Benvenuti in PARLIAMO DI SALUTE

Vogliamo informare per orientare nel campo della salute e del benessere della persona. Ponete domande,vi daremo risposte attraverso l'esperienza degli esperti.



Leggete i nostri articoli per entrare e conoscere le ultime novità internazionali che riguardano i progressi della medicina.



Sarà affrontato anche il campo delle medicine alternative e della psicoanalisi.



Pubblicheremo inoltre interessanti articoli di storia della medicina.

9 apr 2012




Che cos’è l’emicrania? Quali sono le cause e come la si può curare?
Generalmente l’emicrania inizia con un dolore sordo che in seguito si trasforma in dolore pulsante, il più delle volte avvertito in corrispondenza delle tempie, oppure della fronte o della nuca, in uno o in entrambi i lati della testa. Il dolore di solito è accompagnato da diversi sintomi associati:

■nausea,
■vomito,
■sensibilità alla luce e al rumore.
Alcune persone (circa il 15 per cento di coloro che soffrono di emicrania) soffrono di aura prima degli attacchi. Si pensa che l’emicrania sia provocata dalle reazioni chimiche che hanno luogo all’interno del cervello. Tra le terapie troviamo farmaci da banco o con obbligo di ricetta, ma anche tecniche di auto-aiuto come il rilassamento e il biofeedback.

Che cos’è l’aura?
Il 15-20% circa di coloro che soffrono di emicrania presenta l’aura, cioè un insieme di sintomi neurologici che si verifica prima dell’attacco di mal di testa. Durante l’aura è possibile: vedere linee ondulate o frastagliate, puntini o luci che lampeggiano, oppure avere una visione a tunnel o punti ciechi in uno o in entrambi gli occhi. L’aura può provocare allucinazioni visive o uditive, oppure disturbi dell’odorato, del gusto o del tatto (è possibile avvertire strani odori). Tra gli altri sintomi ricordiamo l’intorpidimento, la sensazione di formicolio oppure la difficoltà a ricordare o a pronunciare le parole giuste. Questi eventi neurologici possono durare fino a un’ora e si affievoliscono quando l’attacco di mal di testa ha inizio.

Quali sono i fattori scatenanti?
Alcuni fattori fisici o ambientali, come gli alimenti, i cambiamenti ormonali, le condizioni atmosferiche e lo stress sono in grado di provocare o scatenare l’emicrania, tuttavia è importante ricordare che i fattori scatenanti sono diversi a seconda del paziente. Proprio per questo, per prevenire gli attacchi, dovete sapere quali sono i fattori più rilevanti nel vostro caso e quali sono i fattori che invece non sono collegati al vostro mal di testa. Tenere un diario del mal di testa è un modo efficace per tenere traccia dei fattori scatenanti: vi aiuterà a descrivere meglio al vostro medico le caratteristiche del disturbo.

L’emicrania dipende dalle condizioni atmosferiche?
Il sole a picco, il caldo, il tempo umido e le variazioni significative della pressione atmosferica possono causare o scatenare un attacco di emicrania in alcuni pazienti, tuttavia le ricerche hanno dimostrato che il tempo atmosferico non è un fattore scatenante valido per tutti coloro che ne soffrono.

C’è un collegamento tra l’emicrania e gli ormoni?
Gli ormoni danno inizio a molte delle funzioni dell’organismo e contribuiscono alla loro regolazione, mantenendo il corpo in equilibrio in un ambiente esterno che si modifica costantemente. Lo squilibrio dei livelli ormonali, che si verifica ad esempio durante il ciclo mestruale, la gravidanza o la menopausa, può provocare un attacco in circa tre quarti delle donne che soffrono di emicrania.

Chi soffre di emicrania è più a rischio di attacchi cardiaci?
La gravità degli attacchi di emicrania spesso induce i pazienti a temere che sia in corso un attacco cardiaco, ma in realtà la probabilità che l’attacco provochi un infarto è molto bassa (attenzione: “molto bassa” significa che è comunque possibile che l’infarto sia collegato all’emicrania). Nei pazienti di età inferiore ai 40 anni, infatti, il più comune tra i fattori associati all’infarto è proprio l’emicrania. Tuttavia, nell’arco della vita, l’incidenza dell’emicrania può in realtà essere collegata ad un minore rischio di decesso per malattie cerebrovascolari provocate dall’infarto.

Quali sono i farmaci per la terapia sintomatica dell’emicrania?
I farmaci per la terapia sintomatica, detta anche terapia acuta, vengono usati per curare il mal di testa quando l’attacco è già in corso. Tra i farmaci per la terapia sintomatica o acuta troviamo diversi farmaci da banco, i FANS, l’ergotamina e i triptani.

Che cosa sono i triptani?
I triptani sono la classe di farmaci più innovativa usata nella terapia sintomatica specifica dell’emicrania, oltre ad agire come vasocostrittori, moderano alcune delle reazioni chimiche che avvengono all’interno del cervello. I triptani agiscono sui recettori cerebrali, contribuendo a correggere gli squilibri della serotonina, un neurotrasmettitore. Si ritiene che gli squilibri nei livelli della serotonina siano una delle cause principali dell’emicrania.

I farmaci da banco contro il mal di testa sono efficaci?
I farmaci da banco, cioè quelli per cui non è necessaria la ricetta del medico, possono essere efficaci per alleviare il dolore e i sintomi associati all’emicrania, se questi hanno intensità lieve o moderata. Tuttavia, prima di iniziare un qualsiasi programma terapeutico, dovreste consultare il vostro medico.

Esistono terapie preventive per l’emicrania?
Le terapie preventive, definite anche terapie di profilassi, vengono usate per diminuire la frequenza, la gravità e la durata degli attacchi. La maggior parte dei farmaci preventivi all’inizio era stata pensata per curare altri disturbi, come le convulsioni, la depressione o l’ipertensione. Tra i farmaci preventivi troviamo gli antiepilettici, gli antidepressivi, i betabloccanti, i calcio-antagonisti e i FANS (antinfiammatori non steroidei).

Perché si usano gli anticonvulsivanti per curare l’emicrania?
La maggior parte dei farmaci preventivi all’inizio era stata pensata per curare altri disturbi, come le convulsioni, la depressione o l’ipertensione. Negli ultimi anni, però, è aumentato l’interesse nei confronti degli antiepilettici (noti anche come anticonvulsivanti) per la prevenzione dell’emicrania, perché sia l’epilessia sia questa forma di mal di testa potrebbero essere causate da reazioni simili che avvengono all’interno del cervello.

Perché si usano gli antidepressivi per curare l’emicrania?
La maggior parte dei farmaci preventivi per l’emicrania all’inizio era stata pensata per curare altri disturbi, come le convulsioni, la depressione o l’ipertensione. Gli antidepressivi di solito vengono usati per curare i pazienti affetti da depressione, ma sono anche in grado di diminuire la frequenza degli attacchi di emicrania, perché regolano i livelli di determinate sostanze chimiche presenti nel cervello.

Quali terapie alternative possono essere usate per curare l’emicrania?
L’espressione terapie alternative viene usata frequentemente per descrivere tutte le terapie che non rientrano nell’ambito della medicina occidentale convenzionale. Tra le medicine alternative più conosciute ricordiamo l’agopuntura, l’agopressione e lo yoga. Un’altra terapia alternativa molto famosa è quella erboristica, perché si ritiene che alcune erbe siano in grado di alleviare il mal di testa. Prima di iniziare una qualsiasi terapia alternativa, chiedete consiglio al vostro medico.

Che cos’è la cefalea tensiva? Quali sono le cause e come la si può curare?
La cefalea tensiva è un tipo di mal di testa che si verifica senza alcuna ricorrenza precisa e spesso è la conseguenza di situazioni temporanee di stress, ansia, affaticamento o ira. Tra i sintomi troviamo: il dolore alle tempie, la sensazione di avere una fascia che si stringe intorno alla testa (come se si stringesse una morsa), la sensazione di qualcosa che tira o preme sulla testa e la contrazione dei muscoli del capo e del collo. Il mal di testa inizia sulla fronte, sulle tempie oppure sulla nuca. Le terapie per la cefalea tensiva possono comprendere farmaci da banco oppure con obbligo di ricetta, oppure tecniche di auto-aiuto come il rilassamento e il biofeedback.

Che cos’è la cefalea a grappolo? Quali sono le cause e come la si può curare?
La cefalea a grappolo si chiama così perché gli attacchi non sono singoli, ma si verificano in gruppo. Il dolore manifesta pochi sintomi premonitori o addirittura nessuno e di solito è unilaterale; può essere accompagnato da lacrimazione, rossore dell’occhio e naso che cola, solo dal lato colpito. Si ritiene che la cefalea a grappolo sia provocata da reazioni chimiche che avvengono all’interno del cervello: il disturbo viene descritto come il più grave e intenso tra tutti i tipi di mal di testa. Tra le terapie della cefalea a grappolo troviamo determinati farmaci con obbligo di prescrizione e l’ossigeno.

