati normalmente! Questo è il motivo per cui anche l’esame neuropatologico ha perso nel corso degli ultimi anni un po’ del suo smalto e della sua affidabilità.

“A nessuno ‘viene’ una ben definita malattia chiamata Alzheimer, e non ci sono evidenze che l’AD si stia diffondendo nella popolazione”, parola del dottor Peter J. Whitehouse, neurologo americano, uno dei massimi esperti mondiali proprio di Alzheimer.

Ma se l’AD non può essere differenziato dal normale invecchiamento cerebrale, per curare l’AD dovremmo di fatto arrestare il naturale processo di invecchiamento cerebrale.
La promessa di una panacea per una delle malattie più temute costituisce un potente mito culturale della civiltà contemporanea.
Dopo 30 anni di ricerca e decine di miliardi di dollari spesi non abbiamo nessuna cura e i costosi test genetici e gli strumenti di neuroimaging ci fanno sprofondare nella confusione anziché avvicinarci alla scoperta di una cura.
Il focalizzarsi sugli approcci biologici all’invecchiamento cerebrale ha sovvertito completamente le dinamiche di approccio al problema AD all’interno della nostra società: dall’assistenza al paziente anziano e alla sua famiglia siamo passati all’utilizzo dei farmaci come principale mezzo per assicurare una buona qualità della vita.

Ritengo che il mito dell’AD ci stia portando a sprecare risorse enormi nella ricerca di una formula magica che risolverà il problema dell’invecchiamento cerebrale: stiamo privilegiando la terapia piuttosto che l’assistenza e la prevenzione.
L’infatuazione della tecnologia ci fa dimenticare di attuare semplici misure preventive per proteggere il nostro cervello dal decadimento cognitivo, come indossare un casco quando andiamo in bicicletta, mangiare sano, fare attività fisica, assicurarci acqua potabile pubblica priva di piombo, arsenico, metilmercurio e policlorobifenili (PCB).

Spese per la società
Attualmente sembra che nel mondo 25 milioni di persone siano affette da Alzheimer con costi enormi per la società: 240 miliardi di dollari all’anno.
Si stima che nel 2030 circa un quinto della popolazione americana (70 milioni di soggetti) avrà 65 anni o più con una aspettativa di vita media di circa 77.5 anni per gli uomini e 83 per le donne. Mentre nel 2040 ci saranno 40 milioni di persone oltre gli 85 anni.
In base alle proiezioni statistiche nel 2050 il numero di americani ai quali verrà diagnosticato l’Alzheimer raggiungerà i 14 milioni con un costo di oltre 300 miliardi di dollari all’anno.
L’associazione Alzheimer’s Disease International (ADI) ha stimato che nel mondo il numero di persone affette da AD supererà gli 80 milioni!

Attenti alle parole
Da un punto di vista neurologico la parola “Alzheimer” ha un effetto devastante sul cervello delle persone che la sentono nominare. Tale parola innesca determinati circuiti neuronali che danno accesso al nostro lessico interiore di parole e significati. Parole con forte carica emotiva agiscono in modo potente sul cervello e possono indurre alterazioni fisiologiche, come il rilascio di ormoni dello stress che potrebbero danneggiare i neuroni stessi.
Quindi una diagnosi frettolosa e avventata può indurre serie problematiche. C’è differenza tra dire a una persona che il suo cervello sta invecchiando e aiutarlo a far parte della sua comunità e dirgli invece che è affetta da una malattia degenerativa cerebrale progressiva chiamata Alzheimer e applicargli una etichetta che potrebbe emarginarlo.
Le etichette socialmente stigmatizzanti spesso prolungano ed esacerbano la malattia stessa.

“Siamo ciò che pensiamo. Tutto ciò che siamo prende origine dai nostri pensieri. Con i nostri pensieri fabbrichiamo il mondo”

Buddha

Alcuni miti da sfatare

L’AD è una malattia del cervello?
L’Alzheimer NON è una malattia cerebrale specifica! Non può essere diagnosticata in modo certo durante la vita o dopo la morte, né possiede una caratteristica patologica di base che lo possa definire.
Il termine “malattia di Alzheimer” applicato all’invecchiamento cerebrale è una definizione impropria che militarizza l’approccio medico al problema e porta a svilire ed emarginare quello con questa “malattia”.
Un inquadramento più umanistico ed ecologico dell’invecchiamento cerebrale riconosce le insidie e le sfide dell’età avanzata e ci permette nel contempo di evitare lo stigma della malattia mentale.
Quando pensiamo all’AD come a una malattia molecolare dell’età senile guardiamo solo alle pozzanghere dell’invecchiamento cognitivo e ignoriamo il temporale che si verifica per tutto l’arco della vita. E’ più corretto considerare l’invecchiamento cerebrale dal punto di vista olistico, come un processo che si sviluppa dal grembo alla tomba.
Il potere di questo mito comincerà a diminuire quando ciascuno di noi inizierà a modificare il linguaggio con cui parla di invecchiamento cerebrale.

