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Sarà affrontato anche il campo delle medicine alternative e della psicoanalisi.



Pubblicheremo inoltre interessanti articoli di storia della medicina.

28 ott 2011




ALIMENTAZIONE

Un piatto di legumi
invece della bistecca. E il cuore ringrazia

Le proteine vegetali sono utili per la prevenzione


Lenticchie invece della bistecca: è meglio per il cuore
MILANO - Che le proteine siano importanti è fuori dubbio. Spesso però ne mangiamo troppe, soprattutto di quelle di origine animale a scapito delle proteine vegetali (fornite, ad esempio, da ceci e lenticchie). E questo non è consigliabile. Lo confermano diversi studi, come quelli considerati in un recente articolo pubblicato su Current Athero-sclerosis Reports: queste ricerche suggeriscono complessivamente che le proteine vegetali abbiano un impatto più favorevole rispetto a quelle animali nei confronti di malattie cardiache, diabete di tipo 2, pressione sanguigna. Anche se poi molto dipende dalle fonti. Per esempio, in alcuni studi su popolazioni asiatiche, il consumo di proteine animali (soprattutto da prodotti della pesca) è risultato inversamente associato con la pressione sanguigna.

La ricetta della salute: Farinata (o torta) di ceci

E in uno studio (pubblicato su Circulation) relativo a più di 80 mila donne americane, mentre un elevato consumo di carne rossa è risultato associato con un aumentato rischio di malattia coronarica, questo si riduceva sensibilmente quando la scelta ricadeva su fonti proteiche diverse, sia di origine vegetale che animale: sostituendo una porzione di carne rossa al giorno con una di frutta secca oleosa il rischio si riduceva del 30%, col pesce del 24%, col pollame del 19%, con prodotti lattiero caseari magri del 13%. Allora, come comportarsi?

Risponde Laura Rossi, ricercatrice dell’Istituto nazionale ricerche alimenti e nutrizione (Inran): «Le proteine vegetali sono state molto rivalutate dalla ricerca scientifica, ma non per questo vanno demonizzate quelle di origine animale, di cui è nota l’elevata qualità. Inoltre, prevedere nella dieta anche fonti proteiche animali, come carni magre, pesci, uova, prodotti lattiero caseari, rende più facile soddisfare i fabbisogni di altri nutrienti, come il ferro e il calcio. I nostri consumi proteici medi vanno però ridimensionati: un primo obiettivo ragionevole può essere di apportare con le proteine il 15%, o anche meno, delle calorie della dieta, rispetto all'attuale 17%». E con quale ripartizione fra proteine vegetali e animali? «Con una proporzione del 50% di proteine di origine animale e 50% di origine vegetale — dice l’esperta —. E a proposito di proteine, nelle raccomandazioni nutrizionali (Larn) di prossima pubblicazione aumenteranno un po’ i livelli di assunzione raccomandati per l'adulto (da 0,9 a 1 grammo di proteine/kg di peso corporeo al giorno), mentre saranno ridimensionati quelli dei bambini di circa un 30 per cento».

C. F.
27 ottobre 2011 16:04

lo studio


Le sigarette sono radioattive
e l’industria lo sapeva

Il polonio 210 è un componente del fumo di tabacco, nemico noto ma taciuto


Sigarette radioattive: contengono polonio 210
MILANO - Pochi sanno che tra le circa 4.000 sostanze aspirate con le sigarette, almeno una cinquantina delle quali certamente tossiche o cancerogene, ce ne sono anche di radioattive. Ma il fatto sconvolgente, denunciato dai ricercatori dell’Università di Los Angeles su Nicotine and Tobacco Research è la reticenza a rendere noto questo particolare di cui le aziende sarebbero a conoscenza da molti anni.

UNA RICERCA – INCHIESTA - Qualcosa, cioè che nelle sigarette c’è anche polonio radioattivo, era già di dominio pubblico, ma si trattava solo della punta dell’iceberg. «Fin dagli anni ’50 l’industria del tabacco aveva raccolto e secretato nei suoi archivi le prove di ciò che la presenza di questa sostanza significasse per la salute. Era giunta a quantificare il rischio a lungo termine: ogni 1.000 fumatori abituali sono almeno 120 i morti in più ogni anno per tumore del polmone che si possono attribuire direttamente all’emissione radioattiva» sostiene Hrayr Karagueuzian, primo firmatario dello studio. «Ma solo nel 1998 è risultato chiaro che le informazioni fornite dall’industria del tabacco sono state per decenni fuorvianti e incomplete e solo le nostre successive verifiche hanno confermato la dimensione del rischio» precisa l’esperto.

IL POLONIO - Si chiama polonio 210 l’elemento radioattivo naturalmente presente sulle foglie del tabacco. È una vecchia conoscenza per i fisici: basti pensare che deve il suo nome a Marie Skłodowska Curie, due volte premio Nobel per la fisica e per la chimica grazie alle sue ricerche sulla radioattività, nata a Varsavia e naturalizzata francese in seguito al matrimonio con il collega Pierre Curie. I due scienziati isolarono il polonio nel 1902 e ne descrissero le caratteristiche: fa parte della catena del decadimento dell’uranio, è volatile (proprio come il fumo), ha una notevole attività ed emette particelle alfa. «Studiando medicina si impara che le particelle alfa hanno una bassa capacità di penetrazione nei tessuti e raggio di azione corto, cioè i loro effetti si esauriscono a brevissima distanza dal punto in cui si depositano. Tali caratteristiche rendono queste particelle adatte per alcuni tipi di radioterapia locale (danneggiano per esempio cellule tumorali circostanti), ma è tutt’altro che tranquillizzante immaginare un parallelo tra questa applicazione terapeutica e il loro arrivo, se veicolate dal fumo di sigaretta, sul tessuto polmonare sano» è il commento di Alessandro Oliva, specialista in Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Ospedale Mauriziano di Torino «Oltre tutto la loro emissione si attenua piuttosto lentamente: ci vogliono circa quattro mesi perché l’attività si dimezzi, un tempo considerato breve dai fisici che ragionano in termini di anni e a volta di secoli o millenni, ma decisamente lungo in un’ottica medica».

LA SOLUZIONE CI SAREBBE, MA … - Gli autori dello studio rincarano il loro atto di accusa riferendo che fin dal 1980 è stata messa a punto una tecnica di trattamento del tabacco in grado di rimuovere il polonio e di rendere le sigarette inoffensive, almeno sul fronte dell’emissione radioattiva. Tuttavia, denuncia Karagueuzian: «Questo “lavaggio del polonio” non è mai stato applicato su scala industriale perché parallelamente modificherebbe chimicamente la nicotina e ne ridurrebbe l’assorbimento a livello cerebrale, e con esso quel momento di gratificazione per il fumatore definito nicotine kick, in qualche modo legato anche allo sviluppo della dipendenza». Manco a dirlo, pare che l’industria del tabacco abbia invece, proprio a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, investito in ricerche che consentissero di individuare la forma chimica della nicotina più adatta a garantire un rapido assorbimento. E la messa a punto di una lavorazione del tabacco mirata a questo scopo ha, si dice, fatto la fortuna dei grandi marchi, ma nello stesso tempo ha forse posto le basi per rendere più facile la dipendenza e più difficili i tentativi di smettere.

Maria Rosa Valetto
27 ottobre 2011

26 ott 2011


Pressione alta? Meglio curarsi di sera

Per avere una maggiore efficacia dei farmaci contro l'ipertensione pare sia meglio assumerli alla sera, suggerisce un nuovo studio
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+ Gli effetti degli antiossidanti sull’uomo e la saluteAssumere i farmaci anti-ipertensivi nelle ore serali, piuttosto che al mattino. riduce del 50% il rischio di ictus. Lo studio
Si stima che siano oltre 10 milioni gli italiani affetti da ipertensione arteriosa. E se queste cifre paiono inquietanti già di per sé, quello che molti non sanno è che vi sono migliaia di persone che sono ipertese senza esserne a conoscenza. Almeno fino a quando non si verifica un evento cardiaco.

Comunque sia, il lato positivo è che i farmaci per tenere sotto controllo questa piaga moderna esistono da tempo e sembrano agire anche discretamente bene sulla maggior parte delle persone. Efficacia che, si scopre oggi, pare essere migliore soprattutto se assunti nelle ore serali. Questo è quanto asserisce uno studio pubblicato due giorni fa sul Journal of the American Society of Nephrology (JASN).

Da questo nuovo studio si scopre che le gravi conseguenze da ipertensione, come ictus e attacchi di cuore, possano essere prevenute drasticamente attraverso l’assunzione serale dei tradizionali farmaci, anziché al mattino – come molte persone usano fare.
Da tempo si sa che l’ora in cui i farmaci vengono assunti può influenzare in modo positivo o negativo l’efficacia del medicamento. Per tale motivo lo studio, coordinato dal dottor Ramón Hermida dell’Università di Vigo in Spagna, ha voluto esaminare su oltre 600 pazienti affetti da ipertensione e malattie renali la differenza di efficacia tra i farmaci assunti nelle ore diurne e quelli assunti nelle ore serali.

La ricerca è durata oltre cinque anni e ha potuto dimostrare che i pazienti che assumevano la pastiglia anti-ipertensiva la sera avevano meno probabilità di andare incontro a eventi spiacevoli come ictus e infarti. Inoltre, la mattina, quando si svegliavano avevano la pressione più bassa rispetto a chi assumeva il farmaco prima o dopo la colazione.