Che cos’è il mal di testa da sinusite? Quali sono le cause e come lo si può curare?
Quando un seno nasale si infiamma, di solito come conseguenza di una reazione allergica, di un tumore o di un’infezione, questa causerà un dolore localizzato. Se il medico diagnostica che la causa del mal di testa è l’ostruzione del seno nasale, provocata ad esempio da un’infezione, probabilmente avrete la febbre e una radiografia confermerà l’ostruzione del seno nasale. La terapia consigliata dal vostro medico comprenderà probabilmente un antibiotico per l’infezione, ma anche farmaci antistaminici o decongestionanti.

Che cos’è la cefalea da rebound? Quali sono le cause e come la si può curare?
Se si assumono farmaci per la terapia sintomatica della cefalea con eccessiva frequenza (per più di due giorni a settimana) o in quantità eccessive (maggiori rispetto a quanto indicato sul foglio illustrativo o nella prescrizione medica), si può verificare un disturbo noto come cefalea da rebound. In questo tipo di mal di testa i farmaci non solo non sono efficaci per alleviare il dolore, ma iniziano a provocare direttamente l’attacco. I medici curano la cefalea da rebound diminuendo poco a poco i dosaggi del farmaco, a volte sostituendolo gradualmente con una terapia o un farmaco di tipo diverso. Smettere di assumere un farmaco può rivelarsi difficile, ma abusarne con regolarità aumenta la probabilità di soffrire di effetti collaterali anche gravi. Rivolgetevi al medico se usate abitualmente farmaci contro il mal di testa per più di due giorni a settimana oppure con dosaggi maggiori rispetto a quelli indicati sul foglio illustrativo.

Che cos’è il biofeedback?
Il biofeedback è una tecnica di auto-aiuto che usa una speciale apparecchiatura per monitorare le reazioni fisiche involontarie dell’organismo, come la respirazione, il battito cardiaco, la temperatura, la tensione muscolare e l’attività cerebrale. Il biofeedback vi aiuta a migliorare e perfezionare gli esercizi di rilassamento, insegnandovi a controllare le reazioni fisiche connesse allo stress. Un vantaggio importante della pratica del biofeedback è il fatto che, una volta imparata la tecnica, non è più necessario usare alcuna apparecchiatura.

Il mal di testa è ereditario?
Secondo recenti stime circa 29,5 milioni di persone nei soli Stati Uniti soffrono di emicrania. Tra di essi, l’80% (quattro persone su cinque) riferisce precedenti famigliari di emicrania, ma i ricercatori non sanno con esattezza se si tratta di una predisposizione genetica od ambientale. Nonostante quest’incertezza è possibile affermare che un bambino ha il 50 per cento di probabilità di soffrire di emicrania se uno dei genitori soffre di questo disturbo e il 75 per cento di probabilità se entrambi i genitori ne soffrono.

Anche i bambini possono soffrire di mal di testa?
Prima di arrivare alla scuola superiore la maggior parte dei ragazzi ha già sofferto almeno una volta nella vita di mal di testa di un qualche tipo. Tuttavia, quando il pediatra scopre la causa e il tipo di mal di testa, è possibile usare diversi approcci e terapie farmacologiche sicure ed efficaci, in grado di prevenire la ricorrenza del mal di testa o di interromperlo se l’attacco è già in corso.

Perché il mal di testa arriva puntuale solo nel fine settimana?
Le modifiche dei ritmi sonno-veglia (ad esempio se si dorme troppo o troppo poco) possono provocare il mal di testa. È consigliabile cercare di dormire sempre lo stesso numero di ore per notte e di svegliarsi sempre alla stessa ora, anche durante il fine settimana.

Quanti tipi di mal di testa ci sono?
Secondo la National Headache Foundation, esistono due categorie principali di mal di testa: primario/benigno (cefalea tensiva, emicrania, cefalea a grappolo) e secondario (con cause organiche). Tutti i mal di testa ricadono in una di queste due categorie, a seconda delle cause e dei sintomi.

Una persona può soffrire di diversi tipi di mal di testa?
È abbastanza frequente che un individuo soffra di diversi tipi di mal di testa. Secondo il dottor Seymour Diamond, direttore della National Headache Foundation, le persone con problemi di mal di testa misto, ad esempio affette contemporaneamente da emicrania e da cefalea tensiva, sono tutt’altro che rare.

Per la diagnosi e la cura del mal di testa, a che genere di medico devo rivolgermi?
Se siete alla ricerca di una cura per il mal di testa, iniziate a consultare il medico di famiglia. Chiedetegli che esperienza ha sull’argomento, quali approcci terapeutici adotta, compresi i metodi di classificazione del mal di testa, le modalità di diagnosi e i tipi di terapia. Il medico può decidere di indirizzarvi verso uno specialista se manifestate sintomi particolari o se avete altri problemi di salute (diabete, allergie) per cui sia necessario un approccio globale al vostro disturbo.

Traduzione di Elisa Bruno

Revisione scientifica e correzione a cura del Dr. Guido Cimurro (farmacista)

- i comportamenti alimentari influenzati da dove si fa la spesaFare la spesa al supermercato ingrassa

A seconda di dove si fa la spesa potremmo essere più o meno in sovrappeso

+ La misura del girovita del bambino predice i rischi per la salute futuraUno studio mette in evidenza le differenze tra il fare la spesa nei discount o nei supermercati a seconda del grado d’istruzione dei consumatori, la vicinanza del punto vendita. Nei diversi casi questi fattori possono condizionare il peso corporeo
Fare la spesa in un posto o in un altro non fa differenza? A quanto pare, no. A seconda infatti di dove si fanno i propri acquisti, e il tutto abbinato al proprio grado di istruzione e livello sociale si è più o meno a rischio sovrappeso. Ecco quanto suggerisce un nuovo studio pubblicato su PLoS ONE.

L’analisi multilivello è stata condotta dai ricercatori francesi dell’INSERM (Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale) coordinati dal dottor Basile Chaix, ed è durata un anno: dal 2007 al 2008.
Durante questo periodo, i ricercatori hanno osservato le abitudini di acquisto di oltre 7mila consumatori, scoprendo che soltanto nella misura dell’11,4 percento gli acquisti venivano fatti nel proprio quartiere. Per tutti gli altri, in particolare quando si trattava si “spesa grossa” i cittadini sono soliti spostarsi per raggiungere il supermercato che ritengono migliore.

Per “migliore” non s’intende necessariamente che commercializzi prodotti di qualità, ma è un parametro di confronto personale che può comprendere varietà e disponibilità di prodotti, ma più spesso prodotti meno cari.
Così è accaduto che l’analisi ha evidenziato come un basso livello di istruzione, l’acquisto di prodotti in prevalenza presso discount fosse associato a un più altro BMI (Indice di Massa Corporea) e un girovita più largo. La stessa cosa si è tuttavia notata quando i consumatori per gli acquisti si dovevano recare distante dal loro quartiere.
«Fare la spesa al discount è stato più fortemente associato a un peso corporeo superiore e grasso addominale tra i partecipanti con basso livello d’istruzione rispetto ai partecipanti istruiti», ha spiegato il dottor Chaix.

Non tutti i parametri pare influiscano sul peso corporeo e la larghezza del girovita; difatti le dimensioni del supermercato o la qualità non hanno determinato variazioni nei risultati.
Se un precedente studio si era concentrato sull’influenza che poteva avere l’ambiente in cui si vive – in questo caso il quartiere – sui comportamenti alimentari delle persone, questo nuovo studio ha invece preso in considerazione lo specifico comportamento personale che può anche non essere influenzato dal contesto in cui si vive.
In ogni caso, i ricercatori concludono che i diversi comportamenti delle persone quando sono al supermercato possono essere indicativi per avviare strategie sanitarie atte a modificare il comportamento d’acquisto alimentare direttamente nei supermercati, in modo da favorire scelte più consapevoli e sane.
[lm&sdp]

4 apr 2012


- stress e patologie cognitive

Alzheimer, lo stress potrebbe esserne una causa

Lo stress accusato di essere promotore di malattie come l'Alzheimer - + Dalla Medicina Ayurvedica una speranza per l’AlzheimerTroppo stress è stato collegato al rischio di sviluppare l’Alzheimer da un nuovo studio
Un aumento del rilascio degli ormoni dello stress, causerebbe a sua volta la produzione di una proteina che provoca la perdita della memoria. Questo è quello che hanno scoperto in un nuovo studio un team di ricercatori tedeschi del Max Planck Institute of Psychiatry di Monaco, insieme ai colleghi portoghesi dell’Università di Minho a Braga.

La sostanza accusata di causare problemi di memoria e una proteina “tau” che, se diventa iperfosforilata, si aggrega con altre unità di tau. Queste, insieme, finiscono per dare vita a grovigli neurofibrillari. Tutto questo si traduce in un collasso strutturale che causa problemi di comunicazione fra i neuroni. Lo stadio finale è la morte di questi.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, è stato condotto su modello animale e mostra come in un gruppo di topi sottoposti a stress continuo si è verificata un aumento del rilascio di ormoni dello stress con conseguente maggiore produzione di proteina tau.
Il risultato di questo processo è una moria di cellule nervose, in particolare nell'ippocampo, la zona del cervello che svolge un ruolo importante nell’apprendimento e nella memoria, così come nella corteccia prefrontale, la quale regola funzioni cognitive superiori, spiegano i ricercatori.