L’AD devasta il cervello?
La concezione militarista ci porta a considerare l’invecchiamento cerebrale come una malattia specifica che devasta la mente, il che è una falsità sotto il profilo scientifico.
Una diagnosi di decadimento cognitivo può diventare per chi la riceve un’opportunità per apprendere, crescere e ridersi disponibili agli altri, piuttosto che una condanna pubblica.
In quest’ottica la sofferenza può costituire un’opportunità per una trasformazione personale.

L’AD porta a una perdita di sé?
Tutti noi cambiamo continuamente durante l’arco della vita e gli stadi più avanzati dell’invecchiamento cerebrale sono parte questo continuum.
Man mano che le relazioni evolvono a causa della perdita di memoria, queste possono potenzialmente diventare più ricche e profonde anziché più povere e superficiali.

Combattere una guerra contro l’AD?
Non siamo in guerra con il nostro cervello che invecchia ed è pericoloso e ingannevole pensare che vi sia una soluzione rapida dietro l’angolo. Importante è spogliare il mito dell’AD delle sue metafore di antagonismo e fare del nostro meglio per accettare pienamente la nostra mortalità.
Gli esseri umani e il loro cervello che invecchia non sono in guerra: le persone “dementi” non appartengono a una specie diversa.
Le metafore belliche esercitano un potere sulla psiche umana: instillano un senso di paura e urgenza che sollecita provvedimenti rapidi. Inoltre danno carta bianca a chiunque dichiari guerra!

“La guerra non è fatta per essere vinta.

E’ fatta per non finire mai”

“1984”, George Orwell

L’AD è una morte lenta?
L’invecchiamento cerebrale cambia le persone ma non le cancella dalla società. Di fatto le persone affette da demenza possono ancora dare un contributo alle comunità cui appartengono.
Adottando un nuovo linguaggio sull’invecchiamento cerebrale possiamo superare il mito dominante dell’Alzheimer e modificare la nostra concezione del sé e del corpo in maniera più onesta e umana.

La paura dell’Alzheimer
Molte persone anziane vanno dal medico nutrendo per la loro perdita di memoria sentimenti di paura, terrore e angoscia generati dal mito di massa della malattia di Alzheimer. Questo terrone preconcetto è troppo spesso alimentato dai medici e il modo in cui la diagnosi viene comunicata può risultare una esperienza devastante per il paziente e la sua famiglia.
La diagnosi rappresenta una etichetta che porta con sé una serie di convinzioni, atteggiamenti, significati culturali e inesattezza scientifiche; un’etichetta che implica prospettive terapeutiche limitate e influenza negativamente le aspettative di una persona nella fase finale della propria vita.

I limiti della scienza
Non sappiamo veramente come funziona il cervello, come vengono prodotti i pensieri. La nostra fissazione per la ricerca biomedica ci porta a codificare l’AD in termini puramente meccanici e molecolari, molto riduttivi e limitanti.

Le condizioni che entrano in diagnosi differenziate

Depressione
Questa situazione produce un rallentamento psicomotorio e può rendere labile la memoria. La depressione inoltre provoca una disfunzione dei lobi frontali, una riduzione volumetrica dell’ippocampo e un danno alle strutture nervose a livello subcorticale, incrementando il numero delle placche amiloidi e dei grovigli neuro fibrillari nel cervello.

Ipotiroidismo
La tiroide regola tutti i processi metabolici e una sua disfunzione può avere ripercussioni in tutto l’organismo. Gli ormoni tiroidei possono influenzare la funzione dell’ippocampo e una loro diminuzione causare torpore mentale, perdita di memoria, depressione e ansia.

Epilessia
Farmaci contro l’epilessia possono provocare un rallentamento psicomotorio e deficit di memoria.

Carenza di calcio
Il calcio serve a mantenere l’eccitabilità della membrana neuronale che consente la trasmissione degli stimoli elettrici tra i neuroni. Una carenza di calcio può produrre un malfunzionamento neuronale.

Alcolismo
Nel cervello degli alcolisti si osservano alterazioni strutturali e funzionali come nell’AD.

Cosa possiamo fare?