«I nostri risultati indicano che i tassi di eventi cardiovascolari nei pazienti con ipertensione possono essere ridotti di oltre il 50%, a costo zero, utilizzando la strategia di somministrazione dei farmaci che abbassano la pressione prima di andare a letto piuttosto che alla mattina», spiega Hermida. «Questo studio documenta per la prima volta che la pressione sanguigna durante il sonno è il marcatore più rilevante e indipendente del rischio cardiovascolare », conclude il ricercatore.
Ecco dunque un buon motivo per provare a cambiare le proprie abitudini – prima però parlatene magari con il vostro medico curante.
[lm&sdp]

24 ott 2011


La dieta autunnale


Le giornate si accorciano, l'autunno è alle porte e con il freddo che arriva cresce la voglia di cioccolata calda e dolciumi, è importante quindi organizzarsi per seguire una dieta salva linea utilizzando verdure di stagione colorate, ricche di vitamine e antiossidanti che aiutino a proteggere l'organismo, riempire lo stomaco e soddisfare il palato.
Per prima cosa è necessario individuare le verdure che l'autunno ci offre e valutare se acquistarle fresche o surgelate considerando il tempo che si ha a disposizione per cucinarle, in entrambi i casi avremo una buona percentuale di elementi nutritivi. La stagione autunnale offre varie tipologie di vegetali come zucca, barbabietola, broccolo, cavolo cappuccio, funghi, cavolfiori, cavoli, cavolini di Bruxelles, porri, finocchi, bietole a coste, indivia belga, rapa e altre ancora, particoarmente versatili e gustose.
Una volta individuate le verdure che soddisfano maggiormente, il consiglio è di mangiarne due o tre porzioni al giorno cercando di variare il più possibile, ad esempio cambiando colore ad ogni pasto. Senza dubbio la vostra linea ne trarrà giovamento in quanto le verdure aiutano a riempire lo stomaco tenendo lontana la fame. Se poi si scelgono vegetali dolci come la zucca, si soddisfa il palato senza esagerare con le calorie.
Ogni colore ha proprietà differenti e perciò utilissime al nostro organismo, soprattutto in questa stagione di passaggio nella quale ci si deve adattare piano piano al clima freddo. Via libera perciò alla fantasia con ricette di ogni tipo, ad esempio sformati , verdure gratinate al forno con besciamella, vellutate e creme, lasagne vegetariane, pasta condita con verdure saltate, polpette vegetali, ecc.
Per concludere ricordate che le buone abitudini si imparano da bambini, perciò se siete genitori, insegnanti o nonni stimolate i vostri bimbi cercando al supermercato o nel frigorifero verdure di colori diversi e cucinate con loro, poco alla volta mangiare verdure diventerà un bel gioco!
A cura di Dott.ssa Lisa Ingrosso
Tecnologo Alimentare e Nutrizionista, Università di Parma

Roma, 18 ottobre 2011 - Se siete a dieta e avete paura di cadere in tentazione, tenete gli occhi puntati sull’orologio e, appena scattano le 15.23, uscite, fate una passeggiata, telefonate a un’amica, datevi allo shopping, buttatevi a capofitto in un bel libro: tutto pur di stare lontani dal frigorifero.



E’ quello che ci consigliano gli esperti di Melarossa.it. Secondo un recente studio, infatti, a quell’ora scatta un vero coprifuoco fatto di voglie e desideri proibiti: basta un attimo e ci si avventa su torte, cioccolato, patatine, mandando in frantumi giorni o, peggio, settimane di sacrifici.



La ricerca ha chiesto a oltre 1.500 persone a dieta di ricordare in quale momento della giornata, in passato, avessero ceduto alla tentazione e finito per abbandonare la loro dieta: il 62% ha indicato la fascia pomeridiana tra le 15 e le 15.30, seguita dalla notte (22%) e dal mattino (16%).



Facendo una media tra le risposte di tutti i partecipanti, il team di ricercatori ha calcolato l’ora fatale per le diete, quella in cui crollano i buoni propositi e il cibo diventa un’ancora di salvezza: le 15.23. Ma perché si sgarra proprio a quell’ora?



Probabilmente perché a metà pomeriggio la fame comincia a farsi sentire, oppure perché dopo una mattinata di lavoro si ha bisogno di un antistress.



Qualunque sia la motivazione, il risultato non cambia: gli esperti del sito www.melarossa.it consigliano: se vogliamo che la nostra dieta funzioni, ogni giorno, anche alle 15.23, facciamo appello a tutta la nostra forza di volontà. Poi, se proprio non si riesce a resistere alle tentazioni, l’unica è chiudere a chiave frigorifero e credenza

21 ott 2011


nuovi metodi per diagnosi precoci

Ascoltare il silenzio: diagnosticare precocemente l’autismo

Oggi è possibile diagnosticare per tempo l'autismo e sono previsti nuovi corsi di formazione per i pediatri impegnati in questo campo -

La diagnosi precoce dell’autismo per una migliore qualità della vita dei bambini e delle loro famiglie è oggi possibile grazie a nuovi mezzi di indagine
Allo stato attuale è circa l’1 per cento dei bambini italiani a essere affetto da un disturbo autistico. La prevalenza è di circa uno su 150 bambini, e i più colpiti sono i maschi con un’incidenza di quattro volte superiore alle femmine.

Il primo interlocutore della famiglia quando si sospetti o si è scoperto che il proprio figlio è soggetto a questi problemi è il pediatra. Se si considera quindi che la diagnosi precoce è indispensabile per ottenere un intervento tempestivo, è altresì fondamentale che il medico possa godere di un’adeguata formazione che gli permetta di mettere in pratica tutte le azioni necessarie in questi casi.
Con un intervento tempestivo, si hanno maggiori possibilità di recupero del bambino, spiega Giuseppe Di Mauro, Responsabile Scientifico dei Corsi di formazione rivolti ai pediatri.

La diagnosi del Disturbo dello Spettro Autistico è sempre avvenuta in media intorno al 5° - 6° anno d’età; nei casi più fortunati intorno ai due anni. Tutto questo perché i parametri su cui si basa la diagnosi sono l’interazione sociale, il gioco, la comunicazione verbale: tutti fattori impossibili da studiare prima dei due anni.
Oggi, invece, grazie ai nuovi strumenti diagnostici messi a punto dalla ricerca, e basati sull’analisi vocale e motoria dei bambini nei primi mesi di vita, è possibile anticipare l’età di valutazione dell’autismo.

In virtù di un accordo raggiunto da 6 Società Scientifiche di Pediatria, il 22 ottobre partiranno i corsi di formazione continua, rivolti ai pediatri e al personale medico-scientifico per una diagnosi precoce dell’autismo e del ritardo mentale.
Duplice obiettivo dei corsi è redigere alcune linee guida per un inquadramento diagnostico precoce e impostare un piano di cura che agevoli il più possibile la crescita del bambino, tenendo conto del nucleo familiare nel quale è inserito.

Le Società Scientifiche coinvolte sono: Società italiana di Pediatria (SIP); Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS); Società Italiana di Neurologia Pediatrica (SINP); Società Italiana delle Cure Primarie Pediatriche (SICuPP); Società Italiana di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (SINPIA), Società Italiana Malattie Genetiche Pediatriche e Disabilità Congenite (SIMGePeD).
I corsi residenziali ECM, organizzati con il supporto di IdeA-Z, prevedono la presenza di Pediatri, Psicologi, Infermieri pediatrici, Neonatologi, Neuropsichiatri infantili e Logopedisti assicurando una formazione multidisciplinare. A sostegno delle nuove teorie per cogliere i segni anticipatori della diagnosi ci sarà la dottoressa Maria Luisa Scattoni responsabile del Progetto “Non Invasive tools for early detection af Autism Spectrum Disorders” finanziato dal Ministero della Salute.
I corsi avranno inizio il 22 ottobre a Milano e raggiungeranno, il mese successivo, la regione Campania. Il percorso formativo proseguirà in modo uniforme su tutto il territorio italiano, con una formazione interattiva che prevede l’utilizzo di materiale audio-video e proiezioni di filmati rivolta a 50-60 pediatri per volta. Il coinvolgimento attivo dei genitori e delle famiglie sarà un momento indispensabile per favorire un ponte di comunicazione tra i medici e i soggetti coinvolti con Disturbo Autistico e ritardo mentale.

Ecco un’iniziativa lodevole e che fa ben sperare in azioni concrete rivolte alla diagnosi precoce di questo disturbo che influenza la qualità della vita dei bambini e delle loro famiglie.
[lm&sdp]

Source: ufficio stampa Gas communication

18 ott 2011


LE MALATTIE RAREOltre settemila patologie
che aspettano una curaSpesso esordiscono in età pediatrica, hanno un'origine genetica, sono invalidanti e croniche. Esiste una Rete nazionale e tante associazioni di familiari e pazienti

a cura di DOMENICA TARUSCIO (Iss) e AGATA POLIZZI (Cnmr)

Le malattie rare sono un gruppo di patologie eterogenee caratterizzate da una bassa prevalenza nella popolazione generale. In Europa, colpiscono un individuo ogni 2.000 abitanti, in Italia vi sono 1-2 milioni di soggetti affetti. Stime del WHO indicano un numero complessivo compreso tra 7.000 e 8.000 malattie. Spesso, esordiscono in età pediatrica, hanno un'origine genetica e clinicamente coinvolgono più apparati, richiedendo quindi un'assistenza plurispecialistica. Il loro decorso è spesso cronico e invalidante e la persona con malattia rara è di frequente costretto a far ricorso a continue cure mediche, a programmi di riabilitazione e a un adeguato supporto psicologico.

Affrontare e gestire un soggetto con malattia rara è quindi un processo molto complesso, impegnativo e multidisciplinare che richiede non solo la necessità di formulare una diagnosi corretta e nel più breve tempo possibile, ma necessita anche del costante coinvolgimento dei familiari, del pediatra di libera scelta o del medico di medicina generale, nonché di una stretta integrazione tra strutture sanitarie del territorio, ospedaliere e centri clinici di ricerca.


Google EarthRoma, 17 ottobre 2011 - Uno studio pubblicato dalla rivista Open Biology mostra come grazie a Google Earth e alle tecniche moderne per sequenziare il Dna e’ possibile tracciare l’evoluzione di un’epidemia in una citta’, come risalire alla fonte del contagio di febbre tifoide a Kathmandu, in Nepal.

I ricercatori hanno fatto visita a tutti i pazienti in cui era stata riscontrata la malattia, che e’ causata da due tipi diversi di Salmonella, segnando con il Gps la loro esatta posizione. Questa informazione, insieme all’analisi genetica dei batteri di ogni malato, e’ stata messa in Google Earth, per riuscire a risalire all’origine dell’epidemia.

Dall’analisi dell’immagine ottenuta gli esperti hanno trovato dei cluster della malattia, ma non corrispondenti alle zone a piu’ alta densita’ abitativa: “Abbiamo visto - si legge nello studio - che piu’ a rischio era chi abitava vicino alle fontane e nelle parti basse della citta’”.

Sulla base di questa osservazione e’ stato possibile stabilire la fonte principale del contagio, cioe’ l’acqua che alimentava le fontane.

“Abbiamo anche potuto stabilire che il contagio avveniva principalmente tramite l’acqua, e non attraverso le persone - spiegano ancora gli autori - perche’ all’interno di uno stesso cluster di casi abbiamo trovato genotipi dei batteri diversi”.



Incontro medici-pazienti a Firenze
LEUCEMIA MIELOIDE CRONICA: SVOLTA NELLA CURA,SVOLTA NELLA VITA
800 nuovi casi all’anno in Italia. Guarigione del 90% a 10 anni dall’inizio. La costanza dell’assunzione di farmaci, elemento centrale della terapia.