«I nostri risultati indicano che gli ormoni dello stress e lo stress possono causare alterazioni della proteina tau, come quelle che sorgono nella malattia di Alzheimer. Considerare lo stress una delle cause dell’Alzheimer apre nuove frontiere nella prevenzione di questa patologia neurodegenerativa », conclude il dottor Osborne Almeida del Max Planck Institute, che ha coordinato lo studio.
Attenzione allo stress, quindi. Anche se è più facile a dirsi che farsi.
[lm&sdp]

- lo stress può provocare sintomi simili alla demenzaPerdita di memoria improvvisa. Non sempre è indice di malattia

Improvvisi cali di memoria possono essere causati da una situazione stressante, ma essere transitori
Giornata Nazionale contro l’Alzheimer

Episodi di perdita di memoria improvvisa possono essere generati da situazioni di stress cui, specie l’anziano, può reagire con atteggiamenti che fanno pensare a sintomi di un possibile insorgere di malattia. Ma la diagnosi può non essere corretta e l'evento rivelarsi soltanto un episodio a sé
Se un adulto o un anziano è esposto a una situazione particolarmente stressante – almeno per lui – può reagire con un senso di smarrimento o una perdita di memoria.
Per molti, questo potrebbe essere un segnale di malattia che sta sviluppandosi, come una demenza o l’Alzheimer. Tuttavia, a provocare questo genere di fenomeno potrebbe essere soltanto lo stress del momento. Secondo gli scienziati canadesi, infatti, in queste situazioni che possono mettere sotto pressione, molte persone si ritrovano sotto l’influenza del cortisolo – l’ormone dello stress – che il proprio corpo produce in maggiori quantità in situazioni particolari.

Ecco pertanto che una possibile diagnosi basata soltanto sul riportare questi episodi potrebbe essere, per così dire, azzardata. Questo è quanto ritengono i ricercatori del Sonia Lupien preso il Centre for Studies on Human Stress (CSHS) del Louis-H. Lafontaine Hospital, in collaborazione con l’Università di Montréal, che hanno condotto uno studio in cui si afferma come di fronte a una situazione stressante la memoria possa essere condizionata in breve tempo, in particolare nei soggetti anziani.

«Sappiamo che quando una situazione è nuova, imprevedibile, incontrollabile o minaccioso per l’ego, porta alla produzione di ormoni dello stress – spiega Shireen Sindi, autore principale dello studio – Questi stessi ormoni hanno anche la capacità di raggiungere il cervello e generare disturbi della memoria acuti, soprattutto negli adulti più anziani».
Una situazione che, a prima vista e specialmente se questi episodi si ripetono, potrebbe far pensare a un problema più serio. Tuttavia, come ricordano i ricercatori, in questi casi si tratta di un problema transitorio.

I 150 partecipanti allo studio sono stati oggetto di una serie di test per le abilità cognitive e di memoria dopo essere stati sottoposti a un’altrettanta serie di situazioni stressanti come, per esempio, il recarsi in un luogo sconosciuto e difficilmente accessibile, e altre situazioni d’incertezza.
Durante i test condotti dopo l’esperienza, i volontari hanno mostrato un calo nelle prestazioni che potrebbero indurre a credere che, per somiglianza, ci si trovi di fronte ai sintomi di una malattia come l’Alzheimer. E che la situazione sia soltanto dovuta alla situazione stressante lo dimostrano gli altri test condotti in condizioni di familiarità, in cui gli anziani hanno mostrato di avere praticamente le stesse prestazioni degli adulti più giovani.
«Abbiamo dimostrato che quando gli adulti più anziani sono valutati in condizioni di stress, producono ormoni dello stress che riducono la loro memoria», sottolinea Sindi.
I risultati dello studio sono stati presentati ieri dai ricercatori del CSHS durante la Giornata scientifica dedicata alla memoria che ha per titolo “When we test, do we stress?”.
[lm&sdp]

Drammatico aumento di casi di cancro della pelle

Sono sempre più in aumento i casi di melanoma (il cancro della pelle), in particolare tra le giovani donne

+ L'esposizione ai raggi UVA non sarebbe causa di melanomaI tassi di cancro della pelle, tra cui il temuto melanoma, sono in costante aumento, soprattutto tra i giovani adulti. L’allarme degli esperti
I casi di cancro della pelle pare siano in costante aumento, compreso il temuto e pericoloso melanoma, avvertono gli scienziati. Soprattutto tra i giovani adulti – quelli sotto i 40 anni. E' dunque allarme, e quello degli esperti della Mayo Clinic arriva non a caso in concomitanza all’appello degli oncologi dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) riunti a Napoli dal 31 marzo al 1 aprile 2012 per il “Convegno Nazionale Nuove Frontiere nel Trattamento del Melanoma”.

Gli esperti italiani pongono l’accento sull’importanza della prevenzione, in particolare nei bambini, ricordando che il cancro della pelle è un male difficile.
«La battaglia contro questa forma di cancro è difficile – spiega il prof. Carmine Pinto, segretario nazionale AIOM – ma si può vincere ponendo più attenzione a semplici regole di prevenzione. Troppe persone si espongono al sole senza precauzioni, in particolare i bambini rappresentano l’“anello debole” della catena. Un richiamo da tenere in considerazione soprattutto in questi mesi, in cui molti approfittano del fine settimana per prendere un po’ di “colore”. Vanno inoltre totalmente bandite le lampade abbronzanti che, secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), aumentano il rischio di melanoma del 75%, al pari del fumo di sigaretta, se utilizzate prima dei 30 anni».

Tornando tuttavia all’allarme lanciato dagli esperti statunitensi si scopre nel comunicato, seguito alla pubblicazione dei risultati sul Mayo Clinic Proceedings, che l’aumento dei casi di melanoma si verifica con sempre maggiore incidenza nei soggetti sempre più giovani, e in particolare nelle donne.
«Avevamo previsto che avremmo trovato tassi crescenti, come altri studi suggeriscono – spiega l’autore principale dello studio il dermatologo dr. Jerry Brewer – ma abbiamo rinvenuto un’incidenza ancora superiore a quella riportata dal National Cancer Institute utilizzando il "Surveillance, Epidemiology and End Result database" e, in particolare, un aumento drammatico nelle donne tra i 20 e i 30 anni». Gli scienziati hanno anche scoperto che l’incidenza del melanoma è aumentata di otto volte tra le giovani donne e quattro volte tra i giovani uomini.

Lo studio ha poi rilevato che vi è una tendenza diversa in base all’età delle persone. Per esempio, in linea generale il rischio durante il corso della vita di sviluppare un melanoma è maggiore nei maschi rispetto alle femmine, ma la situazione si inverte quando si tratta di giovani adulti e adolescenti.
«Un recente studio ha riferito che le persone che fanno uso di lettini abbronzanti interni spesso hanno il 74 percento più probabilità di sviluppare melanoma, e sappiamo che le giovani donne sono più propense a utilizzarli che non i giovani maschi – sottolinea Brewer – Nonostante la gran quantità di informazioni sui pericoli dei lettini abbronzanti, le giovani donne continuano a usarli».

Ecco dunque che, sebbene le informazioni non manchino, spesso la voglia di apparire più abbronzati ha la meglio sul buonsenso.
[lm&sdp]

31 mar 2012


31/03/2012 - yogurt arricchiti di acidi grassi essenzialiYogurt, il miglior mezzo per assumere omega-3

Gli scienziati hanno ideato uno yogurt arricchito di acidi grassi essenziali come gli omega-3 che si trovano nel pesce
connubio yogurt e acidi grassi essenziali omega-3 pare sia l’ideale per assumere adeguati livelli di questi preziosi componenti che si trovano naturalmente nel pesce
Non tutti riescono ad assumere una giusta quantità di acidi grassi essenziali come gli omega-3. Quantità che servirebbe per favorire la salute generale e, più in particolare, quella cardiovascolare.

Questo genere di acidi grassi si trova naturalmente nel pesce. Tuttavia, non sempre si riesce a mangiare pesce, per diversi motivi. Questi possono essere difficoltà di reperire questo genere di alimenti, difficoltà economiche e non ultimo, scelte di vita o etiche.
Nel caso, ci sono sempre le capsule, anche in questo caso però non tutti possono assumerle.
Una possibile soluzione al problema arriva dal suggerimento offerto dagli scienziati della Virginia Tech (Virginia Polytechnic Institute and State University), i quali hanno dimostrato che un mezzo ideale per veicolare gli omega-3 è lo yogurt.

«La popolarità internazionale dello yogurt e le proprietà di promozione della salute con probiotici, Sali minerali, vitamine, proteine del latte suggeriscono che lo yogurt potrebbe essere un ottimo veicolo per la fornitura di acidi grassi n-3 – spiega Susan E. Duncan, professore e Direttore del Macromolecular Interfaces with Life Sciences Program, Food Science and Technology, Virginia Tech – Le recenti innovazioni nei sapori esotici dello yogurt forniscono opportunità di innovazione. Abbiamo testato diversi livelli di olio di pesce in uno yogurt aromatizzato al peperoncino e lime, e abbiamo scoperto che una concentrazione dell’1 percento di olio di pesce, che fornisce più della dose giornaliera raccomandata, potrebbe essere ammissibile per una grande percentuale della popolazione generale, e ha un mercato potenziale tra i consumatori più attenti alla salute e alla nutrizione».