Invece di imbottire gli anziani di neurolettici, antidepressivi dobbiamo cominciare a integrare le cure con nuove forme di terapia di tipo umanistico: terapia narrativa, arte terapia, pet-therapy e altre che favoriscono il contatto con altri essere umani.
Tenere in attività il cervello significa anche evitare tutto quello che lo atrofizza e lo rende apatico come la televisione (Use it or lose it, Usa il cervello se non vuoi perderlo).
La lettura di libri, risolvere i cruciverba, come pure impegnarsi in qualche attività (teatro, ecc,), fare volontariato, è molto importante per il mantenimento elastico del cervello.
Le ultime scoperte dimostrano che il cervello degli anziani è ancora in grado di generare alcuni tipi di cellule e di stabilire nuove connessioni, soprattutto nell’ippocampo.
La maggior complessità dell’ambiente stimola la formazione di nuove cellule nervose, quindi continuiamo ad apprendere per tutto l’arco della vita.

Un valido aiuto dalle metodiche complementari può arrivare dall’omeopatia, agopuntura, tecniche di rilassamento come yoga, meditazione e soprattutto il Tai-chi che non richiede movimenti difficili ma lenti e armonici.
E’ bene ricordare che la nostra dieta abituale costituisce uno dei più importanti fattori di rischio modificabili per la demenza.

“Un uomo può reputarsi felice se il suo cibo è anche la sua medicina”
Henry david Thoreau

Ridurre il consumo di grassi saturi
Le ricerche epidemiologiche hanno dimostrato che gli elementi chiave per proteggere la salute cognitiva e il cervello in generale è una dieta a basso contenuto di grassi saturi animali (carni, uova, formaggi). Diete ricche di grassi e povere di frutta e verdura sono associate a patologie vascolari, processi infiammatori, produzione di radicali liberi, poco apporto di sangue e ossigeno al cervello à neurodegenerazione!

Aumentare il consumo di frutta e verdura fresca di stagione
La frutta e verdure contiene vitamine, minerali organici, enzimi, antiossidanti, acidi grassi fibra e ormoni.

Aumentare il consumo di Omega-3
Il cervello è composto per il 50% da grassi e gli acidi grassi essenziali come gli Omega-3 costituiscono il 30% della membrana dei neuroni, assicurando la fluidità e la permeabilità. Le giunzioni sinaitiche sono formate per il 60% da Acidi grassi Omega-3.
Gli acidi grassi sono neuro protettivi anche a livello vascolare, aumentano l’elasticità dei vasi sanguigni, diminuiscono la viscosità del sangue e riducono i livelli ematici dei lipidi.
Oggi nella dieta umana il livello Acidi Grassi idrogenati, degli Omega-6 (pro infiammatori) surclassa quello degli Omega-3.
Gli Omega-3 si trovano: semi di lino, lattuga romana, cavolo, semi di senape, chiodo di garofano, noci, mandorle, pistacchi, anacardi, pinoli, pesce, cavolfiore, zucca, spinaci, cavolo cappuccio, verza e fragole.

Curcuma
Gli effetti neuro protettivi del curry sono attribuiti alla curcumina che è un polifenolo dalle potentissime proprietà antiossidanti, antinfiammatorie.

Ginko Biloba
Sembra esercitare un effetto positivo sulle funzioni cognitive e sulla memoria promuovendo l’apporto di sangue al cervello.

Attività fisica
Il nostro corpo è strutturato per il movimento. L’attività fisica fa bene al cervello quanto al corpo. Aumenta il flusso sanguigno cerebrale e protegge i circuiti neuronali.
Negli anziani una buona forma fisica è associata a bassa incidenza di mortalità, ipertensione arteriosa, malattie cardiovascolari, diabete, depressione e disabilità.
Nelle donne che praticano un’attività fisica intensa il rischio di AD si riduce del 60%



“Abbi cura di apprendere la filosofia

perché in essa è racchiusa la conoscenza dell’uomo, il soggetto primo della medicina”

Codice di condotta per i medici che studiavano

a Oxford e Cambridge nel Medioevo


www.disinformazione.it

01/dic/2011


Le stranezze culinarie di alcuni vegetariani
Franco Libero Manco, AVA Associazione Vegetariana Animalista
www.vegetariani-roma.it; www.universalismo.it; www.medicinanaturale.biz