FIRENZE - Vivere con la leucemia mieloide cronica, forma tumorale del midollo osseo che produce le cellule del sangue, sono circa 800 i nuovi casi l’anno in Italia, oggi si può. Una realtà che è anche il titolo di un programma di sostegno medico e sociale verso i malati, alla luce di nuovi, importanti farmaci in grado di dare una svolta al decorso della malattia, nell’ultimo decennio. La svolta avviene, infatti, nel 2001 quando si riesce ad identificare una molecola, Imatinib, capace d’inibire l’azione della tirosinchinasi, il prodotto del cromosoma Philadelphia, marker specifico della malattia. Per i pazienti, da quel momento,tutto cambia, soprattutto il loro futuro, fino a quel momento praticamente inesistente.
Come spesso accade, tuttavia, la ricerca non si ferma: già nel 2002 si inizia a lavorare su un nuovo principio attivo, nilotinib, proprio grazie a partire da quanto si è imparato con imatinib. Il nuovo medicinale, che agisce sullo stesso obiettivo e risulta più potente e preciso oltre che avere meno effetti collaterali. Entro fine anno sarà disponibile anche in Italia per il trattamento in prima linea, cioè su persone che hanno appena ricevuto la diagnosi di malattia.
Se n’è parlato ad un incontro fra clinici,pazienti e familiari all’ospedale di Careggi,promosso da Università degli Studi di Firenze,, sezione provinciale AIL (Associazione Italiana contro leucemie, linfomi e mieloma) con il supporto di Novartis.
L’elemento fondamentale della terapia e tema centrale del convegno, è stata la “compliance”, cioè l’aderenza alla cura. L’assunzione di farmaci per essere efficace deve avvenire nei tempi e nei dosaggi corretti. “Se ben curata e seguita – ha precisato Valeria Santini, professore associato all’Unità Operativa Complessa di Ematologia – non fa più paura, ma non deve essere sottovalutata”. Dal canto suo, il direttore della stessa Unità, prof. Alberto Bosi, ha precisato che “Non sono ancora note le cause. Niente però hanno a che vedere possibili infezioni oppure la trasmissione ereditaria. I casi si dimostrano comunque in crescita perché aumentano le diagnosi precoci ed, assieme,il livello d’informazione da parte del medico e d’ educazione sanitaria della popolazione”.
“Prima della svolta – ha aggiunto la Prof.ssa Santini – la malattia aveva decorso progressivo ed inarrestabile. Adesso, è bloccata dall’impiego di questi farmaci specifici. Tutto ciò perché la validità della molecola, imatinib, è legata alla capacità di colpire direttamente la proteina alterata che scatena la malattia. In pratica, un colpo preciso, al centro del bersaglio. E la molecola successiva, nilotinib, da impiegarsi nei pazienti resistenti o intolleranti alla precedente, sta dimostrando una maggiore efficacia e meno effetti collaterali. ” A breve, anche in Italia, sarà possibile utilizzarla nei pazienti di nuova diagnosi.
Ma la loro validità – si è aggiunto – rischia di creare un problema d’aderenza alla cura da parte dei malati. “All’inizio del ciclo di terapia infatti – ha precisato Antonella Gozzini, aiuto dirigente all’UOC di Ematologia –sono timorosi, poi si fanno consapevoli dell’importanza di poter tenere sotto controllo la malattia, infine,traendone beneficio, diventano indisciplinati. 4 capsule al giorno non sono né poche,né molte. Incide però la maturità della persona,lo stato clinico, la corretta informazione del medico”.
“Assumere poi la cura per bocca è una novità che stempera l’immagine della malattia. Ma è proprio lì – sono state sue parole –che bisogna affiancare la persona nella gestione della terapia. I passi avanti ci dicono che siamo sulla strada giusta. Teniamoci stretta l’opportunità e quelle che verranno”.
Positivi sono i commenti dei malati. Felice Bombaci, del GRUPPO AIL Pazienti LMC, ha spiegato come “sia oggi una realtà convivere con questa leucemia. Malati e familiari, grazie alle nuove terapie possono guardare al futuro con maggiore serenità e pensare ai progetti di vita. Il Gruppo, creato nel 2009, vuole essere il tramite fra i pazienti e gli altri attori coinvolti come sanità pubblica,ricercatori,specialisti e case farmaceutiche, per garantire una migliore qualità di vita e giungere all’eradicazione di tale patologia”.
GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

14 ott 2011



Si sviluppano gli studi di biologia applicata alla produzione energetica

Il respiro produce energia
Ecco come catturarla

Applicazioni nel monitoraggio del glucosio nel sangue dei diabetici o per mantenere la carica dei pacemaker


Shi e Wang, gli ideatori del sistema per produrre energia con il respiro (da University of Wisconsin-Madison)
MILANO - Respirare dal naso per produrre energia. L'articolo recentemente pubblicato su Energy and Environmental Science segna un'altra tappa nell'esplorazione delle piccole grandi forme d'energia disponibili in natura. Basato sullo sfruttamento della piezoelettricità – la carica generata da certi materiali quando messi sotto stress – il sistema, sviluppato dalla University of Wisconsin-Madison, utilizza una microcintura di plastica che, colpita da correnti d'aria leggere come la respirazione umana, produce una carica elettrica sufficiente ad azionare piccoli apparecchi. Quello che la cinturina di polivinildenfluoruro (Pvdf) riesce a fare, spiega il responsabile della ricerca, Xudong Wang, è raccogliere «energia meccanica da sistemi biologici». L'obiettivo? Sviluppare apparecchi biomedici che potrebbero servire per monitorare il glucosio nel sangue dei diabetici, o mantenere la carica dei pacemaker, così da rendere superflua la loro periodica sostituzione. Wang afferma che con i progressi della nanotecnologia e dell'elettronica miniaturizzata il Pvdf, che è un materiale biocompatibile, avrà un enorme potenziale di utilizzo in quanto può sviluppare l'energia di un microwatt.

ESEMPI - Di piezoelettricità si è parlato di recente quando una delle stazioni ferroviarie della East Japan Railway Company, in Giappone, ha deciso di sfruttare l'energia prodotta dai pendolari che ogni giorno, a migliaia, attraversano i tornelli. Il progetto pilota ha visto la stazione di Shibuya, una delle più affollate, dotarsi di uno speciale pavimento all'altezza dell'uscita: ogni volta che un pedone lo calpestava per superare il tornello d'ingresso, contribuiva all'accumulo di energia human-powered, sufficiente per alimentare almeno una parte dei consumi della stazione stessa. Di natura completamente diversa è l'esperimento condotto dalla Heriot-Watt University, dove un gruppo di ricerca sta valutando i potenziali dell'urina come fonte di energia rinnovabile. Gli scienziati del team – che per approfondire l'indagine hanno ricevuto un finanziamento di 130 mila sterline – stanno sviluppando un sistema per testare il suo utilizzo in pile a combustibile come alternativa all'idrogeno, che è infiammabile, e al metanolo, che invece è tossico. «Io sono cresciuto nella Cina rurale, e ho sempre saputo che l'urea veniva utilizzata come fertilizzante agricolo», spiega il responsabile della ricerca, Shanwen Tao. «Una volta diventato chimico, studiando le pile a combustibile, ho pensato di utilizzarla in questo processo. Al momento siamo ancora a livello di prototipo, ma se risulterà possibile il suo uso come fonte di energia ecofriendly e commercialmente possibile, molte persone nel mondo ne trarranno beneficio».

Elisabetta Curzel
11 ottobre 2011 12:47

12 ott 2011




STILI DI VITAHappy hour? Attenti alla linea
Quante insidie in un aperitivoAltro che "stuzzichini": i buffet del dopo ufficio sono rischiosi per la salute. Perché assumiamo senza accorgercene più calorie che con un pasto completo. L'allarme dall'Obesity Day

ROMA - L'ora più felice della giornata? Quella dell'aperitivo, è chiaro. Il lavoro finisce, comincia la notte. C'è chi lo prende di rito, per forza in compagnia: un bicchiere e due stuzzichini, vera goduria della prima serata. Ma non c'è da stare troppo allegri: ridendo e scherzando, con l'happy hour, si assumono più calorie che con un pranzo completo. Lancia l'allarme Giuseppe Fatati, presidente della Fondazione ADI, coordinatore del progetto "Obesity Day", l'iniziativa presentata oggi che dal 10 ottobre chiamerà a Roma esperti e curiosi per approfondire i rischi correlati a una alimentazione scorretta.

"Gli aperitivi - spiega Fatati - soprattutto quelli mascherati da succo di frutta debolmente alcolico, chiudono la giornata con quella accattivante allegria del 'fine del lavoro'. E sono ormai di tendenza. Ma è difficile dire quante calorie si introducono quasi per gioco". Il problema è proprio la disattenzione: ciotoline e vassoi ci fanno allungare la mano quasi senza accorgercene.

Attenti alla linea a pranzo, con un bicchiere in mano sembriamo scordarci cosa stiamo sgranocchiando, presi dalla fame delle sette di sera: "Facciamo due conti - propone Fatati - un aperitivo a base di vino sfiora da solo le 200 calorie e quelli serviti in un grande bicchiere ripieno di ghiaccio ma ricco di gin e bibite possono anche superarle. Poi le noccioline: 40/50 grammi sono almeno 300 calorie". E siamo solo all'inizio: "Ci sono poi le patatine e gli
stuzzichini. Se va bene siamo tra le 600 e le 700 calorie. Se va male...".

Un bel po' di energia "inutile" se pensiamo a quanto assumiamo invece con un pasto completo: "Ricordiamoci che il classico pranzo all'italiana - spiega Fatati - e cioè 100 grammi di spaghetti al pomodoro, un insalata mista, e un gelato alla frutta sono in tutto 665 calorie. Nell'immaginario collettivo, nel primo caso abbiamo solo preso un aperitivo e nel secondo, invece, abbiamo mangiato. In realtà non è proprio così". Distratti dalla compagnia, insomma, assumiamo un pasto in più del dovuto. E dopo una serata piacevole potremmo avere un brusco risveglio.