I ricercatori, per testare l’apprezzamento da parte delle persone di uno yogurt con un aroma salato, piuttosto che dolce, hanno così condotto uno studio preliminare utilizzando questo prototipo di yogurt aromatizzato al peperoncino e lime.
I risultati dello studio sono stato pubblicati sul Journal of Dairy Science, e indicano che non tutti i partecipanti allo studio, diviso in due fasi, apprezzavano il gusto prodotto dalla combinazione del peperoncino e gli acidi grassi omega-3, specialmente quando dovevano assaggiare i campioni contenenti gli omega-3 ossidati – che pare abbiano un sapore molto accentuato di pesce.

«L’Innovazione in un aroma amaro-salato in combinazione con le potenti funzionalità salutari degli acidi grassi n-3 acidi e le componenti del latte è di interesse per un ampio segmento della popolazione consapevole e attenta circa la salute e la nutrizione. Per queste persone esiste un potenziale mercato», ha concluso la professoressa Duncan.
Potrebbe quindi essere possibile che, un giorno o l’altro, si possano trovare nei box frigo dei supermercati degli yogurt salati al gusto “pesce”, o forse meglio camuffato con altri sapori, anche se non dolci. Sì, meglio.
[lm&sdp]

29 mar 2012


28/03/2012
ALZHEIMER, QUALI SPERANZE PER I MALATI? LIBRO DI GIAN UGO BERTI

La migliore medicina contro l’Alzheimer rimane la solidarietà. Ad un secolo dalla scoperta, questa drammatica forma di demenza non trova ancora una cura concreta,lasciando di fatto mezzo milione d’italiani al sostegno delle famiglie (dove esistano), mentre lo Stato è praticamente incapace ad arginare una domanda di salute così complessa,pressante e drammatica.

Nella leggenda popolare è il “grande buio”,silenzioso ed inesorabile, che avvolge,umilia e soffoca l’essenza stessa della persona, fino a ridurla inerte materia. Sul palcoscenico della tragedia, si confrontano così due attori, il malato ed il medico. Un rapporto umano che finisce per assottigliarsi e sbiadire davanti all’inefficacia delle cure ed alla carenza delle strutture sanitarie. Un distacco forse annunciato, contenuto comunque dal ruolo degli affetti familiari e,in chiaro-scuro,del supporto sociale. Sono i due volti della malattia che incidono ancor più se, sotto il camice bianco, vivono assieme il figlio ed il medico. Tutto ed il contrario di tutto s’agita nella mente di chi debba prendere decisioni sapendo di non poter guarire e di chi voglia continuare a credere che fino a quando ci sia vita,c’è speranza. Meglio, cento volte meglio morire all’improvviso, conclude Gian Ugo Berti,presentando a Roma il libro “Ho parlato di te (Aletti Editore), perchè se sapere di morire svanendo nel buio e drammatico, svanire nel buio sapendo di morire lo e ancora di piu.

26 mar 2012


meno rapporti sessuali a causa delle preoccupazioniEcco come la crisi economica colpisce la nostra vita in coppia

Lo stress causato dalla crisi economica nazionale influisce negativamente sulla vita e le relazioni di coppia
12milioni di italiane perdono il sorriso e la libidoLo stress generato dalla recessione e l’incertezza del futuro si ripercuote in negativo sulla nostra vita, i rapporti e le relazioni di coppia
La crisi economica ci gioca brutti scherzi, non solo nel portafogli sempre più vuoto, ma anche a livello psico-fisico. Così stress, incertezza per il futuro, ansia e quant’altro si ripercuotono negativamente sulla nostra vita, in particolare quella di coppia – che poteva essere l’ultima ancora di salvezza per trovare un po’ di conforto.

A mettere in luce, il buio che è sceso nelle coppie è stata un’indagine condotta per conto della rivista Good Housekeeping, che ha coinvolto oltre 1.000 persone di entrambi i sessi e di età compresa tra i 35 e i 64 anni.
La ricerca voleva stabilire se e quanto il periodo di recessione avesse influito sulle relazioni di coppia. Analizzando le risposte fornite dagli intervistati è emerso che nell’ultimo anno la voce “amore” ha imboccato il viale del tramonto: ben più di un quarto delle coppie ha dichiarato di aver fatto all’amore meno dell’anno precedente. Il motivo principale? Stanchezza per le donne e mancanza di libido da parte degli uomini a causa, manco a dirlo, delle preoccupazioni finanziarie.

La ricercatrice principale, dottoressa Linda Kelsey, ritiene che a concorrere al declino dei rapporti intimi tra le coppie vi siano i lunghi orari lavorativi, l’attenzione da dedicare alla famiglia e ai figli.
«Una volta che in una relazione i fuochi d’artificio ormonali dell’attrazione iniziale si sono placati, il “warm-up and cool-down” [attività e rilassamento] del sesso diventa ancora più importante, ma queste sono cose che cadono nel dimenticatoio quando arrivano tutte le altre responsabilità di vita famigliare e lavorativa», commenta Kelsey al Daily Mail.
E come influiscono tutte queste responsabilità lo confermano le risposte degli intervistati. Per esempio, un quarto degli uomini ha dichiarato che il proprio partner, rispetto all’anno passato, ha perso interesse nei confronti del sesso, contro il 15 percento delle donne.
Sebbene le persone sentano questo problema, ben il 92 percento delle donne e il 91 percento degli uomini ha comunque detto di essere ancora attratto da proprio partner, e che il calo dell’attività sessuale è dovuto a pressioni esterne, in particolare le preoccupazioni finanziarie.

Questa situazione dovuta alla crisi non stupisce i consulenti. «Quando siamo stressati il nostro corpo produce gli ormoni dello stress che possono influire molto negativamente sulla libido – spiega la dottoressa Paula Hall – Gli uomini hanno fino a 40 volte più testosterone rispetto alle donne, che dà loro un impulso sessuale molto più urgente che li porta oltre la stanchezza fisica». Cosa che invece influisce di più sulle donne, le quali hanno il doppio di probabilità di risentire della stanchezza.
«Questo non significa necessariamente che le donne sono più stanche degli uomini, ma fattori ambientali come la stanchezza e l’umore avranno più effetto sul desiderio sessuale delle donne. In più, le donne si tendono anche ad avere meno ore di sonno rispetto agli uomini», conclude Hall.
E così alla fine a rimetterci sono tutti, e la qualità della vita peggiora… come se non fosse già abbastanza dura.
[lm&sdp]

13/03/2012 - condividere il cibo alla base dell'unità di coppiaLe coppie più unite? Quelle che mangiano insieme, letteralmente

Scambiarsi il cibo è sinonimo di coppia unita, ma anche un modo per aumentare le difese immunitarie
Il condividere il cibo è visto dalle persone come una chiara indicazione che la coppia è unita e affiatata. Secondo gli scienziati, lo scambio di cibo "contaminato" migliora le difese immunitarie. Lo studio
Dividere il proprio cibo con la compagna o il compagno è indice di affiatamento e unità di coppia.
Non solo per la coppia che mette in pratica questo atteggiamento, ma anche agli occhi di chi osserva la scena, secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’Università Clemson della California del Sud.

Immaginate quindi la scena, lei che spizzica del cibo e poi lo passa a lui, che avvicina la propria bocca e assapora quanto offertogli… Una scena che ispira tenerezza – o anche erotismo, se volgiamo – ma che agli occhi di chi osserva invia un messaggio inequivocabile: quella coppia è unita.
Non lo diciamo noi, ma uno studio pubblicato sulla rivista Appetite e condotto da un team ricercatori coordinati dal dottor Thomas Alley a cui hanno preso parte 118 volontari di entrambi i sessi.

Ai volontari i ricercatori hanno fatto visionare una serie di filmati della durata di meno di 1 minuto in cui si vedeva una coppia scambiarsi il cibo.
In alcuni di questi video era l’uomo ad alimentare con il proprio cibo la donna; in altri era la donna ad alimentare lui, sempre dopo aver prima dato un morso al cibo. In altri video lui dava a lei il cibo senza averlo morsicato; in altri così faceva la donna. Infine, in altri ancora ognuno mangiava senza dare nulla all’altro.
«La condivisione può comunicare un significato particolare se il cibo è “contaminato” dalla condivisione dei germi dell’altra persona – spiega il dottor Alley – come per esempio la condivisione di un cucchiaio o il mangiare lo stesso piccolo prodotto alimentare».

La dimostrazione che la coppia è unita ha tuttavia anche un impatto sanitario, sostengono gli autori dello studio. Infatti, il condividere insieme al cibo anche i germi contenuti nella saliva pare abbia un effetto protettivo contro alcuni virus. Questo, fanno notare i ricercatori, avviene in molte specie animali e non solo nell’uomo.
A ogni modo, al compito di valutare quanto secondo i volontari le coppie nei video fossero affiatate, attratti l’uno dall’altra e unite – con buone prospettive per il futuro – i partecipanti hanno indicato proprio le coppie che condividevano il cibo dopo averlo assaggiato. Il giudizio era lo stesso sia che a offrire il proprio cibo fosse la donna o l’uomo, con una propensione maggiore all’attrattività se a offrire il cibo fosse stato l’uomo – visto nell’immaginario collettivo come la persona che si occupa di procurare il cibo.