Anche tra gli addetti ai lavori c’è un modo strano di concepire l’alimentazione vegetariana nella sua pratica attuazione. Molti credono che per nutrirsi in modo vegetariano occorra inventarsi un nuovo modo di mangiare, di preparare gli alimenti; che sia necessario attingere ad esotiche culture, far uso di spezie per impreziosire le pietanze. Quando si parla di cucina vegetariana sembra sia un obbligo inserire il seitan, la soia e i suoi derivati che imitano la carne: spezzatini, wurstel, salsicce, affettati in genere e fare grande uso frittelle, pizzette, passate, sfornati, crostatine, strudel ecc. Un’incredibile confusione regna non solo in chi cerca di avvicinarsi alla cucina vegetariana ma anche tra gli stessi vegetariani. Raramente si trova nella cucina dei ristoranti vegetariani, come nelle cucine delle persone vegetariane, una bella e salutare insalatona di verdure tenere e crude, un bel piatto di spaghetti integrali al sugo di pomodoro e basilico, un bel minestrone di verdure di stagione; difficilmente si trova un bel piatto di legumi conditi con un semplice filo d’olio d’oliva extravergine o un bel piatto di patate lesse o al forno: in tali circostanze prevalgono cereali e verdure, elaborati in tutti i modi.

Alcuni si divertono ad esibire la frutta tormentata nelle sue fattezze originali, tagliuzzata a mò di cuoricino, stelline, rotelline, cubetti, favorendo in questo modo l’inevitabile ossidazione dell’alimento; altri imitano, pateticamente, fettuccine o spaghetti adoperando zucchine ed altri ortaggi. Ma più è lontano il risultato finale dall’alimento naturale più è carente di nutrienti essenziali. Così succede che la cucina vegetariana risulti un coacervo di alimenti elaborati che tentano di imitare la carne, i formaggi ed il latte, in un insano surrogato di quella convenzionale.

Sembra che l’uomo sia il solo animale a non sapere cosa mangiare, a non sapere qual è il suo cibo elettivo. Come se l’alimentazione vegetariana la stessimo inventando oggi, nel 2000 dopo Cristo, mentre in realtà è semplicemente un ritorno saggio e maturo ad una naturalità persa negli ultimi decenni. Prima, infatti, l’alimentazione dei nostri progenitori per millenni è stata fondamentalmente vegetariana, anche perché il costoso alimento carneo era accessibile principalmente alle classi abbienti.

Non è questo il messaggio che abbiamo il dovere di trasmettere. Questo approccio all’alimentazione vegetariana è inesatto, complesso, fuorviante, innaturale e poco valido anche sotto l’aspetto nutrizionale. Il messaggio che viene percepito è che mangiare vegetariano sia complicato, difficile, elaborato, costoso; che per preparare pietanze vegetariane occorra seguire corsi di cucina, ricorrere ai nutrizionisti, conoscere il valore dei nutrienti per poterli bilanciare al fine di non incorrere a ipotetiche carenze e così via, cosa di cui non hanno mai avuto bisogno i nostri antenati. Gli stessi nutrizionisti vegetariani (quasi in tono minaccioso) non fanno che ribadire che l’alimentazione vegetariana e vegana è valida sotto il profilo nutrizionale a condizione che sia ben bilanciata nei suoi componenti al fine di non incorrere a carenze nutrizionali; come se i vegetariani fossero così sprovveduti da consumare solo patate o solo polenta.

La cucina vegetariana non è questa, non è mai stata questa, al limite può essere un’alternativa saltuaria, come sfizio sporadico, come voglia di provare di tanto in tanto nuove combinazioni, nuovi gusti, ma mai come metodica ufficiale e sistematica. Tutta la ricerca scientifica dell’alimentazione igienista raccomanda la semplicità, la frugalità, il rispetto della naturalità degli alimenti, la parsimoniosa elaborazione, l’attenta combinazione, evitando incompatibili misture, strane insalate nelle quali si trova di tutto: noci, mele, arance, pinoli ecc. che nulla hanno a che vedere con le vere e salutari insalate che dovrebbero essere preponderanti in ogni pasto e non come semplice contorno in un mare di pietanze stracotte, straelaborate in cui difficilmente si riesce a percepire il gusto dell’alimento base annullato dagli intingoli, dalle misture e dalle spezie di ogni tipo.

E’ vero che quando si mangia fuori casa (o quando un onnivoro sceglie un ristorante vegetariano) si desidera provare piatti diversi da quelli che comunemente consumati, diversi dal solito piatto di spaghetti, ma la bravura sta nel preparare in modo accattivante, salutare e saporito i piatti tipici della tradizione vegetariana umana, senza alterare i sapori naturali. Tornare ai piatti semplici rispettando l’integrità degli alimenti voluta dalle leggi naturali, poche pietanze ma semplici e saporite, questa deve essere, è stata e sarà sempre il modo di mangiare dei vegetariani