( © Riproduzione riservata

Piccoli vegetariani cresconi
pro e i contro nella dieta dei bimbiIn Italia sono sempre di più le persone che a tavola abbandonano le proteine animali per puntare su uova, latte e verdure. Un pediatra e un nutrizionista spiegano perché è meglio stare attenti. Ghiselli: "Pericolosa la distinzione tra vegetale buono e animale cattivo"

di ELVIRA NASELLI

ROMA - Quelli a metà strada sono i "meat reducer". Non hanno ancora eliminato la carne ma ne mangiano il meno possibile. Poi ci sono i vegetariani che non hanno rinunciato al pesce, quelli che consumano uova, latte e derivati; e i duri e puri, i vegani, che si nutrono soltanto di vegetali. Indipendentemente dai motivi che spingono a diventare vegetariani la domanda, qui, è se questa scelta può essere sostenuta serenamente anche per i bambini. Ovvero, la carne per i più piccoli è fondamentale o no?

L'INTERATTIVO 1

"Non lo è - precisa Claudio Maffeis, pediatra all'università di Verona che si definisce pesco-vegetariano - ma bisogna fare delle distinzioni. La dieta di un latto-ovo vegetariano, che comprende dunque latte, uova e latticini, oltre ai vegetali, è un conto, per i bambini vegani - che possono rischiare carenze di vitamina B12, calcio, ferro e zinco - direi che le precauzioni debbano essere maggiori e costanti. Le carni, infatti, oltre alle proteine nobili, apportano anche ferro più biodisponibile.

La dieta di un piccolo vegano, proprio per questo, deve essere impostata da un nutrizionista o da un pediatra esperto in nutrizione, il fai da te è rischioso e i bambini vanno seguiti costantemente nella crescita per
verificare che non abbiano carenze di vitamine e micronutrienti. Inoltre il fabbisogno proteico di questi bambini è aumentato perché le proteine dei vegetali hanno una minore digeribilità e differente composizione in aminoacidi rispetto agli alimenti animali. D'altro canto non si può eccedere con legumi e fibre solubili per questioni di digeribilità. Secondo la letteratura scientifica i bambini vegani crescono bene, ma devo precisare che il numero degli studi è ancora limitato. In ogni caso, quando necessario, supplementare per bocca ferro o vit. B12 non è un problema".

Quel che è certo, secondo Andrea Ghiselli, medico e dirigente di ricerca Inran, è che "è diseducativa la distinzione tra vegetale buono e animale cattivo. Basti pensare a grassi trans vegetali, alcol e zuccheri e, al contrario, al ruolo protettivo di pesce e carni bianche. Ci sono soltanto stili di vita buoni e cattivi, ed è dimostrato da studi che non ci sono differenze in termini di salute tra vegetariani e onnivori, purché questi ultimi non fumino, non bevano alcol e abbiano un indice di massa corporea nella norma. Inoltre, quando nella dieta non c'è alcun prodotto animale bisogna pianificare il regime alimentare al meglio per ottenere le quantità corrette di nutrienti necessari, a maggior ragione se parliamo di bambini.

Non si può fare da soli, perché se può essere facile regolarsi sulla quantità di proteine non è la stessa cosa per calcio, ferro o zinco, oggi deficitari anche negli onnivori". In ogni caso "va bene ma non benissimo la dieta con latte e uova - continua Ghiselli - perché hanno meno ferro e vitamina B12 delle carni, ma quella vegetariana stretta è invece squilibrata. Anche per i vegetali servono gli accoppiamenti corretti: in alcune verdure per esempio c'è molto calcio ma l'assorbimento è ridotto perché alcuni componenti lo ostacolano. In più il ferro di carne e pesce è assorbito bene mentre il ferro vegetale, anche nei casi in cui se ne trova in maggiore quantità, è meno assimilabile. Si può aumentarne l'assorbimento aggiungendo il succo di limone, per esempio agli spinaci, o mangiando frutta a fine pasto".

Per raggiungere le quantità corrette del fabbisogno proteico per un bambino in crescita, inoltre, "bisogna aumentare il dosaggio delle proteine vegetali, che non sono equivalenti, e quindi il volume complessivo della dieta - continua Ghiselli - cosa non facile anche per le dimensioni dello stomaco. La dieta mediterranea, basata soprattutto su vegetali, ma che non disdegna piccole quantità di prodotti animali, resta in assoluto la migliore".
(04 ottobre 2011) © Riproduzione riservata

10 ott 2011



QUANDO IL BAMBINO NON DORME

Un problema come tanti, semplice e complesso assieme,nella vita familiare di tutti i giorni: “Il bimbo non mi dorme. E’ grave,dottore?” E’ una domanda importante e legittima di ogni mamma ed ecco come affrontare i comuni disturbi del sonno. Secondo la Federazione Italiana Medici Pediatri, di cui è presidente Giuseppe Mele, il “buon sonno” si costruisce già nei primi mesi di vita. Il genitore, in sostanza, deve comprendere ed adattarsi ai suoi ritmi,capire come e quando vadano modificati o rispettati. Il pediatra, in tal senso, lo aiuti a conoscere l’organizzazione del sonno del bambino.
Non è una cosa immediata. E’ infatti con il passare del tempo che s’acquista, nell’infanzia, il ritmo sonno-veglia. I genitori devono allora costruire con il piccolo un percorso rituale che preceda l’addormentamento: ad esempio,una canzoncina,una fiaba,la scelta del pigiama o d’un oggetto da portare a letto. E’ inoltre importante farlo addormentare nella sua camera, così che associ luogo ed abitudine. Il rischio, al contrario, è che possa preferire di ritornare fra le braccia materne per addormentarsi meglio. Evitare,inoltre, di dargli da bere (latte,bevande,tisane,etc.) prima e durante il sonno.
Siate concreti ed attenti e fate attenzione ai risvegli,espressione di un disagio ( cambiare spesso posizione) e quindi siamo di fronte ad atti difensivi. Al suo pianto rispondere con una carezza,dopo aver controllato eventuali necessità (fame,sete,pannolino da cambiare). Non accendete le luci, parlate a bassa voce, non correte da lui appena pianga. Utile è che l’ambiente dove dorme sia silenzioso,poco illuminato e con una temperatura media intorno ai 20°. E’ preferibile e più sicuro che dorma a pancia in su.
Si dà per scontato che non fumiate in casa,per nessun motivo,poiché il fumo passivo si dimostra dannoso. E’ al contempo ugualmente necessario evitare di coprirlo troppo. Sono accorgimenti importanti,fra l’altro, per ridurre il rischio della SIDS, la sindrome della morte in culla.
Infine, conclude Mele, non usare farmaci o rimedi naturali per indurre il sonno. Spesso,infatti, non risolvono il problema e possono dare un effetto opposto:eccitare invece di calmare. Devono essere usati solo sotto controllo medico. A volte si dimostrano indispensabili,per correggere cattive abitudini. Auspico quindi che il cambio di stile di vita coinvolga anche i genitori,in modo che riescano ad avere un rapporto più diretto e stretto coni propri figli. Ma se tutto cambia, anche il pediatra ha il dovere etico e professionale di cambiare.

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

Centinaia di italiani si rivolgono all'esorcista

, 30 settembre 2011 - Forza fisica superiore al normale e avversione verso i simboli sacri. Capacita’ di parlare lingue straniere prima sconosciute o di prevedere eventi non ancora accaduti. Sono solo alcuni dei sintomi che la religione cattolica considera segnali di possessione demoniaca.



Nel sospetto, nella certezza o in un moto di disperazione, circa 500 mila italiani ogni anno si rivolgono a un esorcista, pur non essendo nella maggior parte necessario: non è facile individuare il confine fra malattia psichiatrica e possessione.



Con l’obiettivo di aiutare gli operatori sanitari, medici, psichiatri, ma anche infermieri, assistenti sociali e logopedisti, a decodificare i casi sospetti e a indirizzarli verso il giusto rimedio, e’ in programma a Cosenza il 7 e 8 ottobre il corso ‘Le possessioni, disturbo psichico o danno spirituale? Il sottile confine fra psicologia e religione’, organizzato da Laboform.



Non semplice leggenda, quindi, ne’ retaggio del passato: gli indemoniati esistono davvero, assicurano gli organizzatori, i numeri lo confermano e chi li assiste deve avere gli strumenti adatti per aiutarli.




“La possessione diabolica o demoniaca - spiega Laura Cantarella, psicoterapeuta e docente del corso - e’ il fenomeno per cui, in determinate culture e religioni, si ritiene che un organismo o uno spirito estraneo, definito come diavolo o demone nella maggior parte dei casi, possano prendere possesso del corpo di una persona vivente, legarsi alla sua anima e torturarla mentre e’ ancora in vita. La persona in questione viene definita indiavolata o indemoniata. Il fenomeno della possessione affonda le sue radici nei testi sacri: nel Nuovo Testamento, ad esempio, vengono riportati degli episodi in cui Gesu’ Cristo affronta e libera alcuni indemoniati”.


L’influenza è dietro l’angolo. Proteggete le vie respiratorie
Pregliasco: «Ci aspettiamo tre tipologie di virus»
Febbre e dolori muscolari sono i sintomi dell'epidemia in arrivo


Roma, 03 otttobre 2011 - L'INFLUENZA colpirà quest’anno un italiano su due. Ma si attende una stagione “leggera”, con un’intensità media dai due ai quattro milioni di casi. Lo spiega Fabrizio Pregliasco, virologo all’Università degli Studi di Milano. «Quest’anno - spiega - ci attendiamo 3 tipi di virus, il ben noto H1N1, ormai declassato a stagionale, l’H3N2 (Perth) e il B/Brisbane. Ma fin d’ora si osservano già in circolo altri innumerevoli virus parainfluenzali, «che provocano infezioni del tratto respiratorio molto simili a quelli di un’influenza, anche se meno severi». Virus che hanno già messo a letto 60 mila italiani. Da un’indagine condotta su un campione di italiani tra i 18 e i 64 anni, commissionata da Anifa (Associazione nazionale dell’industria farmaceutica dell’automedicazione), oltre la metà degli intervistati dichiara di avvertire come primo sintomo mal di gola (52%). In misura minore febbre (44%), dolori muscolari (32%), tosse (25%), mal di testa (25%) e congestione delle vie aeree (23%).
Secondo l’indagine, in molti ricorrono subito al medico per una visita o per la prescrizione di una cura (oltre il 35%), anche se il primo approccio consigliato resta il trattamento con farmaci di automedicazione (o “da banco”). Insieme a riposo e sonno, questi farmaci sono ritenuti i rimedi in assoluto più efficaci in caso di malanni stagionali. Ancora basso il numero degli italiani che si affidano al vaccino, sulla cui efficacia molti eroimiono un certo scetticismo.
Dalla ricerca Anifa, infatti, risulta che anche fra coloro che hanno fatto il vaccino almeno una volta, quasi la metà lo ritiene scarsamente efficace.
«Eppure - aggiunge Pregliasco - la vaccinazione antinfluenzale è l’unica forma sicura di prevenzione dall’influenza, indicata in particolare per gli over 65 e per chi soffre di patologie croniche, respiratorie o cardiache. Tuttavia il vaccinoprotegge dalle complicanze dell’influenza ma non servecontro i virus parainfluenzali».
Tra i comportamenti corretti per la prevenzione, le regole principi restano le stesse: evitare gli sbalzi di temperatura, fare molta attenzione all’igiene (per esempio lavandosi spesso le mani), evitare luoghi affollati (come bus, metro e cinema, ma anche saune e centri benessere) e coprire la bocca in caso di tosse e raffreddore