«I video con l’offerta di prodotti “contaminati” hanno costantemente prodotto rating più elevati circa il “coinvolgimento” rispetto a quelli che mostravano una condivisione non contaminata che, a sua volta, ha mostrato rating più elevati rispetto a quelli che non mostravano comportamenti alimentari di coinvolgimento», ha aggiunto Alley.
C’è dunque un maggiore coinvolgimento nel rapporto quando si condivide il cibo e una maggiore accettazione dell’altro. «I casi di condivisione di alimenti “contaminati” ha qualche somiglianza con la respirazione bocca a bocca, il bacio, nel senso che entrambi riflettono la volontà di accettare la “contaminazione” biologica da parte dell’altra persona», conclude Alley.
Contaminati e felici dunque.
[lm&sdp]

20 mar 2012


Medicina
19/03/2012 - le proprietà analgesiche di un'erba amazzonicaMal di denti: riscoperto un antico efficace rimedio

C'è un apianta amazzonica che fa passare il mal di denti anche se solo masticata
popolo Inca si è riscoperto un rimedio efficace nel sedare il mal di denti e trattare ascessi e ulcere. Potrebbe anche sostituire le attuali anestesie
Antichi rimedi per mali antichi – e moderni – come il mal di denti. Un male che spesso assume proporzioni difficili da gestire e che può davvero essere insopportabile.
I rimedi? Quello più immediato, un antidolorifico – ammesso che faccia effetto – e poi recarsi al più presto dal dentista.

Ma, a parte il dentista, ci sono alternative all’uso degli antidolorifici che, come tutti i farmaci, possono avere effetti indesiderati? A quanto sembra sì. Ed è pure efficace.
È una pianta tropicale conosciuta con il nome di Acmella oleracea. Altresì nota con il nome di Crescione di Para, è un piccola pianta riconoscibile dai suoi bei fiori gialli. Nella medicina tradizionale si conosce da tempo per le sue doti diuretiche, digestive e antiscorbutiche. Oggi, però, una ricercatrice dell’Università di Cambridge ne ha riscoperto l’uso come analgesico che era già in essere presso l’antica popolazione Inca.

Ad aver scoperto le proprietà di curare mal di denti, ulcere e ascessi della Acmella oleracea è stata l’antropologa Francoise Barbira Freedman che ha provato proprio su se stessa quanto questa pianta potesse essere efficace.
La dottoressa Freedman ha vissuto per un certo tempo presso una tribù che vive in Amazzonia, chiamata Lamas Keshwa. Qui, Freedman, sofferente di mal di denti ha visto scomparire il dolore in breve tempo grazie all’uso da parte dello sciamano di questo rimedio erboristico.
«Stavamo camminando attraverso la foresta pluviale, e avevo un terribile fastidio per via dei miei denti del giudizio. Uno degli uomini con me lo ha notato e ha preparato un piccolo batuffolo di piante da masticare. Il dolore se ne andò», spiega Freedman al Wall Street Journal.

Forte della sua esperienza, ora la dottoressa Freedman intende produrre un gel ricavato dai principi attivi di questa piante da immettere sul mercato a beneficio di tutti coloro che soffrono di mal di denti ma non vogliono ricorrere ai farmaci tradizionali.
La decisione è arrivata quasi per caso, dopo che un suo collega neuro-scienziato le aveva chiesto di portare con sé dall’Amazzonia alcuni campioni di piante medicinali per valutarne gli effetti nel campo della ricerca neurologica. In quel frangente, Freedman si è ricordata dell’episodio del mal di denti e dell’efficacia della Acmella oleracea. Da quel momento, la piantina è diventata l’oggetto principale della ricerca.
«Quasi come un ripensamento mi sono ricordata di includere quella [pianta] che avevo usato sui miei denti – ricorda Freedman al WSJ – E' stata aggiunta in fondo alla lista, ma in qualche modo la lista si è invertita ed è diventata la prima a essere testata nel Regno Unito. E' stato subito un successo e non ci siamo mai voltati indietro».

I test condotti hanno già offerto significativi risultati durante le prime due fasi di sperimentazioni cliniche. Il prossimo passo è la sperimentazione in fase avanzata.
Quello che la ricercatrice spera è di poter ricavare un rimedio che, per chi lo desidera, ponga fine alla dipendenza dagli analgesici e anestetici presenti sul mercato in forma chimica. Diventerebbe così un’alternativa naturale agli antidolorifici e anche alle iniezioni per l’anestesia utilizzare in odontoiatria.
«Questo trattamento per il mal di denti significa che potremmo anche vedere la fine di alcune pratiche come le iniezioni in chirurgia dentistica», conclude Freedman.
[lm&sdp]

16 mar 2012




Pulci: un pericolo per il cane, il gatto e la casa



LE PULCI

Le pulci adulte sono piccoli insetti bruni schiacciati lateralmente e privi di ali, talvolta visibili mentre corrono attivamente attraverso il mantello dei nostri animali, in particolare nelle zone dove il pelo è più rado, come le aree ventrali del corpo, le zampe, il collo e la testa.


Un luogo comune da sfatare è che le pulci siano presenti solo sull’animale. In realtà gli insetti adulti che vivono sull’ospite, rappresentano una piccola parte (5%) della popolazione globale. Oggi si stima che per ogni pulce adulta presente sull’animale ci siano decine di forme immature (uova, larve o pupe) disperse nell’ambiente in cui esso vive, e che le forme immature rappresentino il 95% dell’intera popolazione delle pulci.

L'infestazione da pulci riguarda sia gli animali sia l’ambiente in cui vivono, come le abitazioni dei loro proprietari.



Gli animali aggrediti dalle pulci diventano inevitabilmente dei veicoli sia trasmettendole ad altri cani e gatti che coabitano sia rilasciando le uova (attraverso ad es. la perdita di pelo) nell’ambiente domestico.



Quali sono i problemi legati all’infestazione da pulci

Le punture sono causa di deperimento e anemia ma in soggetti predisposti possono sviluppare reazioni allergiche dovute alla sensibilizzazione dell’ospite ad alcune componenti della saliva della pulce. In questi casi, poche punture sono sufficienti ad scatenare una violenta crisi pruriginosa che si manifesta con mordicchiamento, grattamento e leccamento nelle aree dorso lombari, inguine, addome, cosce, collo escoriazioni e un progressivo diradamento del mantello.
Da non trascurare la possibilità che hanno le pulci di veicolare malattie, come la Bartonellosi,

Quando a essere vittime dei parassiti sono cuccioli e gattini una forte anemia può rivelarsi particolarmente pericolosa. Così come per loro può rivelarsi molto dannoso il Dipylidium caninum, un verme piatto della famiglia delle Tenie di cani e gatti, spesso trasmesso dalle pulci, che si insedia nell'intestino dei cuccioli, causando diarrea, dimagramento e debilitazione.



Oggi possiamo proteggere efficacemente i nostri cani, gatti e la casa in cui vivono



Di recente sono stati messi in commercio preparati di comprovata efficacia e sicurezza, contenenti in combinazione una molecola adulticida e un inibitore della crescita degli insetti Sono prodotti disponibili in pipette applicabili sulla pelle tra le scapole dell’animale.

Zecche: nate per trasmettere malattie

Comincia la stagione della prevenzione









LE ZECCHE



Si tratta di piccoli aracnidi marroni o grigi non dotati di ali ma capaci di arrampicarsi su piante e animali. Vivono generalmente nei prati e nei boschi, aggredendo i loro ospiti mentre passeggiano all’aperto. Una volta raggiunta la preda si fissano alla sua pelle mediante una sorta di rostro e iniziano a succhiarne il sangue. Reperire le zecche sul corpo di cani e gatti è semplice: accarezzandoli si percepiscono piccoli rilievi cutanei duri e rotondeggianti che ad una attenta osservazione risultano dotati di zampe.



Ecologia del parassita

L'attività parassitaria delle zecche comincia in funzione della stagione, con un picco durante la primavera o l'estate. Ciò non esclude un'attività invernale, anche se solo temporanea, quando il clima diviene più mite.





Vita parassitaria

Scelta della sede del pasto

Una volta sull'ospite, la zecca si sposta in cerca di una zona ideale per nutrirsi. Si tratta in genere di aree a cute sottile come orecchie, superficie interna degli arti, scroto, mammelle ecc.



Scelto il posto, penetrano con il loro pungiglione e cominciano il pasto di sangue che dura da 4 a 7 giorni.

Gli agenti patogeni vengono trasmessi solo 48 ore dopo l’inizio del pasto di sangue



Quali i problemi

Le zecche possono causare disturbi di vario genere, dall'anemia grave a fenomeni edematosi e pruriginosi nei punti d’inoculo. La conseguenza più grave, specie se si ha un contatto prolungato con il parassita, resta l’inoculazione e la trasmissione di molteplici microrganismi responsabili di gravi malattie. Naturalmente anche in questo caso i cuccioli ed i gattini, che hanno difese immunitarie meno consolidate rispetto agli adulti, subiscono i danni più gravi.