28 set 2011


SESSUALITA'Ansie addio, è la rivincita della coppiaIn controtendenza rispetto alle mode trasgressive: fare l'amore non è solo atto fisico. Ci vuole testa e cuore. Consapevoli, informati, più attenti al rapporto a due, meno paure e tabù: due recenti ricerche raccontano il nuovo rapporto tra gli italiani, le italiane e il sesso

di ROBERTA GIOMMI *

ROMA - l maschio ha assunto nella ricerca sessuologica un ruolo centrale: ci si occupa molto di lui soprattutto dal punto di vista delle disfunzioni, della salute sessuale, delle ansie di cui è portatore. Ma sta aumentando anche l'attenzione alla coppia, alla relazione maschio/femmina, a quello che in età diverse rappresenta lo stile di relazione sessuale. E se da più di 10 anni vediamo sempre più una forte consultazione di coppia, è la donna più facilmente il motore della consultazione. Le coppie giovani chiedono aiuto poco tempo dopo la comparsa dei sintomi sessuali, sia maschili che femminili.

INTERATTIVO 1

Due ricerche svolte da Astra Ricerche per Eli Lilly su "Gli italiani, i rapporti sessuali e la disfunzione erettile" confermano che sono passati alcuni messaggi che fanno parte della consulenza e della terapia sessuale di coppia. Su un campione di italiani, età 30-60 anni, in cui uomini e donne rispondono sulle condizioni che ritengono più valide e soddisfacenti per fare l'amore, troviamo l'80% che considera importante l'assenza di ansia (era il 58% due anni fa), il 62% che parla del valore della spontaneità, il 58% della passione, il 52% del bello di non avere fretta.

Queste informazioni corrispondono al modello di intervento dei sessuologi che chiedono alla coppia di trovare il tempo per fare l'amore
e di esprimere amicizia nell'affrontare la relazione e la sessualità. Mentre nelle risposte al questionario si nota una controtendenza rispetto al messaggio di sesso trasgressivo che sembra così diffuso: gli intervistati (sia nel 2011 che nel 2009) hanno risposto che la coppia è più felice quando l'amore non è solo un atto fisico, ma permette di dare e ricevere piacere, di condividere la scelta, di coinvolgere la testa e il cuore. Questo dato fa pensare che 30 anni di educazione alla sessualità e alla relazione abbiano prodotto un risultato anche nella condivisione di contenuti tra maschi e femmine.

Nella consultazione di coppia usiamo interviste strutturate per indagare il piacere, il fastidio, il dolore e la valutazione di cosa viene ritenuto giusto o sbagliato, per poter poi intervenire nella ricomposizione di una sessualità piacevole e condivisa. Ed è interessante notare come in questa ricerca gli atteggiamenti e le valutazioni del sesso come "schifo", "ribrezzo", "stanchezza" vanno dall'1% al 3% mentre prevalgono le valutazioni positive. Ancora più interessante è il dato in cui emerge che sono componenti importanti per il benessere sessuale "gioia", "felicità", "allegria", "buon umore", "curiosità" e "attenzione".

Compare anche un altro dato molto interessante: gli intervistati pensano nel 58% dei casi che i problemi possono avere una componente psicologica. Anche nella consultazione sessuologica, successiva o precedente alla consultazione medica, si sta affermando l'idea che è importante parlare con un esperto in problemi di coppia e di sesso. Alcuni strumenti importanti per la soluzione dei problemi della sessualità richiedono infatti la conoscenza delle tecniche relazionali di coppia e cognitivo comportamentali per leggere il significato del sintomo, elaborare le resistenze, dare le prescrizioni. La capacità di leggere la coppia come risorsa può portare ad un risultato molto forte dell'intervento e ad un uso complice del farmaco se necessario.
* Sessuologa Irf, Firenze
(27 settembre 2011)

Contro l’obesità vietato saltare la prima colazione

La prima colazione è importante per i bambini, anche per combattere sovrappeso e obesità - Foto: ©photoxpress.com/Tomo Jesenicnik
I pediatri a congresso lanciano l’avviso: per combattere l’obesità, sempre più diffusa tra i bambini, non bisogna saltare la colazione
Che la prima colazione sia importante ormai è risaputo. Non lo dicono solo i pediatri, in questo caso, ma anche i nutrizionisti.
Nonostante siano tutti d’accordo che la colazione sia il pasto più importante della giornata, a quanto pare però, nei fatti, non gode di grande popolarità: non a caso per molti “colazione” è soltanto una parola e non una pratica.

Saltare la colazione però è associato a un maggiore rischio di sovrappeso e obesità. E non si tratta soltanto di ipotesi ma di realtà supportata dai numeri.
Numeri che sono stati presentati ieri dai pediatri dalle SIPPS – la Società Italiana di Pediatria Sociale e Preventiva – al XXIII Congresso Nazionale di Milano, in corso dal 15 al 17 settembre.
Basti pensare che nel 2005 erano il 22 per cento i bambini che saltavano la prima colazione – come emerso da “Giocampus estate”.
A motivo di ciò, una collaborazione tra pediatri, nutrizionisti e dietisti ha permesso che prendesse vita un’attività di promozione della prima colazione mediante programmi di educazione alimentare che si sono susseguiti tra il 2007 e il 2010. La campagna informativa ha coinvolto i mezzi di comunicazione ed è stata supportata dalla distribuzione a 10mila famiglie di una guida per una sana alimentazione in età evolutiva.

Al contempo, studenti in scienze gastronomiche hanno supportato le insegnanti delle scuole primarie durante le lezioni di educazione alimentare, per un totale di 20 ore l’anno.
In più, ai bambini dai 6 ai 14 anni era data l’opportunità di partecipare a '”Giocampus estate”, un campo sportivo estivo che faceva parte del progetto di educazione alimentare e motoria per i bambini in età scolare, promosso con il supporto del Comune di Parma, l’Ispettorato agli studi, l’Università degli studi di Parma, il Cus Parma e la Barilla.

Tutte queste iniziative, hanno contribuito a diffondere la cultura dell’importanza della prima colazione tanto che, nel 2010, i dati hanno mostrato che la percentuale di bambini che saltava la colazione era scesa dal 22 per cento (del 2005) all’8 per cento. La stessa percentuale di bambini obesi, tra gli 8 e gli 11 anni, era scesa.
Ecco infine come sia possibile, con un po’ di buona volontà, prevenire il sovrappeso e l’obesità, regalando un futuro più sereno e di salute ai bambini.
Cerchiamo quindi di non far saltare la colazione ai piccoli.
[lm&sdp]

Ricordiamo i temi trattati al XXIII Congresso Nazionale della SIPPS
I vaccini
La sessione “Voglio essere vaccinato” aprirà la giornata di oggi, venerdì 16, con gli interventi, tra gli altri, di Susanna Esposito (La vaccinazione MPRV) e di Chiara Azzari (La prevenzione del meningococco).
A tutt’oggi, la varicella rimane una tra le malattie prevenibili più diffuse nel nostro Paese. In Italia, si stima che ogni anno la varicella colpisca circa 500 mila soggetti, in prevalenza in fascia pediatrica: 80% nella fascia 0-14 anni e attorno al 15-20% i soggetti “suscettibili” alla malattia tra i 10 e i 14 anni.
Ciò mette in evidenza come in Italia, per quanto riguarda la varicella, ci si trovi in “era pre-vaccinale”.
Per tanto tempo all’interno del calendario delle vaccinazioni, gli adolescenti hanno ricoperto un ruolo marginale e sono stati definiti addirittura ”the orphans of the immunization practices”. La maggior parte dei cicli vaccinali, infatti, si concludeva nell’infanzia e non esistevano specifiche vaccinazioni da somministrare a questa categoria di soggetti. Pertosse, rosolia, varicella, epatite A, infezioni da meningococco colpiscono ancora oggi gli adolescenti e sono causa di mortalità, complicanze ed ospedalizzazioni.

Negli ultimi anni l’introduzione del vaccino contro il meningococco C (Men C) e il papilloma virus (HPV) ha aperto nuove possibilità di prevenzione mirata agli adolescenti.
Tuttavia nel 2008 solo il 52% dei sedicenni aveva ricevuto il richiamo contro tetano e difterite e solo il 16% era stato vaccinato contro il Men C, con ampia variabilità interregionale. Per tutte le altre vaccinazioni le coperture rimangono inferiori al 3%.

Sovrappeso e obesità
Durante l’incontro di Milano, sarà dato ampio spazio anche al tema dell’alimentazione: problematica sempre più diffusa e correlata al sovrappeso, all’obesità e alla cattiva pubblicità, che influenza le abitudini alimentari e confonde già da piccoli i consumatori rispetto alle buone regole nutrizionali. Se ne discuterà nella sessione di venerdì “Voglio Mangiare Bene”, alla quale interverranno Giacomo Biasucci (Quando mi dai il latte vaccino?), Vito Miniello (Difendimi dalla pubblicità cattiva) e Giuseppe Banderali (Allattamento materno ed epigenetica).
La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale all’inizio di quest’anno ha contribuito attivamente alla realizzazione del Protocollo d’intesa siglato tra il Ministro della Salute Ferruccio Fazio e la Società Italiana di Pediatria, allo scopo di attuare strategie preventive che riducano il rischio di obesità nel nostro Paese, coinvolgendo le Istituzioni, le famiglie ed i pediatri.
Il progetto di prevenzione primaria, dal titolo “Mi Voglio Bene”, è stato messo a punto dal Gruppo di Lavoro sull’Obesità della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (tra i quali i membri del direttivo SIPPS Paolo Brambilla, Guido Brusoni, Giuseppe Di Mauro, Sergio Bernasconi) e coinvolgerà migliaia di pediatri e bambini in tutta Italia.