Nel cane le malattie più importanti trasmissibili sono:

La Piroplasmosi o Babesiosi, L'Ehrlichiosi,

L'Hepatozoonosi,

Nel gatto, oltre che nel cane, può comparire l'emobartonellosi,







SI POSSONO PROTEGGERE AGENDO SU PIÙ FRONTI



Diversi prodotti sono oggi in commercio che oltre a provvedere a una prima eliminazione di pulci e zecche, continua a svolgere la sua azione antiparassitaria per almeno 30 giorni.

12 mar 2012


Frutti di bosco per ritrovare la memoria

I frutti di bosco possono essere d'aiuto nel prevenire il declino cognitivo
Forse ti interessa anche
i frutti di bosco può aiutare a prevenire la perdita di memoria legata all’avanzare dell’età
I ricercatori americani della Tufts University hanno dimostrato che i frutti di bosco possono essere benefici per il cervello e un aiuto preventivo per contrastare la perdita di memoria e il declino cognitivo con il passare degli anni.

La dottoressa Barbara Shukitt-Hale, insieme al collega Marshall G. Miller, hanno pubblicato i risultati di un loro studio revisionale sull’ACS Journal of Agricultural and Food Chemistry, in cui si evidenzia come la possibilità di prevenire il declino cognitivo permetta non solo alle persone di vivere meglio, ma abbia anche dei riflessi positivi sulla spesa sanitaria sempre più gravata dall’aumento di patologie come la demenza e l’Alzheimer.

I due scienziati hanno preso in rassegna un mole di studi riguardanti gli effetti delle bacche e condotti sia su modello animale che in laboratorio, oltre che sull’uomo.
Dall’analisi degli studi i ricercatori hanno concluso che i frutti di bosco aiutano il cervello a restare in buona salute, e lo fanno in molti modi. Per esempio, apportando buoni livelli di antiossidanti a protezione dall’attacco dei radicali liberi e altri nemici della salute. Poi, si sono notati dei benefici a livello neuronale: le sostanze contenute nei frutti di bosco prevengono l’infiammazione e proteggono i neuroni dai danni, agendo beneficamente sul controllo motorio e cognitivo da parte del cervello.

Questa prima fase del loro studio revisionale ha messo in luce i possibili vantaggi derivanti dall’assunzione dei frutti di bosco. Il prossimo passo sarà quello di stabilire se i benefici sono offerti dai singoli composti presenti in tutte le varietà di bacche o se sono dovuti a combinazioni di questi. Si tratta dunque di approfondire per comprendere meglio come agiscono queste sostanze e se vi siano differenze tra un frutto e l’altro.
Mentre aspettiamo altre notizie dagli scienziati, possiamo tranquillamente mangiarci i frutti di bosco senza troppi sacrifici, perché in realtà è proprio un piacere tanto sono buoni. Se poi sappiamo che ci fanno anche bene…
[lm&sdp]

8 mar 2012


Medicina naturale
28/02/2012 - i composti chimici del rosmarino interagiscono con il cervelloInebriamoci di Rosmarino: migliora l’umore e le prestazioni mentali

Il rosmarino piò migliorare l'umore e le prestazioni mentali

L'odore di rosmarino agisce sulle funzioni cerebrali migliorando le performance e anche l’umore. Lo studio
Prima ancora che in cucina, il rosmarino, era conosciuto nell’antichità per le sue proprietà medicinali. Addirittura scaccia malattie, tanto che si usava bruciarlo a mo’ d’incenso per combattere le pestilenze. Ma come detto i pregi del rosmarino noi li apprezziamo proprio soprattutto in cucina, nel suo tipico uso per rendere più fragranti certi piatti. Ed è proprio il suo profumo, o aroma, che sprigiona dal semplice strofinare le foglie o a contatto con il calore che uno studio ha analizzato. Ma lo ha fatto per comprendere come questo agisse sul cervello, anziché, per così dire, sullo stomaco.

E, ad aver scoperto che il profumo di rosmarino può agire sull’umore e sulle performance mentali sono stati i ricercatori Mark Moss e Lorraine Oliver del Brain, Performance and Nutrition Research Center presso la Northumbria University (Uk).
Gli scienziati hanno utilizzato per il loro studio l’1,8 Cineolo, un composto presente in buona quantità nell’essenza di rosmarino, ma anche in quelle di eucalipto e cajeput. Questo composto chimico è stato testato su un gruppo di 20 volontari per valutarne gli effetti sull’umore e le prestazioni mentali in base all’esposizione di diverse intensità di aroma.
A livello fisico, per valutare la quantità di 1,8 cineolo assorbito dai partecipanti, sono stati eseguiti degli esami del sangue.

I risultati dei test cognitivi, sull’umore e quelli del sangue hanno così mostrato una correlazione tra i livelli di 1,8 cineolo nel sangue e l’azione sull’umore e le prestazioni mentali. Gli effetti, hanno scoperto i ricercatori, erano inversamente proporzionali, ossia più vi era concentrazione di 1,8 cineolo nel sangue, migliori erano le prestazioni mentali che si mostravano sia nella velocità di esecuzione dei test che nella precisione.
Anche se meno accentuata di quella sulle performance, si è vista anche un’azione benefica sull’umore dei partecipanti, derivata dall’aroma del rosmarino.

Altro dato interessante trovato dagli autori dello studio è che l’azione di queste sostanze chimiche avviene in diversi percorsi neurochimici, in quanto si ottenevano diverse risposte sulle prestazioni mentali e sull’umore in base alla concentrazione dell’1,8 cineolo nel sangue.
A un’ulteriore valutazione dell’azione sull’attenzione e la vigilanza, il composto non ha mostrato significative connessioni.
«Soltanto la felicità aveva una relazione significativa con i livelli di 1,8-cineolo, e interessavano alcuni dei risultati delle performance cognitive, che porta al suggerimento intrigante che lo stato d’animo positivo può migliorare le prestazioni, mentre l’umore suscitato no», spiega il dottor Moss.

Alla base di questa influenza sul cervello da parte delle molecole aromatiche si ritiene vi sia la loro capacità di attraversare la barriera emato-encefalica. Questo avviene per mezzo dell’ingresso nel flusso sanguigno dell1,8 cineolo attraverso la mucosa nasale o polmonare.
Ecco dunque perché certe sostanze, anche solo odorate, possono avere effetti sul corpo e la mente.
[lm&sdp]

- lo yoga contro i disturbi correlati allo stressLo Yoga, un “rimedio” completo contro ansia, stress, depressione e perfino malattie cardiache

La prarica dello yoga può essere un'integrazione delle terapie tradizionali nel combattere diverse comuni malattie, sostiene un nuovo studio
L’antica, ma sempre più attuale, disciplina orientale è risultata efficace contro tutta una serie di disturbi collegati sia alla sfera psicologica che fisica, causati dallo stress
Lo yoga tuttofare, si potrebbe dire. Tanto che secondo uno studio revisionale può essere utile in moltissimi casi: dall’ansia allo stress, dalla depressione all’ipertensione fino alle malattie cardiache. Un vero e proprio en plein.

Ad aver suggerito che lo yoga è come una sorta di panacea per mente e corpo è stato un team di ricercatori della Boston University School of Medicine (BUSM), del New York Medical College (NYMC), e del Columbia College of Physicians and Surgeons (PCC), i quali hanno condotto uno studio revisionale i cui interessanti risultati sono stati pubblicati sulla versione online del Medical Hypotheses.

Imputato di essere la possibile causa di problemi mentali quali ansia, depressione altri ancora, è lo stress. Ma gli effetti dello stress non si fermano alla sola sfera mentale, ma ricadono inevitabilmente anche in quella fisica causando dolori, ipertensione, problemi cardiaci e quant’altro.
Quanto scoperto dagli scienziati potrà essere d’aiuto nello sviluppo di pratiche mediche complementari atte ad agire sia sulla mente che sul fisico per la prevenzione e il trattamento di tutti questi disturbi e patologie. Le pratiche yoga potrebbero così essere utilizzate in concomitanza dei trattamenti standard.

L’ipotesi più accreditata è che lo stress causi uno squilibrio del sistema nervoso autonomo e una ridotta attività del neurotrasmettitore inibitorio, gamma-ammino butirrico (GABA). Questo tipo di squilibrio ha i suoi effetti sull’intero organismo: una bassa attività di GABA si è infatti riscontrata nei disturbi d’ansia, nel disturbo da stress post-traumatico, nella depressione, nell’epilessia e anche nel dolore cronico.
La possibilità dunque di ristabilire questo equilibrio e prevenire in seguito gli effetti negativi dello stress è la sfida per prevenire e trattare tutta questa gamma di problematiche.
«La medicina occidentale e orientale si integrano l’un l’altra. Lo yoga è noto per migliorare gli squilibri del sistema nervoso dovuti allo stress – spiega Chris Streeter, professore associato di psichiatria presso la BUSM e il Boston Medical Center, e autore principale dello studio – Questo documento fornisce una teoria, basata sulla neurofisiologia e la neuroanatomia, per capire come lo yoga aiuti i pazienti a sentirsi meglio e alleviare i sintomi di molte comuni malattie».