Una recente indagine, pubblicata sulla prestigiosa rivista “New England Journal of Medicine” ha evidenziato la responsabilità del nuovo marketing nell’influenzare le scelte alimentari dei piccoli. Sembra quasi che le aziende si rivolgono intenzionalmente a bambini e adolescenti stimolandoli a consumare “cibi spazzatura”, poveri di valori nutritivi, ma dall’elevata densità calorica.
Le attuali strategie pubblicitarie mandano messaggi latenti finalizzati a minare l’autorevolezza delle scelte alimentari dei genitori.
Nel corso delle ultime decadi si registra, infatti, in tutto il mondo un allarmante incremento della prevalenza di obesità, con un esordio sempre più precoce, fenomeno definito dall’OMS “l’emergenza sanitaria del terzo millennio”; purtroppo il nostro Paese e tra quelli che registra il primato europeo di obesità, a dispetto di una rinomata dieta mediterranea che viene seguita solo dagli adulti e non sempre.

La “cattiva” pubblicità
I suggerimenti proposti dalla pubblicità rivolta all’età evolutiva hanno un rilevante peso rispetto ad una carente cultura nutrizionale. Un esempio su tutti è rappresentato dagli oli tropicali, derivati dalla palma e dal cocco e utilizzati per la produzione di merendine industriali: al contrario degli altri oli vegetali, questi oli contengono una elevata concentrazione di grassi saturi, particolarmente aterogeni ed ipercolesterolemizzanti. Gli acidi grassi saturi dell’olio di cocco si attestano attorno all’87%, ossia quasi il doppio di quelli presenti nel burro (48%), sfatando così l’ingiusto primato, di quest’ultimo, di alimento dannoso per la salute.
L’insidia maggiore risiede però nelle etichette dei prodotti finiti, nelle quali gli oli tropicali (cocco, palma e palmisti) sono indicati con il termine di “oli vegetali” o “grassi vegetali”, al pari degli oli di semi vari.

Autismo e ritardi mentali
Altri temi di grande importanza di cui si discuterà nel corso della manifestazione sono l’autismo ed il ritardo mentale, noti come DSA (Disturbi dello Spettro Autistico): si tratta un insieme relativamente eterogeneo di disturbi dell’età evolutiva, caratterizzati da una compromissione delle capacità comunicative e di interazione sociale e della presenza di comportamenti, attività ed interessi ripetitivi e stereotipati.

Le stime più recenti indicano una prevalenza di circa 1/150 bambini con DSA, con una percentuale maggiore di maschi colpiti rispetto alle femmine (4/1). Purtroppo i DSA non possono essere diagnosticati in modo attendibile prima del terzo anno di vita, seppur sin dalle prime descrizioni della sindrome autistica è apparso come alcune difficoltà interattive e comunicative siano presenti, anche se in forma lieve, già nei primi mesi di vita e risultano associate a problematiche dello sviluppo motorio, percettivo e sensoriale.
Indici del benessere del bambino, che si possono osservare nel corso dei primi mesi di vita, sono la motricità e le caratteristiche del pianto. Per questo è stato avviato un progetto di studio che valuta questi due elementi attraverso video e registrazioni effettuate a 10 giorni dalla nascita e poi a 6-12-18 e 24 settimane di vita.
L’interesse per quanto avviene nei primi due anni di vita di questi bambini, è motivato dall’evidenza che secondo le conoscenze attuali, una diagnosi precoce e la predisposizione di un intervento riabilitativo, prima che il disturbo si esprima nella sua pienezza, possono ridurre significativamente l’interferenza dei DSA sullo sviluppo dei piccoli, limitandone l’espressione dei sintomi.

26 set 2011


- Ecco la prima rassegna delle merende tradizionaliIdee dal passato per una sana merenda

Riscoprire anche a merenda le tradizioni per coniugare gusto e salute - Foto: ©photoxpress.com/Lucky Dragon
Sabato 24 settembre 2011 alle ore 10.00 in Piazza Vittorio Veneto a Torino prende il via l’appuntamento firmato Coldiretti che offre anche la possibilità di lasciare i propri bimbi a giocare e imparare nei laboratori del gusto
Nell’ambito di “MangiaTo”, la settimana promossa da Coldiretti e Campagna Amica nel corso dei festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia, prende il via la prima rassegna delle merende tradizionali "Idee dal passato per la merenda sana” che coinvolgerà più di cento aziende agricole provenienti da tutte le Regioni. Nell’ambito della manifestazione sarà attivo l’agribaby-parking, che dà la possibilità ai genitori di lasciare i propri bimbi a giocare e imparare nei laboratori del gusto. L’appuntamento è dunque a Torino, sabato 24 settembre a partire dalle ore 10,00 in Piazza Vittorio Veneto.

La merenda, insieme alla colazione, è ritenuta uno degli appuntamenti più importanti per l’alimentazione dei più piccoli. A maggior ragione in questi tempi di ritorno sui banchi di scuola. Parallelamente a questo, stiamo assistendo anche all’affermarsi dello spuntino tra i grandi a scapito dei pasti principali e diventa pertanto ancora più importante garantirne le caratteristiche qualitative, spiega la Coldiretti.
Dalle seadas alle tigelle fino alle torte di verdure e frutta sono moltissime le merende che per la prima volta saranno preparate secondo le antiche ricette regionali conservate gelosamente nelle campagne, grazie agli agriturismi di Terranostra. Un’occasione unica per conoscere e imparare a preparare cibi ottenuti con gli ingredienti semplici della tradizione locale, continua Coldiretti.

Un ritorno quindi al passato, potendo trarre il meglio dalla sapienza e dalla tradizione culinaria che, spesso, assumeva significato di benessere. Sapori unici del passato che hanno fatto crescere intere generazioni il cui ritorno nelle case e nelle scuole è un obiettivo importante per garantire una maggiore naturalità dell’alimentazione, previsto anche nelle linee guida per la ristorazione scolastica fissate dal Ministero della Salute dove si sollecita a considerare “la varietà e la stagionalità dei cibi, utilizzando anche proposte di alimenti tipici della regione di residenza, per insegnare ai bambini il mantenimento delle tradizioni”, conclude la Coldiretti.
Largo dunque alle merende tradizionali, sane e naturalmente buone

- più frutta e verdura anche d'autunno per stare beneAffrontare al meglio l’autunno con i cibi scaccia grigiore e spossatezza

Per affrontare al meglio la stagione autunnale, ecco i consigli degli esperti in nutrizione - Foto: Susanna Berti Franceschi
La dieta ideale per affrontare la nuova stagione, le giornate che si accorciano e l’inesorabile cammino verso la stagione fredda. Tutti i consigli degli esperti
Ce ne accorgiamo giorno per giorno: le giornate si fanno più fredde, più corte, il Sole spesso lascia il posto al grigiore della nebbia o alle nuvole portatrici di pioggia. Mentre gli alberi si tingono di mille colori – i colori autunnali – la nostra vita invece a volte si tinge di grigio. Ci sentiamo così un po’ malinconici, depressi, stanchi… Complici proprio le minori ore di luce e Sole che riducono la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore deputato al controllo dell’umore e la produzione della melatonina.

Oltre al nostro umore, con l’addentrarsi nella stagione autunnale - e poi in quella invernale - cambia anche il nostro modo di alimentarsi, spesso senza che neanche ce ne accorgiamo. Difatti, con l’arrivo dei primi freddi, il nostro organismo richiede maggiori calorie. La conseguenza è che tendiamo a privilegiare cibi pesanti e più grassi, a discapito di alimenti leggeri, come frutta e verdura di stagione; che invece sono un ottimo alleato per affrontare al meglio e con la giusta carica l’autunno.
Per evitare di confonderci le idee, e incappare negli errori più comuni, gli esperti di Melarossa offrono i loro consigli per affrontare al meglio la stagione seguendo una dieta equilibrata.

Prima regola: privilegiare i prodotti di stagione. L’autunno in questo senso è molto generoso e ci regala tante prelibatezze:
- l’uva, ricca di ferro, calcio, fosforo, contiene vitamina A, vitamina C, vitamina P e vitamina B6 e avrebbe anche proprietà antiossidanti e anticancro. È altamente energetica e possiede un considerevole valore calorico (100 gr contengono circa 70 calorie); quindi è preferibile non eccedere se si hanno problemi di peso.
- la pera, considerata una fonte naturale di minerali (come il potassio, il fosforo, il Calcio, il magnesio), fornisce zuccheri semplici e non mette a rischio la nostra linea (contiene appena 30 calorie per 100 grammi). Inoltre, grazie all’alto contenuto di fibra, è ottima per regolarizzare l'intestino in modo naturale.
- il caco possiede preziose proprietà drenanti e diuretiche. È ricco di vitamina C, Beta-carotene e potassio. Miniera di antiossidanti naturali, aiuta l’organismo a proteggere le cellule dall’effetto dei radicali liberi. È un concentrato di energia (70 calorie per 100 g), quindi ottimo per chi pratica sport – da mangiare tuttavia con moderazione per le persone in sovrappeso. È anche poco indicato a chi soffre di diabete.
- le arance e i mandarini, noti a tutti per il loro buon contenuto di vitamina C, (sostanza antiossidante utile per contrastare i malanni di stagione), stimolano la funzionalità intestinale e la sensazione di sazietà. Sono preziosi anche per mantenere elastica e giovane la nostra pelle grazie alle loro già citate proprietà antiossidanti.
- la mela è un frutto ricco di proprietà benefiche: contiene sali minerali (potassio, magnesio, sodio, ferro, fosforo, zolfo, Calcio, sodio), la vitamina B1 (che combatte inappetenza, stanchezza e nervosismo), la B2 (che facilita la digestione ed è ricca di proprietà antiossidanti) e la vitamina C.
È ricco di pectina, che contribuisce a tenere sotto controllo il tasso glicemico contenuto nel sangue.

Non solo frutta, ma anche la verdura può essere un valido aiuto in autunno, e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. C’è quella a foglia verde, come gli spinaci, le bietole e le verze, che sono un vero e proprio serbatoio vitaminico. Contengono la vitamina A, la C, la E, la K (indispensabile per favorire la coagulazione del sangue) e la B5. Queste verdure vantano anche un elevato contenuto di antiossidanti che aiutano a contrastare l’insorgenza di radicali liberi. Sono alimenti ricchi di luteina, sostanza che protegge gli occhi dalle radiazioni solari; e di ferro, in particolar modo gli spinaci. Melarossa consiglia di provarli in questa ricetta semplice ma davvero molto buona: gli spinaci all’agro.

In autunno troviamo anche la zucca, alimento ricco di Beta-carotene (che ha la funzione di contrastare l’insorgere dei radicali liberi), dotato di proprietà antitumorali ed efficace nell’aiutarci a proteggere il sistema circolatorio. Contiene vitamina A, B e C e minerali come Calcio, sodio, potassio, fosforo, rame, magnesio, ferro, selenio, manganese e zinco. È un ortaggio povero di calorie (17 calorie per 100 grammi) e di zuccheri, con un notevole potere saziante.
Non dimentichiamo il radicchio, che mostra importanti proprietà depurative e diuretiche, ed è un potente alleato nella prevenzione delle malattie legate all’invecchiamento. Si fregia di un elevato contenuto di vitamine (A, B2 e C), Sali minerali e fibre. Inoltre è fortemente indicato per le persone che soffrono di artrite e reumatismi.
Infine i legumi, che forniscono un elevato contenuto energetico, proteico e sono ricchi di carboidrati, in particolare gli amidi. Sono inoltre degli ottimi regolatori intestinali, grazie all’elevata presenza di fibre. L’ingrediente ideale per una bella zuppa fumante, un vero must della stagione fredda. In questo caso Melarossa consiglia: la zuppa di ceci.

[lm&sdp]

In collaborazione con Melarossa.it

19 set 2011





Scarpe Masai
Un milione di queste curiose calzature vengono vendute ogni anno.

L’idea delle scarpe basculanti, nate dall’empirica intuizione dell’ingegnere svizzero Karl Muller, sembra essere più una riuscita operazione di immagine e marketing, che una valida opzione terapeutica. Un milione di queste curiose calzature, vengono vendute ogni anno, in tutto il mondo a prezzi piuttosto elevati, con la promessa di migliorare la postura e l’appoggio plantare, con effetti benefici in chi soffre di mal di schiena, problemi di artrosi, circolazione venosa insufficiente e il miraggio di risolvere perfino problemi estetici come adiposità localizzate e cellulite. “Una vera palestra da calzare ai piedi” recitano le convincenti pubbilicità e gli articoli che ne esaltano le proprietà terapeutiche e profilattiche su dolori e disturbi dell’apparato locomotore. E’ sufficiente compiere una ricerca su Google, inserendo le parole chiave, scarpe, Masai, per trovare oltre diecimila documenti che condividono questi effetti terapeutici.

Tuttavia, se si compie una ricerca scientifica su PubMed, il motore di ricerca dedicato alle pubblicazioni medico-scientifiche, si scopre che dal 96’, anno in cui le scarpe basculanti sono state brevettate e immesse sul mercato, ad oggi, compaiono solo quattro lavori scientifici che indagano sui reali effetti clinici di queste curiose calzature. Nessuno di questi lavori si sbilancia in conclusioni positive e uno di questi, ritiene al contrario, che possano dare luogo ad in incremento significativo sulle pressioni che ricevono le teste metatarsali, con potenziale sviluppo di dolorose metatarsalgie. Il primo studio è del gennaio 2006 realizzato dalla facoltà di biomeccanica dell’università di Calgary, Albera, Canada, su otto soggetti sani e volontari. Gli studiosi hanno valutato le variazioni del centro di pressione e l’attività muscolare con un esame elettromiografico durante la stazione eretta e durante il passo. Conclusione: le scarpe cambiano il modo di camminare e attivare la muscolatura. Ma per sapere se le calzature Masai hanno effetti positivi sul sistema locomotore, sono necessarie ulteriori e più approfondite ricerche. Il secondo studio, compiuto dallo stesso gruppo di ricerca di Calgary ad ottobre 2006, su 123 soggetti con artrosi del ginocchio, conclude, che le scarpe Masai, potrebbero ridurre il dolore in caso di moderata artrosi del ginocchio dopo 12 settimane. Gli effetti sulle altre articolazioni tuttavia non sono stati indagati.

Una terza ricerca, compiuta nel gennaio2006, presso l’ospedale di Basilea, in Svizzera, su dodici soggetti sani, ha valutato il modo di camminare con un sistema di rilevazione 3D e la attività muscolare, con un simultaneo esame elettromiografico. Con scarpe Masai e scarpe tradizionali. I ricercatori svizzeri hanno concluso che le scarpe basculanti, cambiano il modo di camminare e in particolare hanno rilevato un incremento della dorsi-flessione della caviglia, ma ritengono che eventuali effetti clinici, se esistono, sono ancora da dimostrare. Infine l’ultimo lavoro scientifico sulle scarpe Masai è dell’aprile 2007. Firmato dai ricercatori del dipartimento di ortopedia dell’ospedale di Edimburgo, Regno Unito. I britannici hanno utilizzato una soletta infilata tra la pianta del piede e la scarpa, capace tramite sensori di elaborare una mappa delle pressioni del piede, durante la stazione eretta e la marcia.

Premesso che le scarpe e i plantari, secondo tutti gli studi precedenti, dovrebbero per salvaguardare la salute del piede sano, avere come risultato, una ridistribuzione delle pressioni del piede quanto più uniforme possibile, la scarpe Masai hanno al contrario mostrato un incremento del 76% sotto le dita del piede. In altre parole, il carico, sotto la pianta del piede, è trasferito dal tallone verso l’avampiede. Se questo trasferimento di carico potrebbe, in teoria, avere qualche effetto benefico su dolori centrati sotto il tallone, potrebbe, tuttavia, aggravare i sintomi di persone che già soffrono di metatarsalgie, di neuroma di Morton o di deformità a carico dell’alluce (se valgo o rigido) e a carico delle piccole dita (se a griffe o a matello). Ma non è escluso che un aumento delle pressioni sull’avampiede possa sviluppare disturbi al piede anche in soggetti sani.

La ricerca delle scarpe Masai invece si fonda sull’empirica osservazione personale dell’ingegnere svizzero, che ha osservato quanto elegante fosse la postura Masai e come questo popolo fosse praticamente immune da mal di schiena. Postura imputata, dallo stesso ingegnere, all’abitudine di camminare scalzi sul terreno sabbioso e soffice delle loro riserve. Di qui il brevetto delle scarpe basclanti, che dovrebbero riprodurre il modo i camminare scalzi dei Masai. Ma è davvero sabbioso e soffice il suolo africano? E la postura Masai non è forse l’effetto di una selezione genetica, che ha favorito nei popoli nomadi i portamenti biomeccanicamente più vantaggiosi per camminare a lungo e con minore sforzo? E poi, è stato accertato che i Masai non soffrono di mal di schiena? E casomai fosse vero, non è più probabile che sia da attribuire ad uno stile di vita molto sano e attivo e molto diverso da quello dei popoli industrializzati e sedentari?


Esiste tuttavia un fondamento scientifico: camminare scalzi, è più salutare che camminare con le calzature, perché il piede oltre ad essere un organo di moto è anche un organo di senso. La sua pelle, in pianta, è infatti dotata di recettori tattili come una mano e vengono attivati costantemente sia nella stazione eretta, che e soprattutto, durante la deambulazione. Quando il piede compie il passo, tocca a terra, da prima con il tallone, poi rolla verso la punta e infine appoggia tutta la pianta . In questa fase, la muscolatura intrinseca del piede, si rilascia completamente, in modo che la pianta si possa spianare sulla superficie di appoggio e prendere un più intimo contatto. E’ come se volesse tastare il terreno per potere impostare le giuste tensioni muscolari, nella successiva fase di leva a spinta del piede. Tanto più il terreno è irregolare e incoerente tanto più viene definito “informativo” Le superfici informative sono quelle più fisiologiche e vicine alle richieste funzionali del piede. Le suole interne delle scarpe per quanto soffici non sono in grado di riprodurre questo effetto naturale. Nè le calzature normali, nè fino ad oggi quelle Masai.

sbf

14 set 2011


09/09/2011 - i risultati di un sondaggio fotografano l'italiano del 2011L’italiano tipo? Si dà una mano con la “mentina dell’amore” ma è più casalingo

Le abitudini sessuali e di lifestyle fotografate da un sondaggio che sarà presentato in occasione della Giornata della salute sessuale - Foto: ©photoxpress.com/Dmitri MIkitenko
Per la Giornata della salute sessuale del 10 settembre un sondaggio fotografa la realtà dei maschi italiani che sono più casalinghi ma, a letto, non vogliono fare brutta figura
I maschi italiani si confessano in un sondaggio promosso dall'Istituto di sessuologia clinica in occasione della Giornata della salute sessuale che si terrà il 10 settembre a Roma.
La fotografia che ne è risultata vede gli uomini del 2011 più stressati, ma anche più casalinghi di un tempo. Ciò su cui però, pare non vogliano transigere, è fare bella figura sotto le lenzuola. In questo caso, se necessario, non disdegnano di ricorrere ad aiutini come la “mentina dell’amore”.
«Non vogliono sminuire la propria virilità davanti alla partner», commenta la professoressa Simonelli. E, difatti, il 38% ha usato farmaci, tra cui il Vardenafil.

Ma ecco quanto emerso, in cifre, dal sondaggio online condotto nell’agosto scorso, che ha coinvolto finora 750 persone (516 uomini e 232 donne) di differenti fasce d’età, intervistate sul tema della sessualità: dopo l’ufficio l’83% aiuta la compagna nelle faccende domestiche, ma poi non si riposa neanche sotto le lenzuola: solo il 3% lascia a lei l’iniziativa. Uno su 3 ha sofferto di disfunzioni sessuali e il 38% ha fatto ricorso almeno una volta ad aiuti farmacologici per non vedere sminuita la propria virilità, tuttavia solo il 4% delle partner è a conoscenza di questo pratica.
Praticità e discrezione (51%) sono le principali caratteristiche richieste a questa categoria di prodotti, tanto che il nuovo Vardenafil che si scioglie in bocca, la cosiddetta “mentina dell’amore”, conquista in Italia il primato di consumo in tutta Europa.

I risultati del sondaggio saranno presentati in vista della Giornata mondiale della salute sessuale, che si celebra a Roma il 10 settembre presso l’Istituto di Sessuologia Clinica sotto il patrocinio della FISS, la Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica e dell’EFS, l’European Federation of Sexology, presieduta da Chiara Simonelli.
«Il ruolo della salute sessuale è sempre più riconosciuto quale requisito essenziale per il benessere e lo sviluppo della persona – spiega la prof.ssa Simonelli, psicosessuologa della “Sapienza” di Roma – Il focus della giornata è sui giovani, perché crescono in questa fascia d’età i disagi sessuali: è importante creare una cultura e intervenire fin da subito per proporre soluzioni».
Il sondaggio, online nel sito www.ilritrattodellasalute.org è tuttora in corso e rappresenterà la base per la discussione durante l’evento nazionale del 10 settembre.