In un precedente studio si era mostrato come vi fossero differenze nell’attività del GABA in due gruppi di persone che si erano rispettivamente dedicate a delle sessioni di yoga o delle semplici passeggiate. Nel gruppo yoga si è vista aumentare l’attività GABA con conseguente miglioramento dei sintomi ansiosi in un caso, e una riduzione del dolore lombare cronico in un altro, rispetto al gruppo di controllo che aveva soltanto passeggiato.

L’ipotesi che lo stress possa pertanto avere un ruolo nel manifestarsi di diverse condizioni mediche sia psicologiche che fisiche, porta i ricercatori a valutare l’importanza di far lavorare in sinergia le pratiche mediche tradizionali con le terapie a base di yoga. E se i risultati sono incoraggianti è indubbio che si possa proseguire nello studiare gli effetti sulla salute globale di queste tecniche, ancora da molti considerate alla stregua di una qualsiasi ginnastica priva di effetti terapeutici.
[lm&sdp]

5 mar 2012


- più ottimisti, motivati e di buonumore con frutta e verduraMangiare vegetariano fa bene all’umore

Favorendo alimenti vegetali nella propria dieta si favorisce anche il buonumore

Con il “mood food” torna il buonumoreTristezza, poca volontà e motivazione possono essere superate se si dà più spazio ai vegetali nella propria dieta. Lo studio
Senza dover diventare per forza dei fanatici o sposare una qualche dottrina, si può scegliere con sano egoismo di far prevalere nella propria dieta alimenti vegetali in modo da promuovere non solo la salute fisica, ma anche quella mentale – soprattutto per quel che riguarda l’umore.

Ecco quanto suggerisce uno studio pubblicato sul Nutrition Journal che ha messo a confronto gli effetti sull’umore di una dieta tradizionale comprensiva di carne e pesce con una dieta vegetariana.
A condurlo sono state due ricercatrici, la dottoressa Bonnie L. Beezhold, del Dipartimento di Nutrizione della Benedictine University (Illinois – Usa) e la dottoressa Carol S. Johnston della School of Nutrition and Health Promotion dell’Arizona State University (Usa), le quali hanno coinvolto 39 volontari onnivori – che consumavano carne o pesce almeno una volta al giorno – poi suddivisi a caso in tre gruppi.

Gli appartenenti al primo gruppo avrebbero continuato a seguire la propria dieta comprendente pesce o carne almeno una volta al giorno; gli appartenenti al secondo gruppo avrebbero dovuto mangiare, oltre agli altri alimenti soliti, soltanto del pesce, e non la carne, per 3 o 4 volte a settimana. Infine, quelli del terzo gruppo avrebbero dovuto cibarsi soltanto di alimenti vegetali. I test sono durati due settimane in tutto.
Durante il periodo di studio, i partecipanti dovevano compilare un questionario in cui riportare la variazioni d’umore. Al tempo stesso si tenevano sotto osservazione i livelli di assunzione di acidi grassi essenziali – come EPA e DHA che fanno parte degli omega-3 – che sono forniti da alimenti come il pesce, e i livelli di acidi a lunga catena tipo l’acido arachidonico (AA) che fa parte degli omega-6.

Come preventivato, nei soggetti che seguivano la dieta vegetariana i livelli degli acidi grassi a catena lunga AA sono scesi, tuttavia a livelli trascurabili. Al contrario, nei soggetti che assumevano il pesce, e non la carne, si è mostrato un incremento di EPA/DHA. Infine, negli appartenenti al gruppo che mangiava di tutto, e sia pesce che carne, non si sono rilevate differenze nell’assunzione degli acidi grassi.
«Per quel che ne sappiamo – scrivono le autrici dello studio – questo è il primo studio a esaminare l’impatto di una dieta restrittiva di pesce, pollame e sullo stato d’animo delle persone onnivore». E i risultati mostrano proprio che una modifica della dieta può produrre modifiche sull’umore.

I soggetti che avevano seguito la dieta vegetariana hanno riportato un miglioramento dell’umore, rispondendo anche meglio agli stimoli dello stress, rispetto agli onnivori.
Questo fenomeno, secondo le ricercatrici, può essere ravvisato nell’azione antiossidante offerta dai vegetali, che agisce beneficamente sull’umore, e anche nella mancata assunzione degli acidi grassi omega-6.
«La ricerca mostra che un elevato consumo di AA promuove cambiamenti nel cervello che possono disturbare l’umore», concludono le autrici dello studio, suggerendo che l’ideale è promuovere una dieta equilibrata e sana.
[lm&sdp]

1 mar 2012


I vegetariani in cura possono assumere, senza saperlo, sostanze di origine animale

In alcuni farmaci ci possono essere nascosti ingredienti di origine animale che non sono graditi dai vegetariani
farmaci non esenta dall’assumere insieme a questi anche sostanze di origine animale che i vegetariani, o più ortodossi vegani, in genere rifiutano. Tuttavia accade che, spesso inconsapevolmente, ci si trovi a ingerire medicinali che contengono eccipienti di origine animale
Chi segue una dieta vegetariana, o per meglio dire vegana, rifiuta a priori tutte quelle sostanza di derivazione animale. Non solo per quel che riguarda il cibo ma, in teoria, tutto ciò che è di origine animale: che sia abbigliamento, accessori, detergenti... e, sempre in teoria, anche farmaci.
Diciamo “in teoria” perché spesso accade che inconsapevolmente anche il vegano possa utilizzare sostanze di origine animale. Questo perché in molti casi nell’etichetta non sono elencati nel dettaglio i componenti di un certo prodotto, come nel caso dei farmaci – oggetto di un’indagine di cui dà notizia il British Medical Journal che è stata pubblicata online sul Postgraduate Medical Journal.

I risultati della ricerca hanno evidenziato la necessità che nell’etichetta o nel “bugiardino” dei farmaci siano indicati tutti gli ingredienti di un farmaco nel dettaglio. Difatti, fanno notare gli autori dello studio, i cosiddetti eccipienti in genere sono la grande maggioranza degli ingredienti che compongono il farmaco. Il principio attivo è contenuto in minore misura rispetto agli addensanti, i leganti, i dolcificanti, gli agenti rivestimento, la gelatina eccetera.
Ed è proprio la gelatina quella maggiormente sospettata di contenere sostanze di origine animale. Questa è in genere utilizzata sia come addensante che come rivestimento. Un tipo di farmaco poi che si presta maggiormente all’uso della gelatina è quello destinato ai disturbi urinari, o urologici.

Indagando sull’assunzione di farmaci da parte di 500 pazienti affetti ma problemi urologici, gli autori della ricerca hanno scoperto come vi fossero differenze di opinione nei confronti dei farmaci che contenessero elementi di origine animale.
Delle persone intervistate, 200 hanno riferito di non assumere alimenti di origine animale. Tuttavia, oltre la metà dei partecipanti (il 56,5%) stava usando dei farmaci. Di questi, 75 stavano assumendo la bellezza di 87 tipi diversi di farmaci in totale.
Dei duecento vegetariani, l’88% ha dichiarato che preferirebbe non dover assumere medicinali che contengano elementi di origine animale. Uno su dieci ha dichiarato che non importava, quando è una questione di salute. Allo stesso modo, circa il 57% degli intervistati ha ammesso che avrebbe anche assunto un farmaco con elementi di origine animale se non vi fossero state alternative.
Per contro, il 43% non l’avrebbe di certo fatto consapevolmente.

Un elemento interessante emerso dall’indagine è che soltanto un paziente su cinque ha ammesso di aver chiesto – o avrebbe chiesto – al proprio medico o farmacista se il farmaco prescritto contenga elementi di origine animale.
Infine, gli uomini sono risultati più possibilisti nel “tradire” le proprie credenze nei confronti della dieta per curarsi comunque, rispetto alle donne.
Gli autori dello studio concludono che sono moltissimi i farmaci che utilizzano la gelatina, la cui origine e uso non è facilmente identificabile. Per tale motivo sarebbe necessaria più trasparenza per offrire una possibilità di scelta a chi non vuole assumere prodotti contenenti elementi di origine animale.
[lm&sdp]

- scoperto un collegamento tra la corteccia cerebrale visiva e il senso dell'olfattoI sensi sono tutti collegati: con gli occhi si possono sentire gli odori

Stimolando la corteccia visiva pare si possano percepire meglio gli odori
della corteccia cerebrale legata alla vista può migliorare la percezione degli odori. Lo studio
In certi casi, un senso non esclude l’altro. Ed ecco che si attiva una una sorta di collaborazione nel migliorare le prestazioni. Per esempio, un team di ricercatori americani ha scoperto che stimolando la corteccia del cervello preposta alla vista si poteva migliorare la percezione degli odori che, come si sa, è una caratteristica di un altro senso, ossia quello dell’olfatto.