Ma uomini e donne, lo sappiamo, provengono da pianeti diversi e, come tali, sono differenti in molte cose; tra queste spiccano le differenze sessuali. Ecco quanto ancora emerso dal sondaggio: «Lo stress incide meno sulla sessualità femminile rispetto a quella maschile – commenta il prof. Salvatore Caruso, presidente della FISS –, solo il 31% ne soffre, proprio perché le donne hanno una maggiore capacità di gestirlo e un minore legame con la prestazione. Cercano un partner intraprendente (69%) mentre lui vuole una compagna rassicurante (69%). Credono inoltre di capire abbastanza bene l’universo maschile (87%) mentre per gli uomini ciò non vale (il 52% dice di comprenderle poco)».
In base ai dati raccolti dall’indagine i disturbi sessuali più diffusi sono: disfunzione erettile (34%), eiaculazione precoce (29%), calo del desiderio (28%), ansia da prestazione (24%) e incapacità di raggiungere l’orgasmo (22%). «Ma il 24% di chi ha risposto non chiede una visita per vergogna – aggiunge il prof. Vincenzo Gentile, direttore del Dipartimento di Urologia della “Sapienza” di Roma – ognuno tende a migliorare l’immagine di sé, soprattutto in campo sessuale e l’uomo non vuole sentirsi sminuito. Anche se il 55% ha parlato delle proprie difficoltà con la partner, in genere la scelta di assumere una medicina è personale, la discrezione è un valore molto importante nella scelta di questi farmaci: un uomo su due l’ha messa al primo posto, prima ancora della rapidità di azione (21%), mentre il 24% chiede di non essere messo in imbarazzo. E proprio questa caratteristica ha decretato il successo del nuovo Vardenafil orodispersibile disponibile in Italia da pochi mesi. I problemi erettili vanno affrontati in maniera diversa a seconda dell’età e tenendo presente anche il contesto sociale e familiare».

«Nel nostro sondaggio abbiamo voluto mettere a confronto tre diverse generazioni di maschi: il figlio, il padre, e il nonno – conclude Simonelli – Tre diverse età, una dentro l'altra come matrioske, che si assomigliano e si differenziano: ognuno ha un suo problema nel ciclo di vita». L’evento per la Giornata mondiale si focalizzerà in particolare sulla prevenzione con la creazione di gruppi di discussione formati soprattutto da giovani chiamati a riflettere e discutere liberamente sugli aspetti della sessualità che più li incuriosiscono e li preoccupano, sotto la supervisione di sessuologi esperti.

[lm&sdp]

Source: Intermedia - Ufficio stampa

Maschio e femmina, agli antipodi anche nell’orgasmo

L'orgasmo femminile non sarebbe un sottoprodotto di quello maschile, come creduto da tempo
Un recente studio ha tentato di svelare il mistero che avvolge l’orgasmo femminile e come questo si sia evoluto
Da circa quarant’anni a questa parte, biologi ed evoluzionisti si domandano, senza risposta, se l’orgasmo femminile si sia evoluto per fornire una “spinta” riproduttiva o, come postulato da qualcuno, sia soltanto un sottoprodotto dell’evoluzione dell’orgasmo maschile.

Oggi, ricercatori australiani e finlandesi delle rispettive Università del Queensland e Università di Turku, hanno ripreso in mano il quesito e hanno condotto un nuovo studio per tentare di svelare il mistero una volta per tutte.
E così, Brendan Zietsch, Pekka Santtila e Abo Akademi, per la loro ricerca hanno arruolato poco meno di 5.000 coppie di gemelli identici (o monozigoti), non identici e normali fratello e sorella. Partendo dal concetto che se l’orgasmo femminile è, per così dire, un sottoprodotto di quello maschile, i geni che sottendono alle funzioni orgasmiche dovrebbero fornire risposte simili. In particolare, si è voluto comprendere come e se ci fossero differenze tra i gemelli di sesso opposto. La funzione che dovrebbe poter fare condividere diverse somiglianze tra i gemelli il dottor Zietsch l’ha battezzata “orgasmability”

Ai partecipanti allo studio è stato chiesto di compilare un questionario in cui si doveva riportare la facilità o meno a raggiungere l’orgasmo e la frequenza nelle donne; il tempo di arrivo al climax per gli uomini. Una volta raccolte le informazioni fornite, i ricercatori le hanno analizzate e hanno scoperto alcuni dati interessanti.
I gemelli identici dello stesso sesso presentavano una similitudine orgasmica, a differenza dei gemelli non identici o dei fratelli classici. Questo fattore confermerebbe precedenti ricerche in merito, suggerendo che vi possa essere una correlazione con l’influenza dei geni.
Tuttavia, contrariamente a queste aspettative, i ricercatori hanno infine scoperto che i gemelli di sesso opposto e i fratelli non presentavano alcuna correlazione nell’orgasmability.

«Ciò indica che i geni che influenzano la funzione orgasmica negli uomini non sono gli stessi di quelli delle donne», ha spiegato a New Scientist il dottor Zietsch, facendo intendere che l'orgasmo maschile e femminile si è evoluto attraverso diverse vie di genetica, e l’ipotesi che quello femminile sia un sottoprodotto di quello maschile sarebbe errata e, oggi, sarebbe come affermare che la donna sia nata da una costola dell’uomo… ma questa è un’altra storia.

Voce maschile profonda: per la donna è un parametro di scelta, e influisce sulla memoria

Le donne pare siano più sensibili alle voci maschili profonde :
Le donne pare siano propense a preferire partner con una voce profonda. Voce che, a sua volta, influisce anche sull’accuratezza della memoria
Nella scelta di un compagno per la vita, pare che il timbro di voce sia in alcuni casi determinante. Lo si valuta inconsciamente a causa del solito istinto di conservazione della specie che fa propendere le scelte verso “esemplari” con certi geni, dicono gli scienziati. E poi perché un timbro profondo si ricorda meglio, così come fa ricordare meglio situazioni o cose.

A ritenere che le donne siano portate a preferire un compagno dalla voce profonda sono i ricercatori dell’Università di Aberdeen nel Regno Unito, i quali hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla versione online di Memory and Cognition, una rivista Springer.
Il dottor David Smith e colleghi hanno scoperto che le donne ricordano di più uomini con un timbro vocale basso, che non quelli con la voce squillante. Questo influisce anche sulla possibile scelta di vita. In più, dai test condotti, si è scoperto che anche la memoria delle donne è molto sensibile a questo tono di voce.

Durante lo studio, le donne partecipanti, hanno potuto ascoltare diversi toni di voce. Dai risultati è emerso che, dovendo operare delle scelte, le partecipanti andavano con la memoria alle voci ascoltate e quelle che ricordavano meglio erano proprio quelle con un tono più basso. Altresì, ricordavano meglio oggetti nominati sempre da queste voci profonde.
«I nostri risultati dimostrano che la memoria delle donne è migliorata con le voci di sesso maschile con tono inferiore, rispetto alle voci maschili meno attraenti a tono superiore. I nostri due esperimenti indicano per la prima volta che i segnali dal sesso opposto sono importanti per la scelta del compagno, e influiscono anche sulla precisione della memoria delle donne», ha concluso Smith.

I single, o chi è comunque in cerca di una compagna, è avvisato: da domani, respirazione diaframmatica e tono di voce più basso. Volendo, si può anche frequentare un corso di dizione o canto (per diventare tenori).
[lm&sdp]

5 set 2011


Medicina, Donna
02/09/2011 - correlazione tra massa corporea e sintomi della menopausaDonne “in carne” hanno meno vampate di calore

Le donne più in carne pare soffrano meno di vampate di calore - Foto: ©photoxpress.com/GYNEX
Le donne più grassottelle soffrirebbero meno di vampate di calore, altresì caldane. Lo studio
Essere magre è un bene per molti versi: fa bene al cuore, a ossa e articolazioni, al metabolismo in genere e via discorrendo… Ma, a quanto sembra, non mette al riparo dalle fastidiose vampate di calore che colpiscono le donne in postmenopausa. Al contrario, chi è in sovrappeso ne beneficerebbe. Questo, almeno, secondo un nuovo studio pubblicato su The Endocrine Society Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism (JCEM).

Se da tempo si riteneva che durante il climaterio – o periodo di perimenopausa che si verifica in media nelle donne tra i 42 e i 54 anni – le più soggette alle vampate di calore fossero le donne in sovrappeso, un nuovo studio suggerisce che, invece, quando la donna raggiunge il periodo di postmenopausa la situazione si inverte: la donne in sovrappeso accusano meno vampate di calore che non la controparte magra.

La dottoressa Rebecca Thurston, e colleghi dell’Università di Pittsburgh (Usa), hanno scoperto che vi è una correlazione tra le caldane e la dimensione della massa corporea. E per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno reclutato 52 donne che avevano riportato episodi ricorrenti di vampate di calore, ma che non avevano seguito delle cure specifiche.
Le partecipanti allo studio sono state suddivise in base alla percentuale di grasso corporeo, circonferenza della vita e misura del BMI (indice di massa corporea). Dopo di che sono state misurate le vampate di calore mediante l’uso di un monitor per mezzo di misurazione della conduttività cutanea. Allo stesso tempo, le donne dovevano riportare in un diario la frequenza e l’intensità delle vampate di calore di cui erano oggetto durante la giornata.

«Lo studio fornisce una comprensione più sfumata della relazione tra dimensione corporea e vampate di calore, sottolineando l'importante ruolo dell’età – spiega la dottoressa Thurston – I nostri risultati mostrano che i benefici dei livelli più elevati di grassi nel caso delle vampate di calore non si vede fino a quando una donna non ha circa 60 anni».
Le donne partecipanti allo studio erano appartenenti a diverse razze e, dai dati acquisiti, si è scoperto che quelle con l’associazione peso/vampate di calore più pronunciata erano le donne di razza caucasica (come noi europei). «[…] Questo studio sottolinea l’importanza di considerare come età e razza possono modificare la relazione tra obesità e vampate di calore», conclude Thurston.
Meno vampate di calore, dunque, per le donne in sovrappeso dopo i 60 anni. Tuttavia, forse è meglio sopportare un po’ di caldane in più che non esporsi a tutti i rischi per la salute – e la vita – che comportano il sovrappeso o l’obesità.
[lm&sdp]