Pubblicato sul Journal of Neuroscience, lo studio in questione è stato condotto da un gruppo di ricercatori del The Neuro - Montreal Neurological Institute and Hospital, la McGill University e il Monell Chemical Senses Center di Philadelphia. Lo scopo era quello di comprendere meglio se e come i sensi fossero collegati l’uno con l’altro.
«E' noto che vi sono aree cerebrali separate specializzate per i diversi sensi come la vista, l’olfatto, tatto e così via, ma, quando si sperimenta il mondo intorno a noi, si ottiene un quadro coerente, basato su informazioni provenienti da tutti i sensi – spiega il coordinatore dello studio, dottor Christopher Pack – Volevamo scoprire come funziona nel cervello. In particolare abbiamo voluto mettere alla prova l’idea che l’attivazione delle regioni cerebrali principalmente dedicate a un certo senso potrebbero influenzare l’elaborazione in altri sensi. Quello che abbiamo scoperto è che stimolare elettricamente la corteccia visiva migliora le prestazioni in un compito che richiedeva ai partecipanti di identificare l’odore strano in mezzo a un gruppo di tre».

I partecipanti allo studio sono stati sottoposti a una serie di test che prevedevano la Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS) in modo da valutare come la stimolazione della corteccia visiva influenzasse il senso dell’olfatto. Questo tipo di metodica è utilizzata già nel trattamento di alcuni disturbi e per stimolare la visione.
I test olfattivi in questione venivano eseguiti prima e dopo la stimolazione per poterne valutare gli effetti.

I risultati ottenuti dai ricercatori con questi test mostrano, per la prima volta, che nelle persone le strutture cerebrali coinvolte nei diversi sensi a livello base sono davvero interconnesse più di quanto si pensasse, si legge nel comunicato McGill.
«Questo “cross-wiring” [connessione] di sensi è stato descritto nelle persone con sinestesia, una condizione in cui la stimolazione di un senso porta ad automatiche, involontarie esperienze in un secondo senso, provocando per esempio il vedere il colore dei numeri, sentire o l’odore delle parole, o udire gli odori – spiega Johan Lundstrom del Monell – Ora, questo studio mostra che cross-wiring dei sensi esiste in ognuno di noi, in modo da poter essere tutti considerati a un livello sinestetico».

Un dato interessante emerso dallo studio è che non sono stati trovati riscontri di connessione tra il sistema olfattivo e uditivo. In questo modo il senso della vista assume un ruolo primario e speciale nel legare insieme le informazioni ricevute dai vari sensi. Ruolo che è ancora oggetto di studio da parte dei ricercatori.
[lm&sdp]

27 feb 2012


la paura modifica la percezione della realtàI ragni sono sempre più grossi quando si ha paura

Chi ha paura dei ragni, spesso li vede più grossi, pelosi e minacciosi di quello che sono in realtà
paura dei ragni li fa sovrastimare, e la persona li vede più grandi e minacciosi di quello che sono in realtà
I ragni, nell’immaginario di molte persone sono da sempre un tipo di bestiaccia ripugnante e spaventosa. Spesso, poi, per chi ne ha paura si trasformano in mostri a mille zampe – anziché le classiche otto – pronti ad attaccare la propria preda umana in preda al panico più totale, pietrificata dalla presenza di quell’enorme aracnide che avanza minaccioso.

Ehm, sì, forse abbiamo calcato un po’ la mano. Il povero ragnetto forse non era poi così spaventoso a guardarlo bene. Ma, checché se ne dica, questo è quello che più o meno accade a chi soffre di aracnofobia, la paura dei ragni appunto. Secondo gli scienziati infatti, chi ha paura dei ragni tende a sovrastimarli e a fare la cosa più grossa di quello che è – anzi a fare proprio il ragno più grosso di quello che è.
Se dunque sentiamo provenire un urlo agghiacciante dalla cucina e, accorrendo, troviamo per esempio nostra moglie che punta l’indice verso la bestia di 400 chili, pelosa e assetata di sangue che sarebbe proprio lì, dove noi invece non vediamo nulla, proviamo ad acuire la vista e forse potremmo scorgere il già citato ragnetto che si sta facendo gli affari suoi o passeggiando tra una mattonella e l’altra.

Scherzi a parte, l’aracnofobia è davvero per qualcuno un problema, tanto che è stata oggetto di uno studio – serio – condotto dai ricercatori della americana Ohio State University e pubblicato sul Journal of Anxiety Disorders. Gli scienziati guidati dal dottor Michael Vasey, come accennato, hanno scoperto che le persone intimorite dai ragni tendono a vederli più grandi di quello che sono in realtà.
Per sostenere questa tesi, i ricercatori hanno reclutato 57 persone ambosessi che soffrivano di aracnofobia.
Armati di coraggio, i partecipanti hanno dovuto andare incontro camminando a ragni del tipo tarantola di diverse dimensioni, il tutto per otto settimane – il periodo di durata dello studio.

Durante ogni test, i volontari hanno dovuto dare un voto circa la loro paura nei confronti di quei ragni, con una scala da 0 a 100. Il voto doveva essere dato a mano a mano che si avvicinavano al ragno. Un altro voto lo dovevano dare quando è stato chiesto loro di spostare la tarantola per mezzo di un bastone lungo circa 2 metri e mezzo.
Alla fine dei test, i partecipanti dovevano rappresentare quanto ritenevano fossero grandi le tarantole, tracciando una linea su un foglio di carta.
Come anticipato, coloro che più temevano i ragni li hanno rappresentati più grandi di quello che erano in realtà.

«Poiché le nostre osservazioni informali suggerivano la presenza di bias [un pregiudizio], non siamo rimasti sorpresi di aver trovato evidenza di ciò nel nostro studio. Tuttavia, è giusto dire che siamo rimasti molto sorpresi dalla grandezza del pregiudizio. Abbiamo visto i partecipanti molto timorosi disegnare linee che sono due o tre volte più lunghe che non il ragno reale», conclude Vasey.
Potenza dell’immaginazione.
[lm&sdp]

25 feb 2012


Donna seduta, diabete in agguato

Le donne che stanno per troppo tempo sedute sono più inclini a sviluppare il diabete di tipo 2, suggerisce uno studio

+ Un malfunzionamento dell’orologio biologico può essere causa di diabete e obesitàLe donne se stanno sedute per lavoro molte ore al giorno hanno maggiori probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2
Stare troppo seduti non fa bene, lo abbiamo sentito ripetere tante e tante volte. Tuttavia, per lavoro spesso non si hanno alternative e si è costretti alla scrivania per molte ore al giorno.

Tra i vari disturbi che può causare la sedentarietà forzata, c’è anche il diabete di tipo 2 che, in particolare nelle donne che stanno sedute per 7 o più ore al giorno, può svilupparsi con più facilità.
Ecco quanto suggerisce un nuovo studio dell’Università di Leicester (Uk), pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, in cui sono stati analizzati i livelli dei marcatori che indicano la probabilità di sviluppare la patologia o la sua presenza.
Nelle donne che trascorrevano la maggior parte del tempo sedute, infatti si riscontravano più alti livelli di questi biomarcatori rispetto a coloro che sono più fisicamente attive. Questo fenomeno non è tuttavia stato riscontrato negli uomini, fortuna loro.

Per stabilire se e come l’inattività influisse sul rischio di diabete, gli scienziati britannici hanno coinvolto 505 volontari di entrambi i sessi, a cui è stato chiesto di riferire quanto tempo restavano seduti nell’arco di una settimana. Poi, tutti i partecipanti sono stati sottoposti a esami del sangue per valutare la presenza di sostanze chimiche che hanno un collegamento con l’insorgenza del diabete.
Le informazioni raccolte hanno permesso di stabilire che, in media, gli uomini stavano seduti tra le quattro e le otto ore al giorno, contro le quattro/sette ore delle donne. Le analisi del sangue hanno infine mostrato che nelle donne che stavano sedute per più tempo vi erano maggiori livelli di insulina. Questo, secondo i ricercatori, è indicativo di una insulino-resistenza che mostra come si stia sviluppando il diabete di tipo 2.

Oltre a più alti livelli di insulina nel sangue, le donne oggetto dello studio mostravano valori maggiorati rispetto alla proteina C-reattiva, la leptina, l’adinopectina e l’interleuchina-6: note sostanze rilasciate dal tessuto adiposo che si trova nell’addome e collegate all’infiammazione.
Forse le donne sono più sensibili ai danni della sedentarietà, ipotizzano i ricercatori dopo aver constatato che questo evento non si verificava negli uomini. O può anche essere che esse siano più inclini a pasteggiare durante il lavoro da seduti, o meno propense a bruciare le calorie con dell’attività fisica dopo il lavoro, aggiungono. Fatto sta che, anche se non è chiaro, le donne pare siano più soggette a questo genere di problemi.

«Lo studio fornisce nuove prove che lunghi periodi di tempo passati seduti, indipendentemente dalla attività fisica, hanno un impatto deleterio sulla resistenza all’insulina e l’infiammazione cronica di basso grado nelle donne, ma non gli uomini. E suggerisce alle donne che passare meno tempo seduti è un fattore importante nella prevenzione delle malattie croniche», concludono i ricercatori.
Se possibile, dunque, muoviamoci un po’ di più. E se proprio non possiamo farlo durante le ore di lavoro, cerchiamo di farlo magari prima o dopo.
[lm&sdp]